Il danno che due inutili e banali espressioni idiomatiche, decisionismo e governabilità, hanno fatto alla nostra vita democratica non è stato ancora valutato a sufficienza.

La tendenza di “privilegiare” la decisione (sempre e comunque) sulla riflessione (nella convinzione che faccia perdere solo tempo) e l’asserita necessità di una continuazione dell’azione del governo rappresentano, rispettivamente, un’assurdità e una ovvietà (quasi tautologica) che non avrebbero meritato di essere prese in considerazione, come utili “neologismi”, dagli autori di dizionari della lingua italiana.

Eppure queste due stupide parole hanno fatto crescere, come osserva in un suo editoriale un uomo politico di vecchia data, in modo irresistibile nel nostro Paese il desiderio di autoritarismo.

L’invito successivo dell’uomo politico a rendere forte la nostra democrazia, con l’adozione di sistemi elettorali, sempre meno proporzionali e sempre più maggioritari, merita anch’esso un chiarimento.

Il problema non è quello della scelta tra un sistema proporzionale e uno maggioritario: entrambi possono andare bene come dimostrano le esperienze dell’uno o dell’altro tipo nei vari Paesi democratici del globo.

Se, per fare un esempio, l’Italia adottasse il sistema maggioritario britannico, quello, per capirsi, utilizzato nel Regno Unito per le elezioni alla Camera dei Comuni, copiandolo dall’A alla Z, o variandolo senza cambiarne la sostanza: nulla quaestio, come dicono i giuristi.

Esso non altererebbe il principio democratico che, per poter governare, il partito vincente, deve detenere, per suo conto, la maggioranza del cinquanta più uno per cento dei voti (assoluta); in caso contrario deve coalizzarsi, ipotizzando soluzioni di governo “di compromesso”, con altre forze politiche per raggiungere quel quorum.

L’inventore, invece, di un modo diverso e del tutto originale di garantire “decisionismo” e “governabilità” anche per un Esecutivo formato da una sparuta minoranza del Paese ha un nome e un cognome passati alla Storia, ma non certo nel migliore dei modi: Benito Mussolini.

La “brillante” trovata del maestro di Predappio, naturalmente, ha trovato adepti e seguaci solo in Italia, immodificabile “bordello” dantesco.

Nel “decennio nero”, infatti, ben due uomini politici, l’uno di centro-destra, l’altro di centro-sinistra, hanno pensato d’imitare “il duce” e vi sono riusciti.

E dagli effetti del primo misfatto, denominato “Porcellum”, gli Italiani non sono riusciti mai ad affrancarsi, perché una decisione della Corte Costituzionale che dichiarava illegittimo quel sistema elettorale non è stata mai eseguita. Il parlamento illegale ha continuato a legiferare, mettendosi persino sotto i piedi vecchie prassi e norme parlamentari, ed accettando che fosse il governo a presentare per l’approvazione una riforma della Costituzione!

Dalle conseguenze del secondo, è prevedibile che non si libereranno tanto presto (e forse: neanche facilmente) perché la discussione della questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta è di là da venire e con il precedente delle decisioni sul Porcellum e sull’Italicum c’è poco da farsi illusioni.

Naturalmente, l’esito della lotta in atto nel Pianeta, tra due mastodontici colossi del mondo produttivo non è per niente scontata e le conseguenze sul voto italiano saranno tutt’altro che insignificanti.

Vediamo gli schieramenti in campo.

Da un lato, vi sono i “liberisti” fanatici della globalizzazione, favorevoli a immigrazioni di lavoratori di colore a basso costo (nuovi schiavi del terzo millennio), detentori della quasi totalità dei mass-media, indifferenti alle sorti di una crescente pauper class privata dei diritti politici fondamentali, senza garanzie per il lavoro e senza welfare sono tuttora in prevalenza e possono contare su sacche di nostalgici dei precedenti establishment inglesi e nordamericani oltre che sull’Unione Europea al completo.

Dall’altro, si oppongono ad essi, i “liberali” contrari a un’estensione della globalizzazione dal campo economico a quello umano del lavoro, contrari ad alterazioni profonde delle popolazioni nazionali storicamente cresciute con l’adozione di un tacito, patto sociale e preoccupati del mantenimento di livelli civili di convivenza sociale a popolazione inalterata o integrata; essi sono presso che privi di stampa e di radiotelevisioni ma sembrano assolutamente egemoni nei social per un numero strabocchevole di follower, attenti al “voto di pancia” dei cittadini ignorati dalle élite finanziarie (e dai conformisti borghesi e salottieri della classe agiata), sono ancora in minoranza ma in forte crescita.

L’esito di tale ciclopica lotta potrà avere imprevedibili conseguenze anche nel Bel Paese.

Se vi sarà una vittoria schiacciante delle élite finanziarie, con il seguito di personalità politiche e dei mass-media che hanno a esse si sono sempre accodate, sono irrimediabilmente destinati al fallimento i conati politici degli Italiani di orientamento liberale (e non liberista) di ostacolare l’autoritarismo degli establishment (di centro-destra e di centro sinistra) che si sono succeduti nel governo del Paese nel “decennio nero” e che i potentati finanziari vorranno uniti e ben “compattati” per sopprimere ogni residua voce di libertà che dia loro fastidio.

Se, come un vero e proprio Deus ex machina (da dramma greco-romano), la presenza del voto di protesta sarà crescente e alle rimostranze della “pancia” si unirà l’ausilio del “cervello” di chi sta ancora a guardare (o è tenuto, prudenzialmente, fuori della porta), potremo evocare lo spirito di Menenio Agrippa per fare raccontare a noi e ai nostri discendenti di quale miracolo possa essere capace una mente che capisca quanto sia importante non fare la “schizzinosa” e comprendere, nella sua facoltà di raziocinio, le esigenze di altre parti del corpo umano.

 

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