Alla compatibilità tra la dottrina di Cristo e le teorie socio-economiche di Marx, come all’irriducibilità dei due predetti sistemi ideologici al pensiero liberale classico, soprattutto di tipo anglosassone (ispirato all’empirismo di Locke, Berkeley, Hume ma anche di Democrito, Leucippo, Epicuro, Lucrezio) eravamo abituati, da tempo.

Ora, invece, soprattutto gli abitanti della parte Occidentale del Globo debbono assuefarsi all’idea, del tutto inedita, di una divisione, inarrestabile, insanabile e progressiva, “giocata” tutta nell’ambito del liberalismo: quella tra “liberali”, in senso stretto e tradizionale e “liberisti”, di nuovo conio.

I compilatori di Dizionari delle varie lingue dovranno adeguarsi alla nuova realtà che sta nascendo sotto i nostri occhi e fare dei “distinguo” sinora inediti.

Il processo, ovviamente, pur svolgendosi dopo i crolli delle ideologie del cosiddetto “secolo breve” in un ambito più ristretto e lontano dalle vecchie contrapposizioni tra destra, centro e sinistra (divenute più che desuete del tutto fuorvianti) è, comunque, molto faticoso e irto di ostacoli per i fautori dell’uno e dell’altro orientamento.

In queste ore, è la Germania a essere al centro dell’attenzione mondiale, per lo scontro in atto tra i “liberisti” sotto mentite spoglie, ancora egemoni e i “liberali” veri all’opposizione del sistema.

Il tentativo di Angela Merkel, presumibilmente contrario alle direttive economiche dei poteri finanziari, di fare in Germania un governo con i liberali (dichiaratisi, decisamente, “anti-liberisti”) e con i verdi (progetto denominato GIAMAICA) è tristemente naufragato.

La GROSSE KOALITION, invece, nonostante la sonora sconfitta subita alle ultime elezioni sia da parte di CDU sia di SPD ha buone chance di riprendersi il governo di quel Paese; con una certa sofferenza degli elettori delle due forze politiche che la comporrebbero, ma soprattutto di quelli social-democratici, che pur dimentichi delle antiche origini operaistiche, avevano, comunque, creduto nelle parole pre-elettorali di Martin Schulz.

Ora quei militanti attendono il segretario politico al varco del congresso straordinario del partito che promette di essere “pirotecnico”.

“Piena soddisfazione ed esultanza” per l’annuncio dato oggi alla stampa da Angela Merkel hanno caratterizzato, invece, i commenti della lunga catena mondiale dei mass-media, tutti iscritti, per così dire, al filone “liberista”, perché finanziati dai potentati economici, ancora in sella e, in buona sostanza, tuttora al comando del Pianeta.

Naturalmente, follower convinti della politica della Merkel e di Schulz, sono anche, in primo luogo, i vecchi establishment inglesi (Cameron e amici, compreso Blair) e statunitensi (Obama, Clinton), sconfitti dalla Brexit e dall’elezione di Trump, e in secondo luogo i Macròn, i Renzi e i Berlusconi (questi due ultimi, con speranze future di vittoria e di reciproco connubio) e gli altri leader prevalenti dell’Euro-continente; nonché l’Unione medesima (con il seguito di tutta la burocrazia “colbertiana” di Bruxelles).

Si scrive e si parla, sulla stampa e in video, con l’uso di aggettivazioni adeguate, di trionfo della real-politik, di “serietà di una classe politica che ha ben chiare le proprie responsabilità di fronte agli elettori” e ancora di una: “prima, vera risposta politica positiva di Berlino ai piani di riforma lanciati dal Presidente francese Emmanuel Macròn”. Angela Merkel commenta, dal suo canto: “La gente vuole che il Paese funzioni!”

Naturalmente, non manca chi mette in luce il risvolto della medaglia di tanta esultanza. E io, liberale, rivoluzionario e indipendente, sono tra i critici dell’unione che sta per compiersi.

Con me, molti lavoratori che militano nel partito socialdemocratico sono fermamente contrari alla globalizzazione liberista che Schulz sembra accettare, alleandosi con la Merkel. E ciò non più per astratte motivazioni ideologiche, ma perché temono di perdere il loro posto di lavoro, per la concorrenza, nel mercato, d’immigrati a basso costo salariale.

Ad agitare la bandiera “liberale”, contro gli effetti perversi del “liberismo” e della globalizzazione, voluti dalle élite finanziarie e industriali, c’è il giovane leader Christian Lindner, tedesco, che guarda all’esempio dell’Austria e del neo-cancelliere Sebastian Kurz e attende gli sviluppi della situazione politica italiana, dove, a suo giudizio, una vittoria delle forze politiche della protesta e dell’anti-sistema (Movimento Cinque Stelle, ma anche Lega, se si sottrae all’intesa di Centro Destra) segnerebbe la fine della vecchia guardia ex democristiana e post-comunista intrisa, ormai, dopo l’esperienza del “decennio nero”, sia di autoritarismo politico sia di liberismo economico (che devono necessariamente sostenersi l’un l’altro, per la contraddizione che non consente, per un perverso incrocio di concetti e di parole, di essere “liberisti” senza essere anche “liberticidi”).

Non a caso, la previsione di un’eventuale debacle della linea elaborata dalla Grosse Koalition, potrebbe essere auspicata anche da quei Paesi, come gli Stati Uniti d’America di Donald Trump e il Regno Unito di Gran Bretagna di Theresa May, che hanno già fatto i conti con gli effetti più perversi della globalizzazione senza freni, prodotta dal liberismo incontrollato e che sono certamente i più sensibili al mantenimento dei valori della libertà e della tranquilla convivenza civile e sociale dei propri cittadini.

Gli Anglo-Americani di May e Trump, in altre parole, hanno compreso che se l’immigrazione diventa inarrestabile e selvaggia riesce, certamente, a mantenere, con il basso costo del lavoro, alti i livelli di produzione di un’industria manifatturiera in crisi di competitività (ed evita, in conseguenza, contraccolpi negativi nella gestione del credito da parte degli istituti finanziari); ma saltano, necessariamente, le regole del “patto sociale” per effetto del continuo ricambio umano nella comunità originaria e/o integrata che è, inevitabilmente, provocato da continue e ripetute immissioni.

I medesimi hanno, pure, compreso che per arginare caos e disordini nella collettività il ricorso ai metodi di governo autoritari, suggeriti dalle roccaforti finanziarie di Wall Street e della City, diventa inevitabile (nel senso che: simul stabunt, simul cadent) ma non per ciò meno odioso e inaccettabile.

In conclusione, Inglesi e Nord-Americani, per i quali è difficile rinunciare a essere “liberali” nel senso più proprio e pieno del termine, non hanno ceduto e non cedono al canto delle sirene del “liberismo” suggerito dalle centrali mondiali dell’alta Finanza; hanno deciso di controllare i flussi immigratori e di proteggere il lavoro dei componenti delle loro civili società, garantendone i livelli di occupazione e di retribuzione; hanno elaborato e applicano una nuova visione della vita democratica che consenta a una società libera e integrata di reggersi in modo pacifico e tranquillo, senza dover subire il ritorno di quell’autoritarismo fascista, suggerito, nel proprio interesse, dal potere finanziario e chiaramente enunciato nel report della Banca J.P. Morgan Chase, divulgato dai social e di cui gli Italiani hanno potuto avere conoscenza.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

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