La globalizzazione è un fenomeno radicalmente nuovo che ha solo tenui rapporti di analogia con le grandi scoperte del Pianeta del XV° secolo, con le spedizioni di esperti navigatori (che ebbero il  risultato di mettere in contatto mondi che prima s’ignoravano del tutto); con i rapporti conseguenti ai nuovi mezzi di comunicazioni dovuti agli sviluppi della società industriale; con l’introduzione di sistemi mondiali di telegrafia, telefonia, radio, televisione e quant’altro.

Quando, nel 1983, Ted Levitt del Harward Business School, usò per la prima volta il termine “globalizzazione” intendeva ben altro: una convergenza dei mercati finanziari che comportava nuovi modi di sviluppo delle imprese multinazionali, la liberalizzazione degli scambi commerciali e l’unicità del mercato mondiale, con relativa perdita d’importanza degli Stati-Nazioni.

Il termine ebbe enorme fortuna. Di norma, esso è collegato con fenomeni finanziari, economici, produttivi, commerciali ma l’apertura delle frontiere, con conseguenti massicce e incontrollabili immigrazioni, gli ha fatto assumere una dimensione anche, e forse prevalentemente, umana.

Flussi di popolo da una parte all’altra del mondo, non solo per turismo ma per ragioni sociali, creano problemi giganteschi, di non agevole soluzione.

Sul piano degli effetti della globalizzazione, i pareri sono difformi.

Sotto il profilo finanziario ed economico, infatti, c’è chi sostiene che, in forza della deregulation nel settore la globalizzazione crea categorie di pochi super ricchi, di ristrette oligarchie con fortune colossali e accresce il divario tra le classi, accentuando, in conseguenza, l’ingiustizia sociale; ma c’è anche chi controbatte che a vivere in condizioni di povertà estrema è sempre un minor numero di persone, nonostante l’incremento demografico mondiale.

In un tale contrasto di opinioni, i fautori della globalizzazione sono i più decisi: si scagliano contro il ritorno di nuove forme di protezionismo, contro la previsione di regole, severe, di finanza mondiale e contro gli anatemi per la delocalizzazione delle imprese.

Il conflitto d’idee è ben più aspro, sul piano della deregulation giuridica che la globalizzazione  provoca.

I danni, in tale campo, sono ben più eclatanti. Ed è stato il timore di essi ad  alimentare i movimenti in favore della Brexit inglese e i voti dati in America a Donald Trump.

Naturalmente, per i detentori del potere finanziario mondiale che hanno in mano anche tutto il sistema dei mass-media tradizionali è facile e di buona presa sul pubblico definire tutti i movimenti contrari ai propri interessi economici “populismi di destra”, fare falsi richiami a valori umanitari di ecumenica fratellanza, giustificare la dimensione umana della globalizzazione in senso manicheo come trionfo del bene (dell’amore tra i popoli) sul male (del razzismo, della xenofobia e via dicendo).

D’altronde, la scelta di principi universali per minare la credibilità dei discorsi contrari è una vecchia abitudine non soltanto degli uomini politici; soprattutto nelle relazioni internazionali.

I fautori della globalizzazione tendono a ignorare che gli immigrati provengono da Stati che non hanno mai promulgato (né si sentono vincolati ad essa) la Dichiarazione universale dei diritti, espressione della volontà di poche Nazioni Occidentali; che ritengono di non essere tenuti a riconoscere sia le regole di un patto sociale, che non hanno, sia pure solo idealmente sottoscritto, sia le norme di uno Stato di diritto, cui non appartengono.

Tutte le predette normative postulano l’esistenza di una comunità organizzata stabilmente e dotata di sovranità e di uno Stato con i tratti caratteristici di una Nazione omogenea e integrata.

Esse non si conciliano con la presenza sui territori dei vari Paesi di masse d’immigrati in continuo movimento e alla ricerca di un lavoro, che essendo, per forza di cose, malamente retribuito, genera risentimento e rancore verso la popolazione (suo malgrado) ospitante.

In un tale contesto, solo la lungimiranza, il pragmatismo, la refrattarietà alle fole religiose o filosofiche, il rifiuto reciso del trionfo delle apparenze,  da parte dei governanti di un Paese può risparmiare alla popolazione  disagi, turbamenti, aggressioni e atti di vandalica violenza.

Non deve trattarsi, ovviamente, di governanti, eletti dal popolo per effetto di meccanismi che uomini politici asserviti al potere finanziario mondiale, soprattutto delle banche, hanno reso sempre più arzigogolati, complessi e truffaldini.

La protesta vibrata delle popolazioni deve dirigersi, dunque, in primo luogo, verso la richiesta di sistemi elettorali collaudati nelle maggiori democrazie occidentali e poi verso l’obiettivo di portare, al governo statisti degni di tale nome, sensibili alla sorte dei cittadini e forti abbastanza per soddisfare con coraggio e senza veli d’ipocrisia l’interesse nazionale; che non si sentano, cioè, costretti a trovare sempre argomenti che diano alle loro scelte aspetti internazionalmente presentabili. Tali inutili foglie di fico sono la prerogativa dei governi deboli e insicuri circa l’intangibilità dell’interesse nazionale, che pur sarebbero tenuti a tutelare.

E’ da mettere in conto che i mass-media, posseduti dai pochi happy few della finanza mondiale, tentino sempre d’impedire un tale voto con manipolazioni dell’informazione.

Lo definiscono, dispregiativamente, “di pancia”, assimilandolo a quello che ha portato al governo delle due più grandi e consolidate democrazie, occidentali, uomini politici di grande tempra, di esemplare  forza di volontà, di acuto intelletto e di indomabile coraggio. Questi ultimi li bollano come isolazionisti e retrogradi con argomenti falsamente morali e molto pretestuosi, diretti soltanto a stigmatizzare azioni non condivise per interessati motivi.

Come sempre avviene, la salvezza di un Paese è affidata soprattutto ai suoi abitanti.

Se essi hanno coraggio, infatti, sanno reagire alle false lusinghe degli imbonitori di piazza e alle loro mielate promesse pre-elettorali; si dimostrano capaci di  far comprendere la fondatezza della loro protesta e scelgono soprattutto governanti idonei a far risalire alla Nazione la china discendente su cui l’hanno posta politicanti di cultura provinciale, esperti di tattiche e marchingegni per acquisire poltrone e strapuntini, ma culturalmente rozzi e impreparati.

 * Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

CONDIVIDI