Alla base dello Stato c’è una Comunità umana, costituita da un gruppo di persone (di varia estensione numerica) che si consociano tra di loro per perseguire comuni interessi (economico-sociali, politici, culturali, religiosi).

Essa è insediata stabilmente in un territorio, ben definito; é dotata di sovranità, di un proprio ordinamento giuridico, di proprie istituzioni pubbliche e si avvale di un proprio governo.

Nei Paesi ad alta civiltà etica e politica, la cosiddetta società civile rimane sempre il primo e il più importante elemento dello Stato.

Nei Paesi, pur sedicenti “democratici” ma adusi a subire, per secoli, tirannie di vario genere (monarchiche, oligarchiche, dittatoriali) l’apparato politico-amministrativo, il cosiddetto Stato-Amministrazione pretende di avere un’entità autonoma e contrapposta alla società civile e da strumento di cui la comunità, in un’organizzazione rettamente intesa, si avvale per realizzare i propri fini di pacifica convivenza interna e di difesa esterna dei propri confini, diventa il Leviatano descritto da Hobbes che stritola i membri consociati.

Pochi Paesi, anche di questo secondo settore di Stati (soprattutto di quelli Occidentali) presentano i sintomi psico-analitici della coazione a ripetere come l’Italia.

Il Bel Paese, con maggiore frequenza di ogni altro, si lascia sedurre dalle Sirene dell’autoritarismo e diventa vittima di ideologie salvifiche religiose o filosofiche cadendo nelle trappole di governi confessionali (nella sostanza se non nella forma), fascisti o comunisti.

Il “decennio nero” cui ho fatto cenno in un mio articolo precedente, ha fatto registrare, nella storia d’Italia la prima convergenza, in una fase storica detta “dell’alternanza”, di misure liberticide di matrice clerico-fasciste o catto-comuniste. Prima da un governo di Centro-Destra e poi da uno di Centro-Sinistra, gli Italiani sono stati privati dei diritti politici di essere governati da chi raggiungeva alle elezioni la maggioranza dei voti (inutile aggiungere “assoluta”, perché quella cosiddetta “relativa” è solo un ossimoro: resta pur sempre una “minoranza”); di avere rappresentanti in Parlamento da essi scelti e non selezionati dalle segreterie politiche dei partiti; di essere liberati, alla pubblicazione della sentenza della Consulta, dalla presenza di un Parlamento dichiarato costituzionalmente illegittimo; di avere Capi dello Stato, giudici costituzionali, membri del Consiglio Superiore della Magistratura, eletti o nominati in forme ortodosse; di vedere un Parlamento “discutere” i provvedimenti al suo esame, senza essere messo in angolo da una pletora di voti di fiducia, anche in materia di estrema delicatezza.

Per annullare gli effetti nefasti del “decennio nero”, probabilmente non sarà sufficiente una legislatura.

Se a ciò si aggiunge che i cittadini soffrono per l’uso distorto della giustizia e dell’informazione (soprattutto pubblica, che è sempre a sostegno di chi fa le nomine nell’ente radio-televisivo), vere cause della configurazione della cronaca politica come gazzettino giudiziario; che la corruzione si alimenta a causa della pletora di leggi che, ponendo, in modo apparente e  falso, ostacoli rigorosi nell’espletamento di pratiche burocratiche creano soltanto occasione di tangenti per funzionari e impiegati corrotti; che la giustizia civile e quella amministrativa non possono continuare a presentarsi divise con arzigogoli giuridici degni delle “pagliette” attive in Corti e Tribunali di due secoli fa, ma devono essere unificate e possibilmente affidate a giudici eletti dalla Comunità e non selezionati da concorsi gestiti dallo Stato-Amministrazione (e cioè dai politici); che il principio della divisione dei poteri dev’essere attuato rigorosamente, soprattutto nei confronti dei magistrati che non devono più continuare a fare tra le stanze di essi la ben nota “gimkana”, con l’aiuto di politici e parroci di zona (e l’elenco potrebbe continuare); se ciò si aggiunge, diventa chiaro che le forze politiche anzi che tentare di carpire voti agli elettori con argomenti di facile presa, da veri politicanti di provincia, imbonitori di piazza, assurti a notorietà nazionale solo per effetto della deformazione dei valori operata dalla società mediatica, dovrebbero approfondire in modo serio e responsabile i veri problemi della comunità italiana che sono di crescente, progressivo deficit democratico.

Con i responsabili del “decennio nero” non dovrebbe esservi dialogo, perché è mancato ogni riconoscimento di colpe: andiamo addirittura a votare con il Rosatellum!

Con i partiti della protesta (uno o due, che siano, dopo le elezioni) il discorso non può che essere duro e spietato: di mestieranti della politica, gli Italiani ne hanno le tasche piene. Si vestano di umiltà e si avvalgano di gente che abbia imparato a leggere e a scrivere: possibilmente frasi e concetti compiuti e non solo slogan propagandistici.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

 

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