“Decennio nero” è soltanto una denominazione di comodo per indicare, con espressione icastica e sintetica, il periodo in cui si sono succeduti i peggiori “malgoverni” della storia repubblicana italiana.
Inizia, formalmente, nel 2005 con la legge 270 del 21 dicembre firmata dal senatore Roberto Calderoli del centro-destra e subito disconosciuta dal suo stesso ideatore (“una porcata” la definì consentendo a Giovanni Sartori di denominarla “Porcellum”) ma sostanzialmente il periodo veramente buio comincia soltanto con il primo Parlamento nato a causa di quell’obbrobrio legislativo, che concede a una minoranza il governo del Paese.
Il “decennio nero” vede la concomitanza di scenari boccacceschi che contraddistinguono la vita di importanti leader, che, un tempo, erano stati considerati carismatici e addirittura “risorse di salvezza” per il Paese; vede anche l’ingresso in politica, sino ad allora inopinato, di show e playgirl, di aspiranti attrici e di donne comunque molto giovani e di avvenente bellezza. E ciò in luogo e in quasi totale sostituzione di personaggi di età matura, ritenuti, forse anche a torto, di navigata esperienza e di smaliziata competenza nel campo della politica.
I danni del “decennio nero” per il nostro Paese sono notevoli ma, prima di enumerarli, è forse necessario approfondire, sotto il profilo psico-sociologico, le ragioni del rispuntare in un Paese (che sembrava essersi avviato sulla strada di una pur sbilenca democrazia) di leader politici e di masse popolari tendenti a esercitare e a subire, rispettivamente, una massiccia dose di autoritarismo.
C’è chi individua in tali anni oscuri di obnubilazione politica la rinascita, dopo meno di un secolo, del pericolo fascista, magari più ovattato, ma non meno illiberale. E riconosce, come avevano fatto i nostri progenitori senza prosciutto sugli occhi (tanti decenni fa) nella crassa borghesia capitolina e provinciale, la presenza del maggior sostegno alla protervia dei “ducetti” del terzo millennio.
L’osservazione è esatta e pertinente. Sono proprio i “professionisti” (avvocati, medici, ingegneri e via dicendo), i docenti (di varie discipline economiche, giuridiche, sociali, scientifiche e tecniche), gli imprenditori (dell’industria, del commercio, del terziario) e i burocrati in avanzata carriera a “fare quadrato” intorno ai politici “neo-autoritari”, neppure distinguendo, nei loro raptus di simpatia, se i nuovi, desiderati “padroni” siano di centro, di destra o di sinistra.
I credenti del dualismo religioso (e forse anche della metafisica filosofica idealistica) sono autorizzati a pensare che la ritenuta sopravvissuta anima di Gian Battista Vico, autore della nota teoria dei corsi e ricorsi storici, gongoli nella tomba o in altri ipotizzati luoghi di sosta post-mortem.
In effetti, oggi sta succedendo che, al posto dei nostri nonni, di cui abbiamo detto peste e corna per la vigliaccheria dimostrata nei confronti di Mussolini e dei suoi quadrunviri da strapazzo, sono seduti davanti a noi, nei salotti-buoni delle tante città e cittadine italiane e si strappano le vesti in diatribe se debba venire da destra o da sinistra il dittatore che metta in riga gli Italiani, nostri coetanei.
Sono i medici, nelle cui mani mettiamo la nostra salute, gli avvocati cui affidiamo le nostre cause, gli ingegneri che progettano le nostre case e via dicendo: tutti borghesi a modo, uomini e donne vestiti con abiti griffati (talvolta, le “mogli” ingioiellate come madonne pellegrine) tutti di ambo i sessi frequentatori di circoli esclusivi, sportivi (caccia, tennis, golf) e non (scacchi e altri giochi).
Tutti, nel “decennio nero”, sono stati affascinati e sedotti da “bulli” di diversa età, ma sempre sicuri di sé.
Questi esperti della comunicazione mediatica, spesso “taroccata”, hanno sottratto agli Italiani i maggiori diritti politici (voto di pari valenza giuridica e politica, scelta diretta dei propri rappresentanti in Parlamento, a tacer d’altro), vedendoli, per giunta, compiaciuti per l’operazione di taglio.
La storia miserevole e triste (per gli abitanti dello Stivale) del “decennio nero” non pare, purtroppo, ancora conclusa.
La speranza di tutti quelli che non provano né il sadismo dei “capetti” neo-autoritari né il masochismo dei “sudditi” (“novelli” ma pur sempre eredi di servi bimillenari) è che l’infausto periodo non si prolunghi sino a diventare un “ventennio” come fu quello del Duce.
Il timore è che esso sarebbe anche peggiore.
I tempi attuali, caratterizzati da maggiore disinvoltura “morale”, consentirebbero ai nostri “ducetti” di muoversi con maggiore libertà, spocchia e tracotanza.
Mussolini, espressione italica delle concezioni maschilistiche, ma anche più bigotte e codine, dei suoi contemporanei, non consentiva alle belle donne, di cui pure amava circondarsi, di uscire dalle alcove riservate di palazzo Venezia, per occuparsi del governo del Paese e per compiere misfatti politico-amministrativi almeno pari a quelli dei suoi fedeli in orbace e stivaloni di cuoio rigido e nero.
L’era mediatica in cui viviamo, oggi, esalta le gesta amatorie di quegli uomini che ai tempi dei nostri avi erano denominati, dispregiativamente (anche se con un pizzico d’invidia) “puttanieri” e ammira quelle esponenti del mondo femminile che si liberano del peso della nomea, in passato infamante, di “donne di facili costumi”.
Una cronaca da giornale scandalistico del “decennio nero” ci racconta che esso non è stato soltanto il tempo delle leggi elettorali truffaldine (Porcellum, Italicum, Rosatellum) e della mostruosa riforma elettorale (redatta da boys, con scarsa conoscenza del diritto, anche per aver appreso il poco da essi faticosamente assimilato da cattivi maestri, noti e meno conosciuti e spesso dotati del solo titolo di essere compagni di merenda del leader di turno).
Il “decennio nero” sarà ricordato, infatti, anche come l’epoca:
a) dei racconti falsi, “fake” secondo il termine oggi in voga, di una pretesa, altalenante prova di forza muscolare dei nostri Capi di governo con la “Cancelliera” tedesca, Angela Merkel. E ciò senza che i nostri rappresentanti in seno all’Unione Europea fossero in possesso della fionda che consentì a Davide di atterrare Golia. Essi, a dar credito ai resocontisti dei nostri giornali, avrebbero date prove “maschie” dell’italico coraggio contro l’ostile ed energica Valchiria.
b) delle misure ridicolmente contraddittorie in materia economica: da un lato, l’approvazione del Jobs act nel tentativo di agganciare la società post-industriale divenuta solida soltanto nei Paesi Anglosassoni e dal lato opposto l’apertura delle nostre frontiere per consentire un’immigrazione selvaggia e scoordinata. E ciò, al fine, non dichiarato, ma palese, di salvare con uno schiavismo da terzo millennio la zoppicante industria manifatturiera, non più competitiva sul Mercato mondiale per gli alti costi della mano d’opera e del welfare);
c) dei provvedimenti più demagogici e deleteri mai immaginati dalla pur fertile fantasia sia cattolica sia comunista dall’escogitazione di misure oltre che spudoratamente clientelari, miserabili nella loro entità (ma che si sono, incredibilmente, dimostrate capaci di “gabbare” molti “santi” italiani, spianando loro il sorriso sulla bocca;
d) della compromissione più sfacciata delle prassi parlamentari, con recita a finale fisso e immutabile, allo scopo perverso di troncare ogni discussione con ripetuti voti di fiducia (anche in materie delicate e come tali sottratte all’uso di un tale strumento di voto).
e) della disinvoltura assoluta con cui le due coalizioni in competizione alternativa, hanno superato la sbandierata tematica del “conflitto d’interessi”, assumendo atteggiamenti protervi e dannosi per i cittadini in settori e materie di particolare delicatezza come l’informazione e il risparmio dei cittadini.
f) della dimenticanza assoluta del principio d’indipendenza e di sovranità dello Stato Italiano, pur sancito dall’articolo 7 della Costituzione, subendo comportamenti attivi d’incitamento al superamento dei confini territoriali, a mezzo di presenze, poco pastorali, sui nostri litorali.
A dispetto della gravità dei disastri provocati, soprattutto sul piano della convivenza civile e del rispetto delle mete faticosamente raggiunte dal nostro Paese prima del “decennio nero”, sul piano della nostra vita democratica, non si colgono segnali promettenti di cambiamenti di rotta.
La “pazziella” rischia, purtroppo, di restare ancora “mmane a e’ criature”.
I grandi artefici del successo elettorale del NO referendario non trovano una “casa politica” unica, adeguata a garantire loro l’assenza o almeno una sufficiente lontananza da beghe tattiche, dirette esclusivamente a barattare simboli, etichette, tradizioni, rapporti nuovi o pregressi (sia alla luce del sole sia sottobanco) in cambio di poltrone o strapuntini (come li definisce l’amico Pileggi) nei futuri assetti del Paese. Continuano a starsene su un “ideale” Aventino dei nostri tempi.
Alcune nuove sigle di aggregazione politica, sono motivate più da risentimenti e delusioni recenti che non da disgusto per un decennale di politiche nequizie.
Il ricordo delle pavidità dimostrate da alcuni di loro nella difesa di importanti garanzie democratiche è ancora troppo recente per non risultare, allo stato, indelebile.
A tutto ciò, devono aggiungersi le confusioni che si sono sin qui registrate nel campo della protesta più viva e vivace.
Si è dichiarato di voler mantenere in vita misure demagogiche, aspramente criticate quando, nel “dicembre nero” erano state assunte dai governanti.
Sono state fatte improvvisate e male argomentate anticipazioni di “mosse” a livello europeo senza che ve ne fosse alcuna necessità nel momento attuale.
Si è palesata un’ostinata attestazione sulla soglia del quaranta per cento, come meta da raggiungere, che significa niente altro che sostanziale condivisione delle leggi elettorali stilate dai protagonisti del “decennio nero”.
Conclusione o perorazione finale, come dicono taluni legulei.
Siamo alla vigilia di un nuovo anno e gli auguri sono di rito. Ecco i miei:
a) che gli Italiani mettano da parte la furbizia e privilegino l’intelligenza di cui sono abbondantemente dotati;
b)che trovino il coraggio necessario, per i più conformisti, di dire basta al “malgoverno del decennio nero”; per i promotori della protesta di non fare “i furbi”, occhieggiando, a destra e a manca con proposte ambigue e dette “a mezza bocca”, per cercare consensi; c) che i protestatari tentino di coinvolgere, con un linguaggio meno grossolano le migliori intelligenze del Paese che, se sono veramente tali e se si liberano da paraocchi di comodo, non possono non vedere il pericolo di trasformare l’ultimo “decennio” in un secondo “ventennio” di ben triste memoria.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

CONDIVIDI