L’Europa dei nostri antenati ha sempre conteso al Medio Oriente il primato di terra più litigiosa del Pianeta. E’ vero che a quei tempi dei dogmatismi religiosi mesopotamici ne aveva accolto solo due (giudaismo e cristianesimo) e non tre, ma in compenso aveva elaborato dottrine filosofiche altrettanto assolutistiche, dall’idealismo platonico a quello tedesco di destra e di sinistra. Non v’è dubbio che l’unità del Vecchio continente realizzatasi nel secondo dopoguerra mondiale abbia costituito una vera “manna celeste” per i suoi abitanti. Un lungo periodo di pace e di prosperità è subentrato alle guerre di religione, di conquista dei mercati, di rivendicazioni territoriali che gli esasperati nazionalismi producevano. Sotto tale profilo, quindi, dire male dell’Unione Europea è come sparare sulla Croce Rossa. Eppure il sogno dei Padri fondatori non poteva scontrarsi con una realtà più deludente. L’Unione politica non si è realizzata e gli Stati sono stati spogliati delle loro più varie prerogative della sovranità da una burocrazia mastodontica, modellata per giunta sulle concezioni autoritarie di Colbert, del Re Sole, di Napoleone e dei suoi epigoni tirannici del “secolo breve”.
Un problema ulteriore si è aggiunto con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione con la Brexit e con l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Il mondo Occidentale sembra essersi spaccato in due: da un lato gli Anglo Americani, approdati nella società post-industriale hanno chiuso i loro confini a manodopera non altamente qualificata e hanno ritenuto che un’immigrazione continua e indiscriminata avrebbe eroso le basi di ogni “patto sociale”, creando situazioni conflittuali all’interno delle loro Comunità; dall’altro, gli Euro-continentali hanno visto nell’acquisizione di forze di lavoro a basso costo la possibilità di compensare la mancanza di competitività dei loro manufatti, divenuti troppo cari per il costo della mano d’opera e del welfare. Al di sopra dei due blocchi, le élite creditizie, finanziarie, borsistiche, pur localizzate nella City di Londra e a Wall Street in New York, hanno verosimilmente visto nel neo-isolazionismo britannico e statunitense, una delimitazione eccessiva della loro attività e hanno sposato la tesi degli Euro-continentali anche a costo di creare le premesse per uno schiavismo del terzo millennio. Naturalmente, le élite finanziarie e industriali, detenendo la proprietà di stampa e televisione private e, con i governi degli Stati Europei, indirettamente anche delle televisioni cosiddette pubbliche, hanno scatenato una vera e propria guerra mediatica non solo contro l’America di Trump e l’Inghilterra della May, ma anche contro le forze politiche, cosiddette “anti-sistema”, che rischiano, affermandosi in alcuni Paesi dell’Europa, di incrinare il fronte degli establishment ancora favorevoli a immigrazioni cospicue e contrari a ridiscutere le basi della stessa Unione.
Il Paese dell’Unione Europea su cui le élite finanziarie mondiali possono, oggi, maggiormente contare è, di certo, la Francia.
Il sistema elettorale, maggioritario uninominale e a doppio turno, detto “semi-presidenziale” (o “a tendenza presidenziale”), introdotto da Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958, consente, pur con le modifiche a esso, in seguito, apportate, la massima espansione del liberismo, padre della globalizzazione economica e umana e dell’autoritarismo necessario per tenere a freno gli inevitabili conflitti di società in continuo ricambio di componenti.
Esso, favorendo in modo indiretto, ma in modo netto ed efficace, il bipolarismo, se non il bipartitismo, costituisce altresì un argine, almeno in via temporanea, contro movimenti, spontanei o indotti, che fondano sul voto di protesta (o “di pancia”, come viene dispregiativamente definito dai mass-media) contro il sistema voluto dagli establishment dominanti, la propria presa su elettori stanchi e sfiduciati.
In Italia, per esempio il Movimento delle Cinque Stelle ha trovato sponda proprio nel tripolarismo creato dal successo di consensi da esso agevolmente ottenuto anche per effetto delle maglie larghe di un sistema elettorale sgangherato e continuamente rabberciato.
In Francia, le condizioni politiche sono le più favorevoli per ottenere una fidelity card dei potentati imperanti sul Pianeta.
Il Presidente della Repubblica è eletto con un voto diretto e popolare distinto e autonomo rispetto a quello del Parlamento; ha notevoli poteri propri tra i quali la rappresentanza dello Stato nel Consiglio Europeo, una forte voce in capitolo in politica estera e in materia di difesa e di attività diplomatica; il diritto di consultazione popolare referendaria, d’iniziativa legislativa di scioglimento del Parlamento (nei limiti costituzionali, ovviamente); la facoltà di nomina e di revoca del Primo Ministro e quella di determinare l’indirizzo politico del Governo cui sono delegati gli affari interni.
Non è, quindi, un caso che dopo il crollo della Merkel in Germania e delle conseguenti difficoltà di Schulz di tenere a bada l’ala più giovane e oltranzista del suo partito, Macròn, eletto, con buona verosimiglianza, anche (se non soprattutto) con il forte sostegno delle élite economiche e dei mass-media da esse controllati, rappresenti per le potenze finanziarie mondiali il beneamato “faro di vivida luce” di un’Unione Europea, che rimane, allo stato, la più importante entità (per giunta sovranazionale) acriticamente favorevole alla globalizzazione neo-liberista. E ciò, a causa del forfait dei tradizionali establishment inglesi e americani, sconfitti dalla Brexit e dall’elezione di Donald Trump.
Inoltre, agli occhi delle élite planetarie, il senso di “grandeur” tipicamente francese, che accompagna ogni manifestazione intellettuale degli abitanti del Paese con noi confinante, può compensare egregiamente, sul piano competitivo, le tendenze all’egemonia dei tedeschi ed è, per esse, garanzia di assoluta immobilità dell’Europa continentale.
Infine, in Francia, le condizioni, per così dire “culturali” dominanti (forte conflittualità religiosa e filosofica) hanno fatto sì che, in quel Paese, anche la protesta abbia preso la strada di un partito molto ideologico, quello para-fascista di Marine Le Pen.
Ciò ha condannato il “voto di pancia” dei nostri cugini d’Oltre-alpe, in prevalenza accesi anti-fascisti, a soccombere nel confronto dei consensi che si sono riversati su Emmanuelle Macròn, considerato un rappresentante delle forze politiche tradizionali, tutte contrarie al Lepenismo, pur se con orientamenti diversi tra di loro.
Di ciò si era resa conto la stessa Le Pen che aveva tentato di buttare acqua sul fuoco degli ardori dei suoi seguaci più fanatici delle vecchie idee di suo padre anche se ciò avvenuto solo in tempi troppo vicini al momento delle votazioni.
Allo stato quindi, la Francia rappresenta il Paese dell’Unione Europea più affidabile per i potentati economico-finanziari del Pianeta.
E’ evidente, quindi, che le loro centrali mondiali ne favoriranno, per quanto potranno, l’ascesa, nell’Unione Europea, a danno della Germania, in cui è presumibile che la protesta indirizzandosi verso l’alveo del Partito Liberale troverà un humus ben più positivo per uno sviluppo analogo a quello Austriaco.
Ciò dimostrerà, ad abundantiam, che l’idea di libertà, pur essendo molto radicata nell’essere umano, può, a secondo delle latitudini e delle longitudini essere interpretata e piegata nel senso del liberismo più sfrenato e della globalizzazione intesa come libertà di movimento degli esseri umani senza limiti e frontiere, dando luogo a forme di autoritarismo rese necessarie dal mélange ingovernabile che si crea per effetto di trasmigrazioni incontrollate; e in quello opposto del liberalismo vero che postula il patto sociale o, se si vuole, lo Stato di diritto per garantire libertà, convivenza civile, diritti sociali e solidarietà ai consociati autoctoni o integrati.
Per fortuna degli Inglesi, degli Statunitensi e ora (in Europa) degli Austriaci l’idea del liberalismo è stata prevalente su quella del liberismo.
Negli altri Stati dell’Unione Europea il dominio è ancora del liberismo globalizzante, vera anticamera dell’autoritarismo repressivo.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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