Se i vincitori delle elezioni politiche del prossimo Marzo del 2018 dovessero essere i rappresentanti della protesta, il programma di governo potrebbe essere molto contenuto nei tempi e circoscritto nelle attività. Occorrerebbe, in altre parole, soltanto  condurre in porto, da un lato e a livello legislativo, la riforma del sistema elettorale e sviluppare, dall’altro e sul piano amministrativo, una lotta senza quartiere alla corruzione burocratica. Vediamone le ragioni.

Il Movimento delle Cinque Stelle, in particolare, cui spetterebbe la leadership di un’eventuale coalizione, per così dire “anti-sistema”, ha avversato il “Rosatellum”, sostenendone la sua illegittimità costituzionale. Non potrebbe, quindi, far finta di niente dopo la campagna elettorale e sciorinare un elenco programmatico di provvedimenti normativi e/o di interventi dell’Esecutivo che occupino, per la loro complessità e durata, il tempo di un’intera e regolare legislatura.

E ciò, soprattutto se la Corte Costituzionale, investita della questione di legittimità costituzionale, dovesse accogliere uno dei ricorsi proposti.

Se il Movimento tenesse in non cale la pronuncia della Consulta, cadrebbe in contraddizione con se stesso,  ripeterebbe l’errore compiuto dal Centro-Sinistra negli ultimi anni del “decennio nero” e soprattutto   ingannerebbe i cittadini che gli hanno dato il voto con una finalità implicita ma non per ciò meno chiara: ripristinare nel Paese, in tutti i suoi aspetti, la legalità violata e la correttezza della vita amministrativa.

Il Movimento, essendo consapevole che, in caso di una sua vittoria alle elezioni, il risultato ottenuto sarebbe stato, comunque, compromesso dai trucchetti elettorali immaginati dalle forze politiche contrapposte (con lesione della pienezza dei diritti politici degli elettori attraverso l’imposizione di candidati scelti dalle segreterie dei partiti), dovrebbe avvertire come suo compito primario di riportare al voto i cittadini con una legge elettorale corretta, costituzionalmente legittima e in linea con i principi basilari della democrazia; e, nello stesso tempo, fare, nei limiti massimi consentiti, piazza pulita dei corrotti.

Il resto, fatte salve, ovviamente, le necessità dettate dall’urgenza di provvedere, potrebbe essere rinviato al tempo in cui Parlamento e Governo ritornassero a essere “di pieno diritto”.

In altre parole, se i leader della protesta “anti-sistema” più consistente e numerosa, già durante la campagna elettorale,  la smettessero di entrare in conflitto con i congiuntivi, di dire un giorno sì e un giorno no cose contraddittorie tra di loro che, per giunta, interessano solo una modesta parte di elettori,  di cimentarsi in rodomontate polemiche da caffè di provincia, ostentando sicurezze incompatibili con la loro giovane età e con l’inesperienza politica; ed evitando tutto ciò, spiegassero agli Italiani che, come cittadini di un Paese democratico, sono stati vittime di una progressiva spoliazione dei loro diritti politici fondamentali, tutto diventerebbe più semplice e comprensibile per gli elettori giustamente invitati a non disertare le urne, data la delicatezza del momento.

Se poi, a un tale programma minimo di restituzione del Bel Paese a una normalità di convivenza civile e di ri-applicazione delle regole democratiche, attraverso l’introduzione di sistemi elettorali (proporzionali o maggioritari, non importa, purché entrambi correttamente intesi e non svisati da cosiddetti “premi” ), privi di tranelli e di trappole, si aggiungesse l’elenco delle Istituzioni che tornerebbero a essere costituite con nomine o elezioni aventi tutti i crismi della legalità, gli Italiani avrebbero di che essere contenti, dopo le insidie e le truffe del “decennio nero”, quello che va, è bene ripeterlo per una necessaria chiarezza dell’espressione, dal Porcellum al Rosatellum (passando attraverso l’Italicum e l’abortus costituzionale) e dagli scandali nelle banche e negli appalti dei servizi all’appropriazione “partitica” del servizio informativo, definito ancora, con somma ingiuria, “pubblico”.

Promettere agli Italiani di ripristinare, al massimo in un biennio, tutte le regole della democrazia violate dagli avversari della ventilata “coalizione di sinistra-centro-destra”, pilotata da uno dei tanti uomini politici “autoritari” del Bel Paese ( per così dire in s.p.e.) e in costante attesa di “chiamata”, significherebbe dare prova di serietà politica e amministrativa.

E, inoltre, eviterebbe a un gruppo politico, ancora  in fieri come classe di governo, di cimentarsi in diatribe tanto altisonanti quanto inutili e dannose.

Sotto il profilo amministrativo, i nuovi governanti avrebbero, comunque, un bel po’ da fare.

Una corruzione crescente nella vita pubblica amministrativa, grazie a leggi inutilmente farraginose e ricche di trabocchetti, rende difficile agli Italiani tenere il passo con l’Europa che ha imboccato la strada della ripresa economica.

Per i neo-eletti, nelle remore dei tempi necessari per dare agli elettori una nuova legge elettorale, dovrebbe essere considerato un must recidere innanzitutto i canali perversi della corruzione, con misure di controllo amministrativo adeguate e, soprattutto,  con l’abrogazione di norme falsamente rigorose  che si sono dimostrate utili, invece, a moltiplicare, con gli inceppi creati, solo i momenti di richiesta di tangenti.

Interventi di tale genere basterebbero ad aiutare il Paese nella sua ascesa verso mete auspicabili, più della costituzione di tanti inutili organi che alimentano un altro tipo di corruzione, quello del favoritismo burocratico, praticato dagli uomini politici.

In un tale scenario chi ha difficoltà con il ricordo di dati ed eventi riguardanti la Storia e/o la Geografia, potrebbe menar vanto (sempre che possa dire di non aver timore di smentite) della sua onestà e rettitudine.

Ciò basterebbe a rassicurare gli Italiani sulla correttezza dei propri governanti più delle lauree conseguite in Università italiane o straniere di prestigio e della pratica conseguita in esperienze politiche precedenti.

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