Per molti decenni, il gergo usuale nella nostra vita pubblica è stato il “politichese”, che aveva  raggiunto il suo culmine con l’espressione insensata delle “convergenze parallele”.

E’ difficile individuare la genesi di una tale astrusa deformazione del linguaggio. Probabilmente quel modo di esprimersi in maniera contorta, aggrovigliata, tortuosa era stato ereditato dagli uomini politici democristiani dalle prediche dei parroci, infarcite di parole lambiccate e complicate per girare intorno ai problemi senza affrontarli mai veramente nella loro essenza e per esprimere dissensi con termini involuti per meglio nascondere e mimetizzare la vis polemica, sottostante.

Meno responsabile delle contorsioni verbali tipiche di quel gergo era il linguaggio dei comunisti che, intriso di veleno classista, riproponeva con argomenti opposti, “di sinistra”, la stessa violenza verbale “di destra”, che era stata dell’eloquio fascista con i suoi folli desideri di onnipotenza nazionale.

Comunque, imperante il “regime” democristiano, il ricorso a frasi melliflue, dolciastre, mielate e melense, solo apparentemente umili e remissive (mai stentoree e reboanti come quelle degli avversari di destra e di sinistra) era stato, in grande misura, prevalente nella vita politica italiana. Accuse criptiche e insinuazioni venefiche (che risultavano chiare solo agli “addetti ai lavori” fino a diventare tossiche per i loro destinatari) ma anodine e incomprensibili per la massa dei cittadini  costituivano la regola di quella comunicazione cifrata. Di quegli ingannevoli “specchietti per allodole” gli elettori più giovani, desiderosi di sincerità nel linguaggio politico, non ne potevano più.

E’ da ritenere, quindi, che una delle ragioni del successo del Movimento delle Cinque Stelle sia stata probabilmente proprio quella di corrispondere a tale sentimento di rifiuto delle falsità e delle ridondanze, così ricorrenti nel gergo usuale nella nostra vita pubblica.

Nella ripulsa per il “politichese”, chiaramente enunciata dal Movimento delle Cinque Stelle, i suoi simpatizzanti e i suoi elettori hanno colto, probabilmente, un atteggiamento nuovo nella vita pubblica italiana e un abito mentale non più diretto a mentire, simulare o dissimulare, muoversi attraverso ambigue reticenze e ipocriti eufemismi. Hanno gradito la schiettezza nel dialogo con i cittadini.

L’unica domanda che i più diffidenti si possono porre è: se e quando durerà.

Per dimostrare che si tratti  un mero lampo nel cielo, sono già pronti i trabocchetti predisposti dagli uomini politici del “decennio nero”:  i “penta-stellati” dovrebbero evitare di cascarci  dentro.

Si possono fare degli esempi per chiarire l’idea.

La “sincerità” richiesta dalla gente postula anche che il Movimento delle Cinque Stelle smetta di parlare e di esaltare le sue elezioni “primarie” pur denominandole, con prova di ben modesta fantasia, “parlamentarie”. Perché perpetuare l’inganno del Partito Democratico che si è avvalso di quella truffa per abbindolare gli elettori?

Nel sistema politico degli Stati Uniti d’America, queste ultime sono le elezioni che ciascuno dei due maggiori partiti promuove nei singoli Stati per designare i delegati alla Convenzione nazionale che a sua volta sceglie il candidato per la carica di Presidente della Repubblica. Esse in quasi tutti gli Stati sono regolate minuziosamente dalla legge e ciascun cittadino che si dichiari simpatizzante di un certo partito ha diritto di parteciparvi, se ricorrono date condizioni.

Se è così, non rappresenta certamente una rottura con il passato un Movimento che scimmiotta i mistificatori “democratici”, inventori dei Gazebi che non sorprendono nessuna persona ragionevole con quei prodotti pre-confezionati in baracconi da fiere del tutto simili a quelli delle vecchie feste dell’Unità.

Il Movimento che ha fatto dell’iconoclastia e dell’irriverenza i propri cavalli di battaglia non può credere che la gente possa veramente considerare le “primarie”, on line, più serie di quelle che esso stesso ha convinto gli Italiani a considerare delle colossali buffonate.

E ancora: che significa affermare oggi di volere introdurre la fiducia obbligatoria, modificando l’articolo 67 della Costituzione?

La misura ha un senso soltanto se s’intende mantenere la prassi dei nominati, dai Segretari politici, e alimentare in tal modo  il trasformismo che consegue a ogni scelta “prezzolata” di esecutori di ordini di scuderia.

Non ne ha alcuno, invece, se si pensa (come si dovrebbe) di restituire ai cittadini il diritto che è stato loro sottratto di scegliere i propri rappresentanti (sia pure elencati in una lunga lista) e di eliminare il sistema attuale, che è un mero regolamento di conti personali all’interno di un partito che vuole realizzare gli stessi metodi di selezione di una banda di malaffare.

E’ chiaro, infatti, che se i cittadini ritornano a scegliere con il sistema proporzionale con liste, i propri rappresentanti in Parlamento, il divieto del vincolo di mandato diventerebbe una contraddizione più che evidente in una democrazia liberale. Il trasformismo non verebbe del tutto debellato ma ridotto in limiti accettabili.

E ancora (e per concludere): in un rapporto di sincerità con gli Italiani non sarebbe preferibile chiedere loro il voto per ripristinare, magari nel corso di un biennio (metà legislatura), quella legalità, compromessa nel “decennio nero”, che è necessaria in ogni Stato veramente civile.

Il Movimento non può ignorare  che l’ultimo atto nefando del Parlamento dichiarato incostituzionale  è  stato il provvedimento di legge elettorale che porterà anche i suoi eletti in Parlamento.

Quello indicato sarebbe un modo di operare corretto e utile a dimostrare che la competizione politica non è, per chi protesta, una gara sporca per arraffare posti di potere e di forza economica, in favore di governanti, per giunta, con buona probabilità, ugualmente inesperti, provinciali e giuridicamente sprovveduti come quelli che li hanno preceduti.

Tale programma, circoscritto, ridotto (ma di grandissima importanza) costituirebbe la giusta via non solo per aumentare il proprio consenso popolare alla prossima tornata elettorale, ma anche per chiamare a raccolta intorno a sé tutte quelle forze del Paese, liberali, ancora sane (forse anche sensibili all’innovazione) competenti e capaci che sono state in disparte negli anni dell’arrembaggio a poltrone e “strapuntini” ma che non hanno mancato di far sentire la loro voce e il loro peso tra la gente per dare il colpo di grazia a chi, sulle linee del reportdella Banca J.P. Morgan Chase, voleva condurre gli Italiani nel vicolo cieco di un nuovo fascismo.

La scelta consentirebbe anche al Movimento di presentarsi sulla scena internazionale come una forza molto responsabile e valida interlocutrice sui problemi dell’oggi; che sono sempre anche (e in grande parte, soltanto) mondiali.

Per converso, il rischio (grave) sarebbe che gli Italiani rivolgessero la medesima accusa d’insincerità agli eventuali vincitori delle prossime elezioni. Il danno sicuro consisterebbe in una perdita di fiducia irreversibile per la vita democratica e liberale della nostra comunità.

I leader del Movimento evitino, quindi, le “guasconate” della politica renziana. La giovane età di molti “penta-stellati” non gioca a favore delle ripresa di un dialogo scevro dalla propaganda che è propria dei “regimi”. Qualche “spavalderia” da caffè dello sport, purtroppo, si è già registrata. I leader del Movimento dovrebbero ripetere a se stessi che la gente è stufa di prove muscolari senza alcun riferimento ai contenuti dello scontro in atto; è diventata insofferente alle vanterie da miles gloriosus o da praticanti del “braccio di ferro” nei bar di provincia.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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