Anche se i segnali sono tutt’altro che univoci (le strade sono affollate, in questi giorni di feste di fine d’anno, ma i negozi sono quasi vuoti e i commercianti si lagnano) la crisi economica che ha attanagliato l’Europa, stando ai report dei mass-media, sarebbe sul punto di finire. Le tifoserie politiche dei partiti di governo attribuiscono valore dirimente agli interventi dell’Esecutivo in materia economica; quelle contrarie affermano che tutta la ciarla degli uomini politici in tema di PIL, Spread, Rating di società ad hoc  dalle molte sigle sarebbe vuota e priva di reale significato. Gli “economisti”, con i loro consigli, pesterebbero acqua nel mortaio; il benessere o il suo contrario dei vari Paesi deriverebbe da fattori misteriosi e indecifrabili come le leggi del Cosmo; i “politici” ripeterebbero pappagallescamente, senza neppure capirne il significato, frasi e concetti utili a frastornare l’opinione pubblica per carpire il voto del popolo “gonzo”.

Se ciò fosse vero, il liberalismo nella sua versione economicistica, sarebbe destinato a finire nel soffitto delle cianfrusaglie e delle cose non più utili; continuerebbero a parlarne uomini politici che non riescono a tenersi al passo con i tempi o che non rinunciano a epater gli elettori con proposte di azione del tutto campate in aria e prive di ogni possibilità d’incidenza nella realtà economica.

Secondo una visione più pessimistica: la verità sarebbe ancora più amara. L’economia, nel terzo millennio, sarebbe diventata unicamente terreno di scontro tra gruppi industriali e finanziari di gigantesca potenza in lotta tra loro per la conquista di specifici mercati (dovendo fare i conti, per giunta, con la concorrenza della criminalità organizzata).

Naturalmente, in un tale scontro titanico, gli uomini politici svolgerebbero il ruolo di marionette, manovrate dall’uno o dall’altro gruppo per favorire, nei singoli Paesi, i contrastanti interessi.

Allo stato, nel mondo globalizzato, e soprattutto nei Paesi più avanzati, approdati alla società post-industriale, si registrerebbe l’avanzata delle Potenze laiche, “isolazionistiche” e volte al recupero di una pacifica convivenza interna attraverso un ritorno ai valori insiti nelle collettività integrate e coese, per effetto di un rinnovato vigore da imprimere al “patto sociale”(sono “le truppe” capeggiate da Donald Trump e da Theresa May)  a danno di quelle “ecumeniche”, con forte valenza religiosa, tese a favorire il recupero del livello perduto della produzione manifatturiera tradizionale dell’Occidente attraverso l’immissione di forze di lavoro provenienti dai Paesi del quarto mondo ( sono quelle collegate con i Clinton, gli Obama, i Cameron, i Blair).

Nell’Unione Europea, eternamente a rimorchio delle Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America, i due gruppi contrapposti si starebbero confrontando all’arma bianca: nella Francia di Macròn sarebbero in vantaggio gli “ecumenici”; nella Germania della Merkel la partita si sarebbe, inopinatamente, aperta e le parti sarebbero in surplace; nell’Austria di Kurz sarebbe prevalsa la linea isolazionistica (come già in Ungheria); in Italia, le forze del Centro-Sinistra e del Centro-Destra starebbero per cedere il passo a quelle isolazionistiche, favorite dalla new wawe anglosassone.

In realtà, il risultato dello scontro nel Bel Paese è tutt’altro che scontato. La battaglia non concede pausa ai duellanti.

Avendo lo Stivale la classe politica più scadente dell’intera Unione Europea, a causa delle leggi elettorali del cosiddetto “decennio nero” (dal Porcellum al Rosatellum, passando per l’Italicum), la battaglia rischia di essere vinta da chi fa meno gaffe clamorose. Lo scontro, sinora, è apparso, a dir poco, sconcertante.

Alla proposta (non si sa quanto “democratica”) di chiamare un generale a riposo per condurre il governo si contrappongono quelle tutt’altro che unanimemente condivise di uscire dall’Euro o di porre un tetto massimo alle pensioni.

Questa gara a chi sbaglia di più, irritando gli elettori di contrario avviso, ha l’effetto di incrementare il numero delle astensioni. La gente, infatti, si chiede perché dovrebbe scegliere la persona da votare tra candidati al governo del Paese di pari dabbenàggine.

Eppure, se uomini di cultura adeguata alle necessità del Paese, individui di alta sensibilità democratica, persone di matura esperienza politica e amministrativa ve ne fossero in giro, nelle file dei partiti,  di motivi per andare a votare ve ne sarebbero più di uno.

Le amenità politiche, sullo Stivale, si susseguono, infatti, l’una alle altre con velocità e intensità crescenti, suscitando reazioni di sdegno in chi sa leggere e scrivere.

L’Italia è il Paese, dove è considerata “ragionevole” invece che “arbitraria”, l’idea che basti il quaranta per cento dei voti alle elezioni ottenuto da una minoranza per chiedere e avere in regalo un “premio” adeguato a trasformare quello sparuto manipolo di deputati, nominati in effetti dai capi-partito e mai veramente scelti dal voto dei cittadini (a fronte del sessanta per cento degli elettori contrari)  in maggioranza di governo.

I benpensanti che affollano i salotti della borghesia (che pretende di rappresentare la classe colta del Paese) non si sognano neppure di scendere in piazza per protestare contro una rapina così evidente dei loro diritti politici (il voto di chi sceglie un partito della minoranza resa vincente dal premio vale di più di quello dato a una forza condannata dal marchingegno elettorale a essere perdente e sconfitta anche se pochi voti la separano dalla prima).

In un Paese, dove si prospetta, sui mass-media, nientepopodimeno l’idea di ibernare  un Presidente del Consiglio dei Ministri, nominato da un  Parlamento, dichiarato decaduto dal Capo dello Stato (a norma di legge  per la scadenza del mandato)  e, per di più,  già marchiato dalla Consulta come consesso costituzionalmente illegittimo,  è francamente imbarazzante.

Si sostiene che il Capo dello Stato, come un mago delle Antille, possa restituire la vita (politica, naturalmente) al Presidente “congelato” e farlo continuare a governare fino a nuove elezioni autunnali, invernali o primaverili (dell’anno dopo). E ciò, perché si teme che quelle delle Idi Marzo del 2018 non diano l’esito sperato (quale?).

In un Paese di tal fatta, dovrebbe costituire un must ineludibile mandare a casa uomini politici che, per sprovvedutezza, per incultura, per incompetenza, per ignoranza, sempre più accentuata e progressiva, dell’ABC dell’ordinamento istituzionale, passano da un’enormità all’altra con una spregiudicatezza che sembra rasentare la follia, oltretutto nella forma suicida del cupio dissolvi.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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