Colui o coloro che si riconoscono nella cultura politica liberale ed in una concezione economica di orientamento liberista.

Il liberalismo è il pensiero di coloro – che rifacendosi all’ideale liberale – mettono al centro del loro pensiero filosofico e quindi politico, il “singolo individuo”, con i suoi diritti alla vita, alla libertà, alla proprietà ed alla ricerca della felicità e ritengono che lo Stato, inteso come un “corpo” strutturato ed organizzato della società si debba limitare a far fronte ai diritti (naturali) dei propri cittadini, limitandosi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere soltanto ai bisogni della collettività che non possono essere soddisfatti per iniziativa dei singoli.

Il limite al potere dello Stato è soprattutto di natura etica – partendo dal presupposto che lo Stato essendo costituito e composto da singoli individui – non può avere diritti diversi dai suoi componenti – e che pertanto – deve essere al loro servizio – per tutelarne la vita, la libertà e la proprietà .

Il pensiero liberista (liberismo economico) è il pensiero di coloro che ritengono che lo Stato debba lasciare assoluta libertà di produrre e commerciare e quindi assoluta libertà economica.

Il Padre Nobile del liberismo è certamente Adam Smith, ma con lui lo sono anche tutti coloro che fra XVIII° ed IXX° secolo dello scorso millennio, lottarono contro i privilegi della nobiltà, dell’alto clero, dell’antico regime ed ovviamente contro la libera iniziativa economica.

Nel nostro secolo il liberismo lotta soprattutto contro l’invadenza dell’iniziativa statale nel libero mercato e può essere ricondotta al nome del grande economista e studioso Friedrich von Hayek.

Anche la distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana e non ha riscontro pressoché in altre culture liberali.

Secondo il filosofo Benedetto Croce, “il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo, ed in Italia si può essere liberali senza essere liberisti

Il liberalismo economico, benché nella concezione genarle è tradizionalmente considerato di destra, in Italia non è ne di destra ne di sinistra.

Non è di destra perché la destra italiana è prevalentemente (e storicamente, vedi il periodo fascista) corporativista e statalista, non è di sinistra perché la sinistra italiana (e non solo) è statalista e classista.

Da ciò ne consegue anche, che i (pochi) liberal-liberisti italiani, fra i quali includo anche me stesso – senza voler provocare in alcuni di loro una crisi di identità – non possono essere inquadrati all’interno dell’attuale quadro politico italiano così estremamente e fortemente polarizzato, nel quale infatti riescono difficilmente a trovare collocazione politica e soprattutto rappresentanza.

Risulta interessante chiarire ulteriormente la differenza tra liberalismo e liberismo.

Il punto fondamentale da cui partire è:

“la libertà dell’economia – deve considerarsi come uno dei tanti aspetti con i quali si è presentata nella storia la lotta per la libertà – o bisogna considerarla come la premessa indispensabile per ogni altra forma di libertà?”.

“la libertà politica è possibile soltanto in presenza della libertà economica – o è possibile ipotizzare una società liberale di tipo diverso?”.

Da un punto di vista filosofico, così come hanno sostenuto anche i due più autorevoli filosofi liberali del XX secolo, Benedetto Croce e Karl Popper:

“non è possibile legare, meccanicamente determinare, tutte le libertà, etiche, politiche, culturali alla pura libertà economica”.

Si cadrebbe paradossalmente nell’errore che viene attribuito a Carl Marx, il quale sia pure con scopi diversi, sosteneva che “al fondo di ogni processo sociale vi fosse sempre la struttura economica che determina le sovrastrutture”.

Non è dunque possibile asserire in maniera assoluta e definitiva né che senza la libertà dell’iniziativa economica non vi possano essere altre forme di libertà, né che il libero mercato produca di per sé le libertà politiche.

Abbiamo avuto esempi di paesi governati dalla social-democrazia e nei quali l’intervento dello Stato nell’economia è stato per molti anni preminente, in cui non solo non si sono perse, ma addirittura si sono guadagnate molte libertà civili e politiche – vedi per esempio la Svezia e alla stessa Inghilterra laburista – ed altri paesi nei quali hanno convissuto il libero mercato le più ripugnante ed antiliberali dittature.

Il liberalismo può contenere in sé il liberismo, ma non può e soprattutto non deve appiattirsi sul liberismo stesso.

Il liberalismo, cercando un’altra ulteriore possibile definizione, è la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme, anche se paradossalmente vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio quello dell’economia.

E’ comunque difficilmente ipotizzabile una società liberale nella quale non sia assicurata la libertà economica.

La questione è ad oggi forse ancor più chiara ed evidente, in quanto ci troviamo a fronteggiare la cosiddetta “globalizzazione dell’economia”, quella che alcuni definiscono (anche in maniera un po’ sprezzante) americanizzazione, altri sviluppo incontrollato del capitalismo ed altri ancora liberismo selvaggio.

Contro questo gigantesco e in apparenza inarrestabile movimento, si levano forze di varia natura e di diversa provenienza sia sociale che culturale.

La sinistra estrema, i movimenti anarchici, gli ecologisti, i vetero-comunisti, gli anarco-socialisti, ma anche molte forze centriste e populari, ritengono sostanzialmente, che un libero mercato mondiale sia in realtà un mercato nel quale solo i ricchi e i potenti prosperino, ovviamente a discapito dei milioni di poveri e diseredati ed a discapito dell’ambiente (che è un bene comune) ed a discapito dei valori fondamentali della civiltà nata con il cristianesimo, il liberalismo stesso, l’Illuminismo della Rivoluzione francese e il socialismo, i valori di giustizia e di fratellanza.

A destra c’è chi vede nel processo di globalizzazione mondiale la fonte principale della distruzione di tutti gli antichi valori su cui si fondano le tante comunità sociali, etniche, storiche.

La vittoria indiscriminata del consumismo capitalista distruggerebbe le tradizioni famigliari, le lingue nazionali, le culture e le religioni e perfino le tradizioni alimentari.

Da un punto di vista liberale, si tratta invece di ricondurre lo sviluppo economico del capitalismo mondiale nell’ambito e nell’alveo del giudizio etico e politico.

Si tratta di immaginare e creare un sistema di governo della politica mondiale – con Istituzioni che siano in grado di governare con ragionevolezza il processo – in modo che le palesi ed evidenti opportunità che il progredire dell’economia e della tecnologia contengono, non si tramutino in una tragedia collettiva, nell’oppressione dei pochi sui molti.

Questo modo di porsi e di ragionare, rispettoso della libertà economica ma attento e pronto a far valere le ragioni della politica sull’economia e soprattutto, le ragioni dell’impegno etico-politico su quello che sembra essere, un processo sostanzialmente irreversibile e ingovernabile.

Le gravi difficoltà che questo ragionamento incontra nell’affermarsi, i tanti nemici che lo osteggiano, a cominciare proprio dagli integralisti liberisti, passando per le destre conservatrici e nostalgiche, all’imperante statalismo delle sinistre, ai velletarismi dei nuovi rivoluzionari, mostrano ancora come, il liberalismo sia destinato a rimanere minoranza benché sia – forse – il solo punto di vista veramente capace di prefigurare nuove e reali  prospettive  per il futuro.

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