Le piccole maschere della più recente “commedia all’italiana” (Renzi, Boschi e Verdini), proponendo mostruose leggi elettorali (denominate: Porcellum, Italicum e Rosatellum) e una riforma costituzionale da Paese democraticamente sottosviluppato nonché dando luogo a scandali clamorosi e a conflitti d’interessi di proporzioni gigantesche e pur costituendo una disavventura spiacevole (anche se non unica) nella storia bimillenaria del Bel Paese, sembrano destinate ad allontanarsi dal proscenio della politica italiana e scomparire tra le quinte, alle prossime “Idi di Marzo”.
Il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere che la Corte Costituzionale aveva dichiarato costituzionalmente illegittime e quindi anche il Parlamento che aveva sorretto la messa in scena della farsa è andato a casa.
L’inizio di un nuovo anno è vicino: l’augurio da farci è che le prossime elezioni ci diano parlamentari sufficientemente coraggiosi e liberi dalla dipendenza del seggio conquistato, in grado di “azzerare” o attutire il colpo di tutte le nefandezze incautamente compiute a danno della democrazia italiana e consentirci di rivotare, prima possibile (non alla scadenza naturale di camere legislative che, purtroppo, saranno elette anch’esse con marchingegni truffaldini) per un Parlamento, veramente degno di tale nome.
La prospettiva di un Governo e di un Parlamento a tempo volontariamente circoscritto non dovrebbe preoccupare gli elettori. Esso ci consentirebbe di rimetterci sui binari di una vera democrazia, con organi istituzionali pienamente legittimi.
In particolare, un’attenzione prioritaria dovrebbe essere dedicata alla Corte Costituzionale, che è venuta a trovarsi, a causa della situazione d’illegalità determinatasi nel Paese, in condizioni molto particolari. E ciò a causa della sua composita formazione.
Dei suoi quindici membri, infatti, alcuni sono stati eletti da un Parlamento che essa stessa ha dichiarato incostituzionale e altri da Presidenti della Repubblica eletti da quelle medesime Camere legislative in situazione di illegalità.
Allo stato sono correttamente eletti, in base a norme vigenti non impugnate, solo i membri provenienti dalle Magistrature: gli unici, peraltro, privi di ogni investitura popolare anche mediata.
La funzione di un organo di garanzia costituzionale pleno iure, in un Paese dove le “amenità” giuridico-politiche si susseguono l’una alle altre con velocità e intensità crescenti senza suscitare reazioni di sdegno nella popolazione; dove l’idea che basti il quaranta per cento dei voti alle elezioni ottenuto da una minoranza per chiedere e avere in regalo un “premio” adeguato a trasformare quello sparuto manipolo di deputati, nominati in effetti dai capi-partito e mai veramente scelti dal voto dei cittadini (a fronte del sessanta per cento degli elettori contrari) in maggioranza di governo è considerata “ragionevole” da molti benpensanti che affollano i salotti della borghesia che pretende di rappresentare la classe colta; dove si è prospettata, sui mass-media, l’idea farneticante di ibernare un Presidente del Consiglio dei Ministri, nominato da un Parlamento decaduto e già dichiarato dalla Consulta costituzionalmente illegittimo, perché il Capo dello Stato, come un mago delle Antille che pratica tale miracoli per gli “zombie”, gli possa restituire la vita (politica, naturalmente) e farlo continuare a governare fino a nuove elezioni autunnali, perché si teme che quelle primaverili non diano l’esito sperato (quale?) senza neppure che la comunità dei giuristi insorga con veemenza; in un Paese di tal fatta una Corte Costituzionale non solo è necessaria ma indispensabile.
Se gli uomini politici, per sprovvedutezza, per incultura, per incompetenza, per ignoranza, sempre più accentuata e progressiva, dell’ABC dell’ordinamento istituzionale, passano da un’enormità all’altra con una spregiudicatezza che sembra rasentare la follia, oltretutto nella forma suicida del cupio dissolvi, chi può legittimamente lagnarsi che la Corte Costituzionale si occupi di leggi elettorali, dirima i conflitti tra Stato e Regioni, giudichi dell’ammissibilità dei referendum, intervenga su altre questioni delicate?
Il problema vero è, però, che le modalità di accesso alla Corte dovrebbero essere profondamente riformate.
Alle autorità monocratiche, come il Capo dello Stato, andrebbero sottratti i poteri di nomina (che oggi avviene, senza neppure la garanzia di un successivo confronto parlamentare) per l’uso (potenzialmente) “di parte” che può esserne fatto, con conseguente pesante alterazione dell’equilibrio politico interno raggiunto tra i giudici.
Allo stesso modo andrebbe soppressa l’elezione da parte delle corporazioni dei magistrati.
L’origine di questi ultimi sta nell’appartenenza a una pubblica Amministrazione cui è attribuito il più delicato dei poteri pubblici, quello di fare giustizia, senza che essi derivino la loro legittimazione dallo Stato-Comunità (come avviene negli ordinamenti veramente democratici).
Certamente un pubblico dipendente statale, un magistrato giunto ai massimi livelli di carriera è legittimato a far parte della rosa degli eleggibili, ma la scelta dev’essere fatta dal Parlamento e non dalla Corporazione d’appartenenza.
I tentativi fin qui compiuti non si sono mai allontanati dalla logica autoritaria che ispirò Jean Baptiste Colbert, desideroso di rendere un buon servigio all’assolutismo del Re Sole, attraverso la creazione di uno stuolo di civil servant, proni e succubi del potere politico; una logica che piacque a Napoleone, alle monarchie asburgiche e borboniche e che ha sedotto anche gli uomini politici sopravvissuti ai regimi del “secolo breve”.
In considerazione del fatto che la Consulta, nell’attuale composizione, cumula i difetti dell’autoritarismo individuale del Capo dello Stato con quello corporativo delle varie Magistrature, correggerne la composizione, rendendola più parlamentare di quanto sia oggi, è un must. Contestualmente, però, occorrerebbe ridurre il quorum necessario per l’elezione: maggioranza assoluta (e non più elevata, com’è oggi).
Infine, per eliminare conflitti interni, spesso poco commendevoli e indegni di un complesso elevato di tale natura, anche l’elezione del Presidente dovrebbe essere fatta dal Parlamento.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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