In Italia l’onore, la reputazione e la riservatezza del cittadino hanno una tutela più bassa e precaria che altrove. Il nostro Paese può considerarsi una sorta di Far West (degli antichi tempi) della diffamazione e non ne è colpevole la normativa vigente ma la sua interpretazione. L’articolo 21 della nostra Costituzione è stato applicato in maniera distorta sin dall’inizio, nei primi anni del dopoguerra. E, in tutti questi anni, non c’è stato verso di correggerla. Anzi con le fake-news, i social network e altro le cose sono peggiorate per i cittadini italiani; travolti in pieno da un turbinio di risse permanenti, d’insulti gratuiti di tutti contro tutti sui giornali, nei talk show televisivi. Ne consegue un via-vai di carte bollate e di lettere roventi; di scandali di ogni tipo, alimentati da gente che spesso resta anonima (e nessuno indaga, come invece avveniva in passato); di cine-tele-prese collocate nei luoghi tipici dell’intimità; di scene, di carattere esclusivamente privato, catturate da cannocchiali, di grande potenza visiva, capaci di superare mura e cancelli in apparenza impenetrabili; di intercettazioni a gogò (e senza badare a spese) superiori per numero a quelle di Paesi ben più popolosi e ricchi del Pianeta. Tali eventi che fomentano il rancora diffuso di cui al rapporto del CENSIS non sono soltanto riconducibili al fatto di una corruzione endemica e di un pettegolezzo connaturato al nostro DNA. Le ragioni della fake interpretazione della norma sono molto complicate da capire. Un diritto di cronaca disegnato dalla Costituzione come un diritto individuale è diventato nel giudizio della Corte di Cassazione e di alcuni docenti universitari, sedicenti “di sinistra”, un diritto cosiddetto “funzionale” , un vero e proprio “dovere civico” di informare il cittadino.

In ogni altro ordinamento giuridico diverso dal nostro, il diritto di cronaca del giornalista è considerato soltanto espressione della sua libertà di narrare i fatti di cui è (o viene) a conoscenza. Naturalmente deve dire il vero. Una notizia falsa, con attribuzione di un fatto determinato anche se non contenente un’ingiuria, diventa, comunque, una diffamazione e una violazione della privacy. In conseguenza, il giudice di un tale Paese, in un caso simile, deve bilanciare il diritto di narrare i fatti da parte del cronista con il diritto fondamentale di ogni individuo alla tutela del proprio onore, della reputazione e della riservatezza. E deve, per consuetudine inveterata nei Paesi ad alto tasso di civiltà, farlo anche in maniera molta severa.

In Italia, purtroppo, le cose vanno in modo diametralmente opposto.

Il pressapochismo di tanti che si ritengono idonei e autorizzati a giudicare gli altri, assolvendo sempre se stessi, si sono instaurate pratiche di costume che, giustamente, taluno ha qualificato “indegne della vita politica di un Paese civile” né si scorgono uomini politici così coraggiosi da porre mano a una modifica della Costituzione che elimini in radice la possibilità dell’attuale distorta interpretazione fatta dalla giurisprudenza dell’articolo 21 della nostra carta fondamentale; quella, cioè, che ha ridotto, come suol dirsi, in brache di tela l’onore, la reputazione e la riservatezza dei cittadini italiani.

In più, le reazioni della Federazione della Stampa, dell’Associazione Nazionale Magistrati, dell’Editoria e dei sedicenti Intellettuali impegnati vanno in direzione del tutto opposta a quella seguita nei Paesi di evoluta civiltà sociale: chiedono, a ogni piè sospinto, maggiori poteri di denigrazione impunita! Esse, d’altronde, sono sintomatiche della mentalità “autoritaria” che, è dominante nella nostra vita quotidiana.

Solo quest’ultima, infatti, ha potuto produrre l’abnorme interpretazione dell’articolo 21 della Costituzione sino a farne la fonte di un diritto dei cittadini a essere informati di tutto e di tutti, senza tener conto di altro; prescindendo, cioè, dalla tutela di altri.

Di una tale arbitraria licenza non v’è traccia alcuna in quella disposizione. L’articolo della nostra Carta fondamentale configura un “classico” diritto di libertà: non un “inedito” dovere del cronista! Altrimenti, chi per mestiere narra i fatti, in forza di una norma dello Stato così com’è stata interpreta dalla giurisprudenza, sarebbe paradossalmente privato della sua libertà di tacere! E’ una situazione aberrante, unica nel panorama mondiale dei mass media! E a questo risultato si è giunti con un ragionamento molto capzioso che vale la pena di chiarire.

L’articolo 21 della nostra Costituzione tutela “il diritto di manifestare il proprio pensiero”. Il pensiero è opinione, ma non è suo sinonimo.

Si può manifestare il proprio pensiero anche componendo poesie, narrando fatti veri (storia e cronaca) o di pura fantasia (romanzi e novelle di varia natura). Sono le tre tipiche manifestazioni del pensiero.

Così come avviene in ogni altra parte del mondo civile, l’articolo 2 della stessa Carta fondamentale italiana riconosce e garantisce, accanto al diritto di manifestare il proprio pensiero, anche i diritti inviolabili dell’uomo e tra questi ci sono indubbiamente i diritti all’onore e alla reputazione. Ora, se gli interpreti della Costituzione si fossero ritenuti paghi di una lettura piana e non arzigogolata delle due norme succitate e avessero ritenuto che tra le manifestazioni del pensiero tutelate vi fosse stato anche il diritto di cronaca in quanto espressione dell’jus narrandi, tipica manifestazione del pensiero umano alla pari del diritto di opinione, di critica e di creazione artistica, il problema del suo eventuale conflitto con il diritto altrui all’onore e alla reputazione si poteva risolvere, come in tutte le democrazie veramente liberali, con il bilanciamento tra due diverse utilitates privatae: e cioè, da un lato, il diritto del giornalista di raccontare i fatti, dall’altro, il diritto del cittadino di non essere ingiustamente offeso nel suo onore e nella sua reputazione di essere umano.

E invece, la fertile mentalità degli oppositori per vocazione e per professione a ogni spirito liberale, ha ribaltato il principio di libertà insito nell’articolo 21 e ha configurato la libertà di cronaca, come strumentale al diritto della collettività di essere informata, un diritto-dovere funzionale del cronista!

Ciò non ha precedenti nel mondo civile! Il ragionamento che si è fatto è stato il seguente: l’articolo 21 tutela solo la libertà di opinione, perché pensiero è uguale solo a opinione. Per consentire alla massa di esprimere un’opinione bisogna informarla! Da qui la necessità di creare, in via giurisprudenziale, il diritto di cronaca! Un assurdo. Bastava consultare un buon dizionario e non fermarsi al linguaggio quotidiano!

Il racconto (storico o cronachistico) e la creazione letteraria e artistica non sono figli di un Dio minore. Sono espressioni, a pieno diritto, del “pensiero” che è l’attività psichica mediante la quale l’uomo elabora dei contenuti mentali: giudizi, quindi, ma anche narrazione di fatti, elaborazione di storie fantastiche e poesie.

In altre parole, l’articolo 21 non tutela il diritto d’opinione del cittadino ma il “pensiero” che ha tra le sue manifestazioni certamente la critica fondata sul ragionamento, la logica, il raziocinio, ma anche il racconto dettato dalla memoria e l’arte prodotta dalla fantasia.

In uno Stato ordinato e corretto, se il diritto di fare cronaca collide con l’onore e la reputazione di un cittadino, il giudice fa un “bilanciamento” tra due utilitates privatae, che sono stesso piano di tutela, senza tirare in ballo inesistenti diritti-doveri funzionali di natura pubblica. In Italia, non è così. Il dovere d’informare è un’utilitas publica”: nel conflitto con il diritto all’onore e alla reputazione, utilitas privata, deve sempre prevalere!

Se ciò comporta che i cittadini italiani siano i più vituperati del mondo e che il rancore reciproco tra essi aumenti di giorno in giorno: pazienza! Il CENSIS se ne faccia una ragione!

 

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