L’astensionismo, la non partecipazione al voto nelle consultazioni elettorali, è come il colesterolo; c’è quello buono e quello cattivo.

Può essere un elemento “fisiologico” e naturale in democrazie solide e in Paesi, dove non alligna l’autoritarismo.

“Patologico” ed estremamente pericolo in collettività organizzate che versano in condizioni del tutto opposte.

Per fare degli esempi, negli Stati Uniti d’America v’è una scarsa differenziazione nei programmi dei partiti in lizza e la selezione dei candidati avviene con meccanismi di scelta sempre osservati in maniera rigorosa.

Il cittadino, in altre parole, può ritenere, in tutta tranquillità, che non saranno disattese le sue aspettative, sia sotto il profilo oggettivo delle mete da raggiungere (ritenute utili da un melting pot più integrato e coeso delle tante municipalità e corporazioni italiane, di medievale memoria); sia sotto quello soggettivo della qualità e delle risorse etiche ed intellettuali dei candidati che si propongono all’elettorato, con il sostegno di bene organizzate (e seguite) forze politiche.

Nel caso opposto dell’Italia, all’elevato scontro dei partiti, partitini, movimenti, leghe in competizione non corrisponde una chiara, netta e precisa differenza nei programmi.

Inoltre, la deficiente organizzazione della vita delle maggiori forze politiche italiane, quali che siano, congiunta all’autoritarismo di cui esse (tutte, nessuna esclusa) sono permeate, consente scelte odiosamente arbitrarie e miserabilmente “interessate” di candidati. Essi, spesso privi di ogni qualità etica ed intellettuale, raramente incontrano il favore dei cittadini, che sono rimasti estranei alle beghe, tutte interne ai partiti, di una selezione seria; quella farsesca delle “primarie all’italiana” è ritenuta dai cittadini degna della peggiore “commedia all’italiana” e dei suoi personaggi dialettali burleschi e buffoneschi.

Il male italiano dell’astensionismo appare, allo stato dei fatti, irreversibile.

E ciò anche se il recente referendum sulla riforma costituzionale e lo strepitoso successo dei NO, pur nell’assenza di efficaci iniziative dei partiti che si erano dichiarati contrari alla proposta di Renzi, Boschi e Verdini e pure in presenza di una massiccia propaganda in favore del SI, probabilmente sorretta finanziariamente anche dall’estero, ha dimostrato che quando l’obiettivo è giusto e a sostenerlo s’impegnano le migliori intelligenze e professionalità della Nazione gli Italiani “si scomodano” e vanno ai seggi.

E’ proprio, però, la mancanza delle predette condizioni a rendere le attese per un ridimensionamento dell’astensione alle prossime elezioni politiche nella primavera del 2018 destinate a restare deluse.

Non v’è una forte motivazione oggettiva su proposte concrete ma divergenti: v’è un cinguettio confuso, una balbuzie diffusa, non disgiunta da una palese ignoranza teorica e da una pratica incompetenza tecnica, sulle misure economiche da assumere.

La gente, dopo lunghe disquisizioni di uomini politici di quart’ordine che tartagliano, spesso impappinandosi, su Pil, Spread, indici di valutazione (con assegnazione di lettere dell’alfabeto, in triplice schiera) delle Agenzie di rating e via dicendo, ha capito che, alla fine, non c’è che da fare affidamento su una sorta di roulette, sapendo, per giunta, della scarsa onestà dei croupier o nell’italico Stellone.

Non v’è, soprattutto, fiducia nei candidati che i partiti propongono agli elettori con la formula imperativa del “prendere o lasciare”, dopo che la scelta è stata effettuata sulla base del grado di fedeltà al capo.

Persino la crescita progressiva della protesta contro gli attentati alla democrazia, compiuti nell’ultimo decennio da leggi elettorali truffaldine, inspirate all’autoritarismo, neppure ben nascosto, di buffi imitatori del duce del fascismo, rischia di non esplicare alcuna efficacia per ricondurre gli Italiani alle urne.

Per operare il miracolo della vittoria dei NO sono stati necessari il moto di protesta, la mobilitazione delle menti più acute e delle coscienze più adamantine del Paese e l’uso di un linguaggio, chiaro, intellegibile, esplicito, prive delle furbizie del “politichese”.

Niente di tutto ciò si riscontra nelle “avvisaglie” della prossima campagna elettorale.

Anche il disgusto per le malefatte dei nostri ultimi governi (illegittimi e abusivi per giunta) è interpretato e spiegato al popolo dai consueti emuli dei rivoluzionari all’italiana (da Ciceruacchio a Masaniello), sprovveduti, incolti, aggressivi nel linguaggio perché consapevoli dei limiti delle proprie conoscenze e del loro scarso carisma (almeno, nei confronti di chi “sa leggere e scrivere”).

In tale scenario, i conformisti (che in Italia non sono mai mancati, né mancano ora, perché la furbizia mette sempre e molto facilmente a tacere l’intelligenza) si rifugeranno nei comodi approdi del Centro Sinistra e del Centro Destra, rafforzandone le mire egemoniche (da realizzare anche in turpe connubio).

E’ augurabile che, sul fronte opposto, gli uomini della protesta, non trovando candidati idonei a costruire una reale e vera democrazia, per mancanza di competenza, cultura, lucidità, capacità operative, trasformino il disgusto diffuso per i ripetuti tentativi autoritari di “ducetti” in sedicesimo, ponendo nell’urna elettorale una scheda contrassegnata con un grande e bel NO.

Questi NO, uniti ai voti raggiunti dai partiti cosiddetti dell’anti-sistema (Movimento Cinque Stelle e Lega, se quest’ultima si staccherà, com’è probabile, dal centro-destra, dopo le elezioni) saranno un termometro utile per misurare il livello della nostra persistente voglia di democrazia.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

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