Nell’anno appena trascorso si è si celebrato il centenario della Rivoluzione d’Ottobre che può essere certamente considerato uno degli eventi più significativi del XX^ secolo.

Chiedersi perché essere comunisti oggi, dovrebbe essere naturale per chi si professa comunista o chi riconosce in questo pensiero il fondamento, più o meno, lontano delle proprie radici ideologiche – eppure questa domanda fa tremare i polsi a molti e mette a disagio vari interlocutori per svariate ragioni.

Tra queste sicuramente pesano come un macigno la caduta dell’Urss ed in generale la storia del comunismo del ‘900; entrambe, ancora non completamente elaborate e soprattutto, opportunamente portate a corretta conoscenza della pubblica opinione.

Eppure, niente sarebbe più sbagliato del pensare che Carl Marx non abbia detto cose fondamentali e che oggi, sulla scorta di una secolare e tragica esperienza pratica, sia necessario entrare nel merito, portando avanti le riflessioni ed il pensiero di Marx alla luce degli accadimenti trascorsi.

Occorre sottolineare come questo evento – la rivoluzione russa del 1917 – non sarebbe stato molto probabilmente possibile, senza gli sconvolgimenti avvenuti a seguito della Prima Guerra mondiale, che mise ancor più in evidenza l’obsolescenza del sistema zarista, già profondamente scosso dagli eventi rivoluzionari del 1905 e dalla guerra russo-giapponese.

Il 7 novembre 1917 – 24 ottobre secondo il calendario giuliano allora in vigore, i bolscevichi – frazione del Partito operaio socialdemocratico russo, costituitasi durante il secondo congresso di Londra del 1903 e facente riferimento a Lenin – tramite la presa del Palazzo d’Inverno, attuarono un vero e proprio colpo di stato, rovesciando il regime provvisorio di Kerenski [Alexander Kerenski (1881-1970) fu messo a capo del governo provvisorio russo, dal luglio all’ottobre 1917 in seguito alla caduta dello Zar Nicola II] ed instaurando un governo rivoluzionario presieduto dallo stesso Lenin (pseudonimo di Vladimir Ilic Uianov).

A questo primo colpo di stato ne fece quasi subito seguito un secondo, quando dopo le elezioni democratiche per l’Assemblea Costituente (anno 1917), i bolscevichi avendo avuto soltanto il 25% dei consensi a fronte del 57% dei socialisti rivoluzionari [PSR – attivo tra il 1901 e il 1918 ed erede della tradizione populista russa, partito radicato in particolare tra gli intellettua­li ed i contadini], sciolsero l’Assemblea Costituente. L’ala di destra del PSR, successivamente, partecipò attivamente alla guerra civile russa contro i bolscevichi.

Lenin così soppresse l’Assemblea Costituente solo pochi giorni dopo il suo insediamento nel gennaio 1918.

I socialisti rivoluzionari, non a caso, furono tra i primi bersagli della politica di terrore del regime sovietico.

Fin dall’inizio, lo Stato sovietico fu al servizio della causa comunista e di una sola classe sociale – quella operaia.

Proprio in virtù di queste caratteristiche l’URSS ha da subito avuto una vocazione all’internazionalismo proletariocapace in altri termini, di avere una proiezione su scala globale.

L’obbiettivo del comunismo, è l’avvento di una società senza classi nella quale addirittura anche la stessa struttura statale diventerebbe inutile e residuale sulla base del motto marxista: “Da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”

Nell’attesa del realizzarsi di questo obiettivo utopicoper certi versi messianico – era però necessaria una fase transitoria caratterizzata dalla dittatura del proletariato, l’instaurazione di uno stato di polizia ne fu pertanto la logica conseguenza.

Ecco allora, che il regime sovietico si caratterizza fin da subito come una gigantesca macchina del terrore resa necessaria proprio dall’esigenza di esercitare una dittatura in nome del proletariato.

Tale dittatura – in nome del proletariato – era esercitata da una minoranza di rivoluzionari di professione che si dedicarono – con la tenacia di una missione salvifica – alla causa del comunismo e alla utopia della creazione di una società senza classi sociali.

Sul piano interno l’esigenza della dittatura del proletariato nell’URSS – o più propriamente quella dei rivoluzionari di professione divenuti nel tardo periodo sovietico nomenklatura – non è mai venuta meno, proprio perché dittatura di una minoranza su una maggioranza, il regime sovietico ha dovuto fin da subito esercitare la politica del terrore.

L’autore del Gulag non fu Stalin, ma il vero ideatore del sistema di repressione Sovietico dei Gulag, fu fin da subito lo stesso Lenin

A questo riguardo basta ricordare le repressioni della rivolta dei contadini di Tambov nel 1920-1921 e della Siberia occidentale, stessa sorte che toccò ai marinai della base navale di Kronstadt che si ribellarono al potere sovietico nel marzo del 1921, agì inoltre fin da subito per disarticolare la gerarchia sacerdotale arrestando, deportando e processando i religiosi che si opponevano al regime, chiudendo chiese, confiscando i tesori e destinando gli edifici ad altri usi.

Si potrebbe obiettare che tali massacri – perché di questo si trattò – avvennero nel clima del comunismo di guerra, della guerra civile tra rossi e bianchi e dell’attacco di alcune potenze occidentali (britannici, francesi, giapponesi) finalizzato a liquidare il potere sovietico, tuttavia è storicamente innegabile che anche nelle fasi successive del potere sovietico – questi non ha mai modificato tali dinamiche – anche quando venne meno il cosiddetto accerchiamento capitalista – altro stereotipo della propaganda sovietica.

Stalin, succeduto a Lenin nel 1924, rafforzò ulteriomente il terrore del potere sovietico, dopo la parentesi della Nuova Politica Economica (NEP), voluta soprattutto da Nikolaj Bucharin per dare sollievo alle dure condizioni prodotte dal comunismo di guerra soprattutto alla classe contadina.

Secondo il pensiero staliniano più si avvicinava il traguardo del comunismo (la società senza classi) maggiore sarebbe stata la resistenza dei nemici di classe – che presto diventarono anche i suoi stessi compagni di partito, Trotski, Kamenev, Zinoviev, Bukharin, tra gli altri, additati non solo quali nemici di classe ma addirittura quali spie al servizio di potenze straniere e doppiogiochisti, da qui, secondo Stalin l’esigenza di radicalizzare (ulteriormente) la cosiddetta lotta di classe e di rafforzare ancora di più il ruolo della polizia politica.

Questa, fu la giustificazione ideologica del grande terrore e dei processi staliniani del periodo 1936-1938.

Questa fu anche la giustificazione per la soppressione fisica dei Kulaki [i contadini agiati] quando Stalin decise la liquidazione della NEP e il passaggio alla collettivizzazione forzata.

L’età di Stalin (1924-1953) divenne un susseguirsi di purghe e di repressioni – fino ad assumere contorni paranoici con il complotto dei medici del 1953 – finalizzate in realtà, alla soppressione di qualunque opposizione politica reale o potenziale con l’obiettivo di creare una società (senza classi) totalmente nuova, epurata dalle abitudini borghesi e sottoposta ad un capillare regime di polizia.

Lo Stalinismo è stato una rivoluzione senza Termidoro nel quale si è accompagnata alla pulizia di classe quella – ancora più tragica – della pulizia etnica ed in quell’epoca interi gruppi etnici vennero deportati nell’Asia Centrale, tedeschi del Volga, italiani di Kerč’, tatari della Crimea, ceceni, ingusci, coreani dell’Estremo oriente, solo per citarne alcuni.

Ci siamo soffermati volutamente sulla rivoluzione russa e sull’URSS, ma potremmo facilmente scrivere decine e decine di pagine in merito a Stati nazionali [Repubblica Popolare Cinese, Corea del Nord, Cuba, Venezuela, Jugoslavia, DDR, ecc.] o riguardo ad accadimenti passati e (purtroppo) presenti, in cui è tragicamente palese il fallimento dell’ideologia comunista sia sotto il piano economico che – ancor peggio – della libertà e dei diritti civili dell’uomo.

È impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista.

Il crollo delle ideologie – a partire appunto da quella comunista – dal rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che ha finito per capovolgersi e nel convertirsi – di fatto – nel suo esatto opposto.

Certamente, almeno da queste parti i comunisti non mangiano più i bambini – ed invero non li hanno mai mangiati – ma quell’ideologia ha comunque “divorato” una parte importante nostra della società, impedendone un corretto ed efficace sviluppo, ha seminato morte attraverso le sue falangi terroristiche ed ha certamente inquinato il pozzo della democrazia.

Per questo ancora oggi, in tanti campi, dal mondo del lavoro alla giustizia, dall’editoria all’approccio alle grandi emergenze contemporanee, prima fra tutte il rapporto con l’immigrazione e con le religioni, continuiamo a bere da fonti inquinate.

Se è vero che i comunisti bandiera rossa falce e martello sono fortunatamente poco rilevanti sotto il profilo politico e sociale, quell’ideologia continua invece a vivere mascherata sotto altri nomi, sigle e volti il più delle volte rassicuranti e per questo paradossalmente più pericolosi, Camaleonti che si annidano in ogni ambito dello Stato, della politica, della comunicazione. Parliamo di persone, molte delle quali editorialisti di grandi giornali borghesi e ospiti fissi nei dibattiti televisivi, alle quali viene concesso di non fare i conti con la loro storia, a differenza di chi invece aveva sposato ideologie diverse. Hanno volutamente rimosso dalla storia, la colpa e la vergogna dell’ideologia comunista che ha portato e determinato la più grande tragedia del Novecento – superiore per numero di vittime e longevità persino al terzo Reich di Hitler.

L’apologia del comunismo dovrebbe essere parificata a quella del nazismo e del fascismo ed altrettanto perseguita. Le sue bandiere e i suoi simboli andrebbero banditi da piazze e cortei, ma sappiamo bene che così non è stato e che forse non sarà mai, perché, al di là di come appare, il comunismo ancora esiste e ha un potere assai superiore a quello esercitato dai partiti e partitini che ancora lo rappresentano più o meno democraticamente.

E allora conoscere o ripassare quei pochi testi che sono riusciti a raccontarlo senza condizionamenti, entrare nel cuore del problema attraverso i capisaldi di quel pensiero, il “Che fare?” di Lenin [equivalente al “Mein Kampf” di Hitler, ed il “Manifesto” di Karl Marx] potrebbe essere utile, non solo per ripercorrere la vera storia – ma anche e soprattutto per capire meglio il presente ed i rischi non scongiurati di questa ideologia per il futuro.

“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” (Piero Calamadrei).

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