L’amore per la simmetria è una delle più evidenti eredità italiane dei Bizantini e non di certo la peggiore. Può alimentare, però, qualche equivoco. Nel corso di un convegno organizzato dalla Fondazione Discanto: cultura è politica, politica è cultura, il parallelo francamente non convince.

Si può condividere la prima asserzione che sembra ineccepibile.

Il complesso delle strutture di organizzazione sociale deriva inevitabilmente dalle conoscenze intellettuali, dalle concezioni religiose e filosofiche, dalla maturazione umana dei membri di una collettività; che si sedimentano nel tempo e costituiscono la cifra di riconoscimento della civiltà rispetto alla barbarie.

Più di un dubbio suscita, invece, la seconda parte dell’aforisma.

La tendenza più recente della “politica” sembra piuttosto quella di fare a meno delle persone colte, quelle che sanno e di utilizzare quelle che ignorano o hanno conoscenze distorte; ed è un danno notevole per la collettività.

Quando qualcosa s’incrina nella vita di una società liberal democratica, solo una profonda conoscenza dei suoi meccanismi razionali può condurre a una soluzione giusta per riparare il malfatto.

Prendiamo a esempio il problema della piaga del trasformismo e del rimedio proposto dal Movimento Cinque Stelle del cosiddetto vincolo di mandato per i parlamentari.

La soluzione per porre fine a un mercimonio ignominioso di voti nelle Camere legislative è sintomatica della difficoltà di ritrovare il bandolo della matassa.

Si perde facilmente il filo di un ragionamento logico e la ricerca di una soluzione apre polemiche a non finire.

In astratto, la libertà da ogni vincolo di mandato è una scelta obbligata per un Paese che voglia muoversi nell’ambito di un vero liberalismo: attiene alla libertà del singolo individuo che, scelto dal popolo, come suo rappresentante in Parlamento si rifiuti di eseguire, acriticamente, gli ordini del partito, nelle cui file è stato eletto.

La situazione si presenta diversa, però, quando non è il popolo a scegliere il proprio rappresentante in Parlamento ma è il segretario di un partito a inserirlo, autoritativamente, in una lista di nomi, costringendo gli elettori a votarlo (se scelgono, beninteso, quella data forza politica).

La domanda, a tale punto, è: siamo ancora, con una stortura siffatta (nel diritto di voto) in una liberal democrazia o siamo caduti in un regime para-tirannico in cui eletti ed elettori diventano semplici pedine di un gioco più grande di loro nelle mani di veri e propri burattinai dispotici?

Certamente è vera la seconda ipotesi; eppure se determinate forze politiche, pur giustamente preoccupate dal fenomeno degenerativo del trasformismo, propongono il vincolo di mandato, c’è chi protesta, perché la misura è, senz’alcun dubbio, illiberale in un sistema improntato al pieno rispetto del diritto di voto del cittadino. Basta, però, la protesta sic et simpliciter? O l’attenzione alla violazione dei principi del liberalismo deve individuare e denunciare anche, e forse soprattutto, il primo momento in cui essa avviene? E ancora: ha un senso protestare per l’inidoneità del rimedio a curare gli effetti, se non si affronta contemporaneamente il problema della causa del male (id est, un sistema elettorale palesemente anti-democratico che rompe il rapporto degli elettori con i rappresentanti in Parlamento che finiscono con l’essere i messi del partito e non più dei cittadini) ?

Per ritornare al principio liberale di un vero mandato libero occorre, prioritariamente, abolire il marchingegno elettorale che priva il cittadino del suo naturale diritto di scegliere i propri rappresentanti.

Certamente, l’istituzione di un vincolo di mandato nasce dall’incultura liberale ed è la classica toppa peggiore del buco, ma chi non vede il buco e non lo denuncia adeguatamente e con lo sdegno necessario non ha il biblico diritto di scagliare la prima pietra.

La verità è, però, che dopo due millenni di cultura autoritaria e illiberale, la gente nell’Euro-continente è disorientata e prende anche altri abbagli.

Si può fare il caso dell’immigrazione incontrollata sulle coste meridionali del Vecchio Continente.

La liberal democrazia nasce in Gran Bretagna all’ombra di una filosofia empiristica, di un pragmatismo da essa derivante e di una religione ampiamente tollerante e permissiva. Si sviluppa in un contesto sociale omogeneo e sempre alla ricerca, spesso faticosa, di una soddisfacente integrazione etnica e culturale.

Senonché, la liberal democrazia favorisce anche lo sviluppo economico e quest’ultimo dà luogo alla cosiddetta globalizzazione, con apertura dei confini posti a protezione delle singole comunità.

Inghilterra e Stati Uniti, per ripristinare le condizioni del vecchio e collaudato contratto sociale tra gli abitanti dei loro rispettivi territori, posto alla base delle più consolidate liberal democrazie esistenti al mondo calano le saracinesche dei loro confini.

Ed ecco che è subito pronto l’epiteto infamante di “isolazionismo”, da parte di uomini che pur si dicono amanti della libertà e fautori di una libera e civile convivenza sociale.

Condannare, però, le due uniche, vere democrazie liberali, ritenendole colpevoli di avere compreso, prima di altre, gli effetti perversi della globalizzazione (non sul piano economico, che resta, ma su quello sociologico della convivenza umana) e di chiudere, conseguentemente, i confini per continuare ad applicare il consolidato principio hobbesiano del patto sociale (contenendo, in tal modo, non soltanto gli eccessi dello Stato-Leviatano ma anche del “Mostro” di un’immigrazione permanente e disgregatrice di ogni costume di vita civile) è un fuor d’opera.

Significa buttare a mare i principi della liberal democrazia e prestarsi all’accusa, certamente non infondata, di voler ripristinare il tribalismo delle origini umane e, nel contempo, approvare senza fiatare il nuovo schiavismo derivante dall’importazione (imposta da imprenditori non in grado di reggere gli effetti di un altro principio liberale, quello della concorrenza) con l’assunzione di lavoratori di colore a bassa paga.

In conclusione: è difficile essere liberali in un contesto umano e sociale, come quell’Europeo continentale, devastato da due millenni di concezioni religiose e filosofiche, assolutiste, dogmatiche, autoritarie e ipocritamente contrassegnate da idee di salvezza ecumenica e universale, dirette a dare copertura alle più basse manovre di potere e d’interesse economico.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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