“Debole di Costituzione” è il titolo di un libro che ho scritto per la casa editrice Mondadori e su cui ho ricevuto un buon numero di consensi. Sono molti, infatti, gli Italiani convinti che la nostra Costituzione sia da rivedere, per taluni, circoscritti aspetti.
Essa certamente è ancora adeguata al suo ruolo fondamentale, ma qualche ritocco opportuno, diretto a “scolorire” le sue origini ideologiche e a introdurre elementi innovativi, soprattutto sul piano della pubblica amministrazione e della giustizia, desunti dagli ordinamenti più profondamente liberali, potrebbe meglio favorire la fase di passaggio del nostro Paese dalla Società manifatturiera a quella post-industriale e dei servizi e aiutare lo sviluppo dell’alta tecnologia.
Naturalmente, a mettere mano a un compito così delicato e speciale, non possono certamente essere chiamati gli “anonimi” eletti del Rosatellum (allo stato solo potenzialmente illegittimi per effetto, cioè, di un’eventuale pronuncia della Corte in merito) perché, con buona probabilità, rifarebbero gli stessi, madornali errori degli “anonimi” del Porcellum (concretamente illegittimi per essere stati dichiarati tali dalla Consulta).
Su questo giornale ho sostenuto che l’unica riforma costituzionale veramente urgente per l’assoluta emergenza di ricostituire su basi di piena garanzia l’organo di controllo costituzionale del nostro ordinamento giuridico è quella della Consulta.
Ricorre, per essa, la circostanza icasticamente espressa dal motto: Annibale è alle porte!
L’improcrastinabilità del provvedimento di riforma deriva dalla situazione in cui la nostra Corte Costituzionale è venuta a trovarsi per effetto delle “aberrazioni” derivanti dai “pasticci” istituzionali del cosiddetto “decennio nero”.
La mancata applicazione del termine previsto nella norma dell’articolo 136 della Costituzione sulla cessazione di efficacia del Porcellum (giorno successivo alla pubblicazione della decisione) ha creato situazioni non previste dai Padri Costituenti e che hanno sconcertato i cittadini, anch’essi fiduciosi nella rigorosa osservanza della prescrizione, chiarissima, del predetto articolo.
Per il resto delle norme della nostra Carta fondamentale, non c’è nulla che non possa tranquillamente attendere la promulgazione di una legge elettorale, anche se di uguale urgenza, che ricrei, il più possibile, le condizioni delle elezioni politiche del 1946, epoca dell’Assemblea Costituente.
Non è superfluo ricordare che l’organo legislativo elettivo (che aveva, innanzitutto, il compito di redigere la Costituzione della neonata, prima Repubblica Italiana; di votare la fiducia al Governo; approvare le leggi di bilancio e ratificare i trattati internazionali) si era dimostrato ampiamente meritevole della fiducia in esso riposta dagli Italiani.
Per consentire una sollecita approvazione della nostra Carta fondamentale, le funzioni legislative erano state assegnate al Governo, ma il buon fair play politico di quegli anni lontani aveva indotto il Consiglio dei Ministri a rimettere sempre i provvedimenti legislativi più importanti all’Assemblea Costituente.
Il meccanismo elettorale prescelto dai nostri Padri della Patria era proporzionale con liste concorrenti in trentadue collegi elettorali plurinominali. Al voto aveva partecipato l’ottantanove, virgola zero otto per cento degli elettori.
La sede per l’organo legislativo monocamerale era stata fissata a Palazzo Montecitorio. Una commissione e tre sottocommissioni e un ristretto Comitato di redazione avevano predisposto il testo, in tempi abbastanza ristretti.
Parlare, oggi, di Assemblea Costituente senza tener conto dell’esperienza passata (e felicemente portata a termine con un testo, comunque, chiaro, limpido e comprensibile) e pensare di affidare il compito della stesura di un nuovo testo a “legislatori” di scarsa cultura giuridica e di ancor minore conoscenza del buon lessico italiano significherebbe rendere un cattivo servigio a noi stessi e agli Italiani del futuro.
I provvedimenti legislativi degli ultimi tempi del nostro Parlamento sono esempi di farragine, confusione, babele linguistica, baraonda concettuale raramente riscontrabile in altri ordinamenti giuridici, fatta eccezione, probabilmente, soltanto per le norme dell’Unione Europea, ugualmente, mal scritte e disorganiche.
L’esempio dell’icastico diritto Romano è troppo lontano nel tempo; come modello attuale bisognerebbe fare riferimento a quello inglese, redatto prevalentemente, secondo i principi della Common Law, da esperti giureconsulti in toga e parrucca.
Di là, però, dell’essenziale sensibilità, attendibilità e credibilità politica, congiunta a una basilare competenza professionale, dei nuovi Costituenti, sembra fondamentale l’osservanza del dato più necessario per realizzare una buona riforma costituzionale; che dev’essere rispettosa della volontà dell’intera popolazione italiana.
Sotto tale profilo, l’adozione, già felicemente sperimentata nel 1946, del sistema elettorale proporzionale a liste concorrenti potrebbe risolvere il problema.
In tale sistema, infatti, la valenza del voto è uguale per tutti i cittadini, quale che sia la forza politica prescelta (vittoriosa o sconfitta dal voto) e la selezione dei candidati è opera degli elettori e non dei segretari dei partiti.

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