Il segretario del Partito Democratico ha lanciato, nel giorno della Befana, la proposta di abolire per gli Italiani il canone RAI.
La sua stessa forza politica d’appartenenza ha accolto, però, la notizia con commenti gelidi se non irati. Un membro del Governo, in carica per gli affari correnti, l’ha definita addirittura una “presa in giro”.
Giovanni Valentini, grande esperto dei problemi dell’informazione, giornalista già de “La Repubblica” e oggi corsivista de “Il fatto quotidiano”, ha rilevato che l’abolizione del canone radiotelevisivo rischierebbe di “destabilizzare, ulteriormente, un sistema che nel suo complesso non garantisce il pluralismo, l’indipendenza e l’imparzialità dell’informazione”.
“Il sistema delle comunicazioni, in Italia”, aggiunge Valentini, “è dominato da una prevalenza della televisione che non ha paragoni nel resto d’Europa”. E’ “una tv”, prosegue ancora, “che forma e deforma l’opinione pubblica, influendo sui comportamenti dei cittadini e anche sulle loro scelte elettorali.”
Sempre a giudizio del corsivista, la RAI, “continua a drenare risorse pubblicitarie sempre più scarse, a scapito del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza, in direzione opposta al riequilibrio….”
Non pago dello scenario descritto a proposito del cosiddetto “servizio pubblico”, Valentini, nel descrivere il nostro complessivo sistema informativo, osserva che v’è anche il “macroscopico conflitto d’interessi che tuttora incombe…” su un “leader politico, concessionario pubblico” di reti televisive.
Traendo le conclusioni da tali considerazioni si può ritenere che se l’ipotesi, formulata dal “The economist” giornale britannico, ritenuto solitamente bene attento ai fatti politici italiani (ipotesi condivisa anche da molti nostri osservatori), di un futuro Esecutivo affidato alle forze unite del centro-sinistra e del centro-destra dovesse prevalere a “formare e deformare l’opinione pubblica, influendo sulle scelte future di voto dei cittadini” sarebbero, congiuntamente, la RAI e MEDIASET, sotto l’indirizzo di quelle stesse forze che hanno dominato nel governo del Paese, solo alternativamente, nel “decennio nero”.
Quanto ciò possa andare a maggiore “scapito del pluralismo dell’informazione e della concorrenza” tra reti radio televisive, gli Italiani possono bene immaginarlo, facendo tesoro delle acute osservazioni di Giovanni Valentini.
Se a ciò si aggiunge che il novantanove per cento della carta stampata è in mano degli stessi fautori dei governi dell’una o dell’altra coalizione del “decennio nero” si può, agevolmente, trarre la conclusione che, nell’ipotesi di un loro “abbraccio” nell’Esecutivo la percentuale del consenso a chi comanda assumerebbe proporzioni “bulgare”, secondo un’espressione molto in voga ai tempi dell’impero sovietico.
Non v’è dubbio, quindi, che il lavoro fatto da gruppi di studio molto vicini alle élite finanziarie mondiali, di cui ho scritto nei miei articoli precedenti, stia dando i suoi frutti; almeno, a livello di esternazione di desiderio e di formulazioni di previsioni.
E’ probabile, però, che, ciononostante, gli Italiani, per una serie di circostanze a tutt’oggi imprevedibili, non cederanno il governo del Paese alle forze che hanno dominato il “decennio nero” e che quindi non vi sarà l’unione tra un centro sinistra che ha monopolizzato, in modo oltraggioso, la RAI, annullando la precedente, pur discutibile, tripartizione (una rete alla Dc, una al partito socialista, una al partito comunista) e un centro destra che attraverso la persona del suo leader detiene più reti radiotelevisive.
In tale ipotesi, resterà, in misura ancora più eclatante, il problema di che cosa fare della RAI che molti, in maniera imperterrita, continuano a definire, paradossalmente, “servizio pubblico”, pur dopo il chiaro, sostanziale impossessamento da parte di un partito politico, che altro non è, a norma di legge, che un’associazione privata.
Secondo il parere di molti, il mantenimento in piedi di una tale, elefantiaca (più che colossale) struttura pubblica creerebbe un gigantesco problema di utilizzazione del personale che è stato, con troppa frequenza, selezionato più esaminando i dettagli delle tessere dei partiti-sponsor (soprattutto: la data di emissione) che non i curricula professionali e personali degli aspiranti al posto.
Il problema della sua privatizzazione, secondo una tale corrente di opinione, s’imporrebbe non solo per evitare un’ulteriore, pletorica immissione di personale fedele ai nuovi governanti (così perpetuando una pratica deteriore, antecedente allo stesso “decennio nero” e contraddittoria rispetto al bisogno di onestà e di correttezza morale ripetutamente invocato) quanto anche per contribuire a una notevole economia sul piano del bilancio pubblico e a una differente utilizzazione del canone, vera e propria tassa a carico dei contribuenti.
Non v’è dubbio che gli aspetti economici di bilancio e di utilizzazione del personale assunto con criteri molto discutibili abbiano il loro peso.
Un rilievo prevalente, per un liberale indipendente, anche se non rivoluzionario, assume il problema del rispetto della libertà dei cittadini.
Rebus sic stantibus, gli Italiani sono già stati privati dei diritti politici di scelta dei propri rappresentanti in Parlamento.
Se a essi s’imporrà anche un’informazione di Stato (una sorta di Pravda pluri-mediatica) gestita a quattro mani dai “nuovi” alleati, già protagonisti, in alternanza, del “decennio nero”, credo che una fascetta (attenti al proto!) nera di lutto s’imporrà per tutti i residui amanti della libertà in un Paese ai servaggi e al conformismo avvezzo per lunga e consolidata consuetudine.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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