Sta per concludersi una legislatura che quasi nessuno avrebbe scommesso sarebbe arrivata alla scadenza naturale.

Un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale avrebbe dovuto, per correttezza istituzionale, affrettarsi a fare una nuova  normativa elettorale e restituire la parola ai cittadini, invece ha approvato, anche con procedure discutibili, una riforma costituzionale avventurista, che è stata respinta da un referendum popolare con netta maggioranza.

L’intera legislatura si è caratterizzata per aver sostenuto governi con maggioranze anomale e per aver eletto due Presidenti della Repubblica. Dopo aver chiesto, in un momento di stallo istituzionale, a Napolitano di accettare un secondo mandato, in seguito alle dimissioni di quest’ultimo, ha finalmente trovato la maggioranza necessaria ad eleggere Sergio Mattarella. Nella parte finale del quinquennio, dopo la dichiarazione della Consulta che anche la nuova riforma elettorale chiamata Italicum era incostituzionale, ha approvato un ulteriore sistema, su cui si addensano ombre di incostituzionalità, come sui due precedenti.

Nessun rimpianto quindi per la fine del mandato di questo Parlamento, dove il fenomeno riprovevole del cambio di casacca, che potrebbe essere giustificato in via eccezionale per gravi motivi di coscienza, ha superato il numero di trecento casi, trasformandosi in un esempio di malcostume senza precedenti. Nonostante tale spettacolo non edificante, rimaniamo tuttavia difensori convinti del principio costituzionale del divieto di mandato imperativo e siamo terrorizzati dalla richiesta, che viene da molti soggetti politici di nascita recente, i quali vorrebbero imporre invece l’obbligo della fedeltà al partito nel quale si è stati eletti. Una tale riforma cancellerebbe la residua libertà del singolo parlamentare, che ha già perso di fatto il rango di rappresentante del popolo, per assumere  quello di nominato dal suo capo politico, trasformandolo in semplice macchina da voto. Tale pericolo assume una sempre maggiore gravità a causa del dilagare di partiti e movimenti  populisti, sovranisti, autoritari, a carattere personale, dominati da personaggi di modesta statura, molto probabilmente sostenuti e finanziati da oscuri e spregiudicati potentati economico finanziari internazionali.

Il popolo italiano all’inizio dell’anno che sta per arrivare, (sembra il 4 marzo) verrà  chiamato alle urne per rinnovare le assemblee parlamentari, con una legge elettorale bizzarra, che molto probabilmente non potrà assicurare una solida e netta maggioranza parlamentare. La conseguenza sarà un’ulteriore fase di incertezza e di difficile governabilità, persino col rischio di un rapido ritorno alle urne. Anche il nostro Paese infatti non sfugge alla incertezza ed allo smarrimento, che domina molte democrazie europee (dopo il Belgio, l’Olanda, la Spagna e la stessa Germania)  e non consente di riprendere il necessario cammino per rafforzare le Istituzioni dell’Unione. Un simile stallo, che probabilmente non avrà gravi conseguenze in campo economico, assume un profilo molto rischioso di fronte alla grave tensione internazionale, connessa  al pericolo terrorista. Il non rassicurante scenario è aggravato dall’isolazionismo degli USA che espone il vecchio continente ad una fragilità senza precedenti nell’ultimo settantennio. Il quadro è reso ulteriormente incerto per la stupidità della Brexit e l’ormai insostenibile nazionalismo antieuropeo dei Paesi di Visegrad.

I liberali ritengono doveroso un impegno attivo in un momento così difficile e si stanno sforzando di cooperare con altri soggetti politicamente e culturalmente affini per partecipare alla competizione elettorale, nell’auspicio che il prossimo Parlamento possa annoverare tra i propri membri qualche rappresentante della propria grande tradizione, con il compito precipuo di difendere i valori fondanti della Repubblica. La Costituzione ha compiuto recentemente il settantesimo compleanno ed i suoi principi hanno un’attualità cristallina, ma merita una urgente revisione nelle parti superate od inattuate, che andrebbe affidata ad un’apposita Assemblea Costituente. Il ritorno in Parlamento del PLI potrebbe  contribuire a far comprendere che il Paese ha bisogno di formazioni politiche con un netto profilo identitario e valoriale, dopo un troppo lungo periodo di dominio di partiti padronali, senza radici ideali e, spesso, con obiettivi miserabili, affidati a personale inadeguato. Tali soggetti, privi di cultura e visione, se non fossero rapidamente spazzati via, potrebbero far sprofondare nel baratro un Paese che invece ha ancora tutte le energie e le qualità per risollevarsi, ritagliandosi un ruolo da protagonista in Europa e nel mondo.

Dopo un annus horribilis, l’unico augurio può essere che il 2018 produca una  svolta in grado di riportare l’Italia nell’alveo della normalità democratica della migliore tradizione occidentale.

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