Il silenzio delle Istituzioni, dei Partiti tradizionali e dei mass-media (che, a causa dei finanziamenti, li appoggiano e sostengono) sulla situazione d’illegalità determinatasi, in Italia, a causa del deficit di democrazia nel “decennio nero” (estesa da un Parlamento non più rappresentativo alle maggiori Autorità del Paese), è clamorosamente e paradossalmente “assordante” perché è sostituito dallo strepito, dal fragore, dal rimbombo “spaccatimpani” delle “ciarle” sui temi economici e internazionali.

Discettando di pil, di ripresa economica e di altre “diavolerie” (di cui chi parla o scrive, spesso, ne sa meno di chi ascolta o legge) si vuole lasciare intendere agli elettori la necessità di affidarsi ancora a quei pseudo-professionisti della politica che menano vanto di essere stati preoccupati, nella loro gestione del potere, più dallo spread che dai sintomi di una democrazia traballante.

Naturalmente, si tace agli elettori che la soluzione, positiva o negativa, delle questioni economiche (crisi e soluzioni di esse) dipende soltanto ormai, come abbiamo imparato a capire, da congiunture internazionali e non di certo dalla bravura (vera “Araba Fenice”) o dall’incompetenza teorica e inconcludenza pratica (entrambe, terribilmente diffuse) dei nostri governanti (oltre che dei burocrati di Bruxelles).

Per uscire dall’impasse di una vita democratica carente, i cittadini che hanno avuto la sensibilità politica di opporsi a una deformazione in senso autoritario della nostra Costituzione non hanno che una sola strada: trovare in loro stessi, la forza di volontà di compattarsi come al momento del referendum anti-renziano.

Occorre, in altre parole, far rifluire i voti degli Italiani su forze autenticamente liberali (di tipo “rivoluzionario” nel senso gobettiano e antifascista del termine, senza compromessi, cioè, e soprattutto senza precedenti imbarazzanti, su proprie responsabilità, a vari livelli istituzionali oltre che parlamentari, per il varo delle tre leggi elettorali del “decennio nero”) per consentire a un Parlamento quasi in maggioranza plebiscitaria di varare una legge elettorale in linea con le norme delle democrazie più evolute.

Senza tale premessa, il futuro, variegato e confuso, Parlamento di Marzo 2018 (che verrà fuori ancora una volta da un mare di astensioni) non potrà, infatti, riformare, con le sue risicate forze, la legge elettorale che, per giunta, è alla base della sua stessa elezione.

E’ verosimile pensare che le prossime elezioni non saranno vinte né dal Centro Destra, per l’ipotizzabile defezione della Lega, né dal Centro Sinistra, distrutto dall’infausta “sindrome renziana”. Anche, però, i probabili vincenti partiti della protesta (Cinque Stelle e Lega) avranno bisogno di un sostegno che eccede le loro rispettive forze.

Sinora all’orizzonte sono apparse, per tale incombenza, soltanto disarticolate, male “accroccate” e disomogenee forze politiche, peraltro responsabili, ameno talune di esse, di cedimenti clamorosi, alcuni sul piano politico, altri sul piano istituzionale e parlamentare, dell’ultimo sfregio fatto alla democrazia dagli autoritari protagonisti, di destra, di centro e di sinistra, del “decennio nero”, con l‘approvazione della legge elettorale Rosati (detta “Rosatellum”).

Per raggiungere l’obiettivo, un Gobetti redivivo, quindi, riterrebbe necessaria una massiccia partecipazione al voto del 4 Marzo 2018 da parte di tutti i cittadini che opposero un netto NO alla richiesta di votazione referendaria favorevole alla riforma costituzionale di Renzi, Boschi e Verdini; richiederebbe, cioè, di portare allo stesso, sessanta per cento dei voti di allora, l’affermazione dei partiti della protesta contro il “sistema” rappresentato dagli schieramenti tradizionali del Centro-Sinistra e del Centro-Destra.

In buona sostanza, penserebbe di dare man forte alle posizioni sostanziali (e non formali e di collocazione politica) assunte, sui vari problemi sul tappeto, dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega.

Le motivazioni di una tale tesi, così radicalmente opposta alla prudenza sempre praticata e alla cautela tradizionale del partito in cui militava Piero Gobetti sarebbero molteplici e complesse.

La situazione dell’Italia d’oggi non sarebbe molto dissimile da quella che lo scrittore e politico torinese paventava per il tempo successivo all’approvazione della legge Acerbo.

E’ vero che i nostalgici del Duce del Fascismo sono ridotti, oggi, a poca cosa, ma è incontestabile che essi si sono abilmente inseriti in una coalizione di partiti che aspirerebbe a governare, senza ricambio, il Paese, mettendo in ombra la natura autoritaria di tipo muscolare con altra di orientamento diverso solo nella forma.

La mancanza di liberali come Giovanni Amendola e Piero Gobetti e di socialisti come Giacomo Matteotti, avrebbe già fatto sì che un Parlamento destinato a essere disciolto al momento della pubblicazione della sentenza della Consulta (che lo dichiarava affetto da illegittimità costituzionale del sistema elettorale) abbia potuto governare sino all’esaurimento del suo illegale mandato.

In conclusione. A parte il verificarsi di un miracolo, per gli Italiani che non s’adattano ancora all’idea (peraltro, già accettata da molti concittadini) a ripercorre il cammino infausto dei loro progenitori degli anni Venti, le speranze residue di continuare a vivere in un Paese civile, saranno riposte soltanto in una Corte Costituzionale (dalla composizione “alterata” dagli eventi del “decennio nero” che, già, nella decisione sull’Italicum sembra aver fatto qualche passo indietro rispetto alla sentenza sul Porcellum), in leggi di iniziativa popolare che diano nuovamente agli elettori il diritto di scelta dei propri rappresentanti in Parlamento, in referendum abrogativi per le parti delle leggi più contrarie e punitive dei diritti politici del cittadino.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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