Carlo Nordio e altri, sulla carta stampata, Antonio Pileggi, su questo giornale on line, hanno ricordato il settantesimo anniversario della Costituzione, sottratta dagli Italiani, con un voto referendario netto e deciso, alle sgangherate e malamente scritte incursioni manipolatorie, in direzione liberticida, rappresentate dalla riforma costituzionale di Renzi, Boschi e Verdini.

Nessuno dei due autori citati ha fatto retorica celebrativa ma certamente entrambi non hanno evitato di ricordare, l’uno, la “genialità” del compromesso politico (secondo l’espressione usata da Carlo Nordio) e, l’altro, la rigorosa perfezione formale del testo (Antonio Pileggi ha citato, infatti, la sottoposizione delle norme al vaglio di illustri linguisti e l’attribuzione alla nostra Carta fondamentale del Premio Strega per la letteratura).

Un leit motiv, anche di tutti gli altri autori che si sono occupati della “celebrazione”, è la ritenuta, esemplare conciliazione d’ideologie confliggenti: cattolica, marxistica e liberale.

Su quest’affermazione, mi permetto di esprimere qualche dissenso e di aggiungere una mia ulteriore considerazione sulla persistenza, nella nostra Carta, di qualche residuo d’ideologia fascista.

Naturalmente, fino a quando sono stato giudice costituzionale ho sempre impedito a me stesso di guardare in senso critico la Costituzione, perché dovevo garantirne l’intangibilità da parte della normativa ordinaria. Il patto sociale, materializzato nella Carta fondamentale dello Stato, non può essere valutato da un giudice costituzionale nel senso della sua bontà e adeguatezza: dev’essere osservato e basta!

Ora che sono ritornato a essere un cittadino libero da vincoli professionali (e per giunta mi dichiaro rivoluzionario liberale, sia pure indipendente da altri leader della mia stessa Rivoluzione) mi consento di esprimere qualche dissenso e di aggiungere una mia considerazione a quelle formulate da Nordio e da Pileggi.

Comincio dal dissenso.

L’appeasement tra l’ideologia marxistica dei comunisti e quella espressa nella Dottrina sociale della Chiesa condivisa dai cattolici (prevalentemente di sinistra) non richiedeva le virtù e la bravura di un novello Houdinì, il Mago d’origine ungherese, che aveva affascinato e sedotto l’Europa per i suoi giochi di destrezza. Le due concezioni non differivano gran che l’una dall’altra.

E’ stato, d’altronde, l’attuale Papa a rivendicare, in data piuttosto recente, per Gesù Cristo la paternità del Marxismo e non v’è motivo di non credergli (anche da parte di chi non gli riconosca la sua conclamata infallibilità).

La presenza dei liberali, peraltro, non professanti un’ideologia, ma semplici portatori di un’idea, sgombra da compromessi fideistici di ogni natura, di intendere e affermare la libertà (unica e vera ricchezza per l’essere umano, secondo l’aforisma di William Hazzlit) ha avuto effetti molto modesti sia sul piano delle norme di carattere economico (si pensi alla Repubblica fondata sul lavoro e non sulla libertà e alla funzione sociale della proprietà, a tacer d’altro) sia su quello della libertà di pensiero (nel nostro codice penale i reati di vilipendio sono ancora lì) sia su quello dei rapporti con la Chiesa cattolica e sia, infine, su quello dell’organizzazione della pubblica Amministrazione, rimasta quella colbertiana e autoritaria del re Sole, di Napoleone e di Mussolini.

L’ulteriore considerazione, rispetto a quelle degli autori citati.

Il compromesso di cui parla Carlo Nordio c’è stato, a mio parere, anche con il pensiero fascista, per quel tanto di tutela delle corporazioni che è contenuto nelle nostre norme fondamentali.

Certamente le Corporazioni d’arte e di mestieri, associazioni di appartenenti a date categorie professionali, non nascono e non sono figlie del Fascismo.

Esse sorgono nel Medio Evo e durano fino ai tempi della Rivoluzione Francese che le spazzò via con efficacia diversa da luogo a luogo.

Fu Mussolini, però, a rivalutarle e a utilizzarle per i suoi fini autoritari di controllo capillare dell’intera popolazione.

Un esempio di persistenza di poteri e di privilegi di tipo corporativo si riscontra agevolmente nei poteri spettanti, in base all’articolo 105 della Costituzione, al Consiglio Superiore della Magistratura che dispone le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi della categoria dei magistrati e che è costituito per ben due terzi da appartenenti all’ordine giudiziario.

In più, nomine di chiaro stampo corporativo sono le elezioni a giudici costituzionali di magistrati ordinari, amministrativi e contabili secondo procedimenti selettivi tutti interni alle categorie indicate e del tutto insindacabili.

Ora, l’articolo 104 della Costituzione definisce la magistratura: un ordine (come quello militare); ma chi può negare che, oggi, in base alle sue numerose (e spesso invocate) “supplenze” in ogni settore dell’attività pubblica sia diventata una sorta di super-potere? Un potere che a differenza degli altri due (legislativo ed esecutivo) non trova la sua fonte nella volontà popolare e non risponde, a fronte di suoi comportamenti aberranti, ad elettori che potrebbero, in ipotesi, non rinnovare il mandato.

E allora, l’organizzazione corporativa e autoreferenziale di soggetti sostanzialmente esenti da vere responsabilità non può rappresentare un pericolo per la nostra vita collettiva e per b la democrazia?

Non amo l’Italia delle corporazioni né nella sua versione medioevale né tanto meno in quella fascista: non posso unirmi, quindi, in toto al coro degli elogi, pur essendomi battuto come Presidente di un Comitato del NO (esattamente quello che suonava: NO AL PEGGIO) per difendere la nostra Carta fondamentale dagli attentati autoritari che volevano “svisarla”.

Sono felice che gli uomini politici che hanno fatto uso nel “decennio nero” di normative truffaldine per riaffermare l’autoritarismo in Italia siano giunti, come suol dirsi, alla frutta.

Ciò però non significa che se una nuova alba democratica dovesse spuntare dopo le “Idi di Marzo” (ma è proprio certo che si voterà allora?) un discorso sulla Costituzione va fatto. Su di esso non mi dilungo, avendo scritto un libro sull’argomento dal titolo “DEBOLE DI COSTITUZIONE”, edito da Mondadori e tuttora reperibile nelle librerie e on line.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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