Lo straordinario successo mondiale del cinema neo-realista italiano non fu dovuto a una inspiegabile casualità; fu piuttosto la conseguenza di una ritrovata speranza e di una sorprendente fiducia dei nostri connazionali nella ripresa del proprio Paese: obiettivo, poi perseguito con una caparbietà e con un’intensità d’impegno civile, rare nella Storia degli abitanti dello Stivale, piuttosto restii a coinvolgimenti di tipo collettivo e sociale.

Non si trattava, ovviamente, di un ribaltamento radicale del modo d’intendere la vita e i suoi misteri. La sconfitta bellica e le responsabilità della Chiesa, della Monarchia e del Fascismo nonché la delusione per tante fole, dimostratesi drammaticamente tali, non avevano condotto gli Italiani alle vere radici del loro pensiero, ancorato al logos, all’empirismo e alla razionalità degli antenati romani e della Magna Graecia: non erano stati folgorati, all’improvviso, dall’idea di essere soltanto piccoli atomi in un corpuscolo disperso in uno spazio infinito e di dover trovare nel proprio naturale istinto di sopravvivenza l’unica spinta a risorgere, senza confidare in aiuti divini o terreni di super-man in orbace o con gallonate divise militari né capito che, sospinti da regole di una casualità indecifrabile, dovevano affrontare i loro problemi di sopravvivenza sul Pianeta senza dogmatismi e senza sentimentalismi. Niente di tutto ciò. La struttura psichica degli Italiani era rimasta inalterata. La loro mente era ancora dominata da forme d’irrazionalità, religiose e filosofiche, consolidatesi in due millenni di pensiero non libero. Eppure, il “popol morto” di Carducciana memoria aveva intuito in un barlume di lucidità logica che solo la loro tenace volontà di sopravvivere a tante congiunte disgrazie poteva consentire di compiere il miracolo di una ripresa; occorreva uno sforzo di volontà e grazie a esso la rinascita aveva sorpreso persino i tradizionali nemici e detrattori della dantesca “serva Italia”.

Naturalmente, la grande creatività artistica degli Italiani e la loro notevole dose di fantasia erano state le prime manifestazioni dell’italica Fenice: e il cinema neo-realista n’era stata una rincuorante riprova. Esso, testimoniava, con le sue immagini essenziali, scevre da orpelli, ma drammaticamente intense, della volontà di riappacificazione dei nostri connazionali, dopo avere vissuto, sulla propria pelle, le più ignobili turpitudini di vendette fratricide di cui il nome “Resistenza” (scritto persino con l’iniziale maiuscola) non era riuscito a nascondere la realtà di cruenta, spietata e crudele guerra civile.

La volontà di riappacificarsi aveva fatto superare agli Italiani anche la temuta spaccatura in vista del referendum istituzionale. La monarchia del Re Vittorio Emanuele III, detto “Sciaboletta”, succube del Duce e di suo figlio, Umberto, seduttore impenitente di gentildonne del notabilato dell’enorme provincia italiana (e, pare, procreatore di molti aspiranti “regnanti”), era uscita di scena senza troppi rimpianti.

In conclusione, pur senza attingere a un solido rigore raziocinante, l’Italia s’era salvata dal marasma in cui l’avevano cacciato i suoi governanti che erano giunti al potere con artifici elettorali analoghi a quelli che ancora tormentano il nostro attuale sistema di votazione, quello con cui si andrà a votare il 4 Marzo 2018.

Oggi lo scenario varia di poco rispetto agli anni Venti del Novecento.

Non vi sono Re sul trono né per volontà divina né popolare; i governanti del “decennio nero” non hanno avuto sprazzi autoritari di vera originalità e hanno soltanto tentato di emulare il precedente dei gerarchi in orbace. E ciononostante, la nostra democrazia è ancora una volta in brache di tela.

I nostri politici, anche quelli non compromessi dai misfatti del “decennio nero” non sembrano, però, avvedersene.

Anzi che parlare di ritorno alla normalità democratica, come prius assoluto di ogni possibilità di ripresa, si diffondono, sui mass-media e sui social, in inutili diatribe politiche su Euro sì-Euro no, Fornero sì-Fornero no e in altre polemiche sterili.

Non si rendono conto che il “primum vivere” degli Italiani è ben altro: riguarda il ristabilimento delle regole democratiche, fortemente compromesse dai falsi imbonitori del “decisionismo” e della “governabilità”.

Non è ancora chiaro ai duellanti del “Rosatellum” che, se a vincere alle elezioni politiche del Marzo 2018 saranno forze politiche diverse da quelle che hanno reso “nero” il “decennio” trascorso, non si può far finta di niente e far credere agli Italiani di trovarsi di fronte a Camere legislative democraticamente elette. Con i marchingegni escogitati da Renzi e compagni non v’è un Parlamento degno di questo nome ma un insieme di anonimi autoritativamente nominati.

Prima che sia dichiarato illegittimo costituzionalmente dalla Consulta, esso dovrebbe essere prontamente rimosso dai suoi stessi componenti, ridando al popolo la sovranità di cui è stato privato.

L’impegno dei vincitori neo-eletti, se non saranno quelli del centro-sinistra o del centro-destra (peggio ancora se uniti da un inedito pactum), dovrebbe essere quello di ridare immediatamente, omisso medio, agli Italiani una legge elettorale democratica. E ciò anche per ridare alle cariche istituzionali, nuovamente elette, il prestigio necessario per avere il consenso e l’ossequio di tutti i cittadini partecipi e non più sudditi.

Come nel secondo dopoguerra mondiale, l’opera di ricostruzione deve, necessariamente, iniziare da zero. Per farlo occorre un Parlamento e un Governo che siano espressione di tutta la popolazione dello Stivale, chiamata a partecipare al rito delle urne con pienezza dei suoi poteri di scelta; nessuno può farne le veci, anche in via dichiaratamente temporanea e provvisoria.

La macchia dei colpevoli del “decennio nero” non può rendere “più bianchi del bianco” altri figli degli stessi giochetti truffaldini del “Rosatellum”, quali che siano.

In quegli anni lontani del secondo dopo-guerra mondiale, la ritrovata unità degli Italiani, mirabilmente espressa dal cinema neo-realista, trovò il proprio straordinario cemento nella necessità di “riabituarsi” a vivere secondo le regole della democrazia, dopo che esse erano state massacrate nel ventennio.

Gli Italiani di oggi si trovano difronte a una distruzione che è stata decennale e fortunatamente non ventennale, e difronte a personaggi politici che hanno voluto solo interpretare il ruolo di scialbe contro-figure di Mussolini. La corruzione attuale (peraltro di origini più remote, rispetto al deprecato “decennio nero”) è persino superiore a quella dei caudatari del Regime. Non v’è tempo da perdere.

Rifare una legge elettorale degna di tale nome, darebbe linfa alle forze politiche che se ne rendessero promotrici. Ed esse potrebbero trarne vantaggio, ottenendo un maggiore consenso, senza dover ricorrere ai furbi scherzetti di contradaioli che, stanchi dei loro ozi periferici, immaginano trucchi elettorali nei caffè dello sport di provincia.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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