La nostra è indubbiamente un’epoca di decadenza, destinata a registrare un profondo cambiamento degli equilibri  mondiali, come della stessa concezione su cui si sono sono fondate a lungo le democrazie liberali. Le grandi rivoluzioni illuministe hanno scardinato gli Stati assoluti ed inaugurato la stagione dell’equilibrio dei poteri, limitando, attraverso le Costituzioni, quelli dei sovrani. L’introduzione del suffragio universale ha sancito la sovranità popolare come conquista della civiltà moderna.

Durante il lungo periodo della guerra fredda la linea di confine determinata dalla cortina di ferro segnava lo spartiacque tra il mondo libero fondato sulla democrazia ed il cupo potere dittatoriale di quello comunista dell’URSS. Il rapido crollo del sistema comunista ed il conseguente disfacimento dei regimi dei Paesi satelliti, apparvero come il trionfo della ricetta occidentale, fondata sulla libertà, tanto che molte delle nazioni uscite da quel blocco si diedero un assetto istituzionale democratico e furono ammesse, forse troppo affrettatamente, nell’Unione Europea. La Russia scelse invece la strada di un regime autoritario, sotto la guida di “zar Putin”, uomo formatosi alla rigida scuola del KGB,  dimostrando, di fatto, che in realtà poco era cambiato rispetto al passato, prima imperiale  e dopo comunista. Infatti in quel grande Paese il dissenso viene regolarmente stroncato, gli oppositori incarcerati, gli oligarchi non allineati perseguitati, espropriati dei loro beni e mandati in Siberia, quando non siano riusciti a fuggire prima.

Un lungo e paziente cammino ha assicurato alla Cina l’affermazione di una forma di comunismo sui generis, fondato sul dominio autoritario del Partito e su una spregiudicata crescita economica all’insegna di un turbo capitalismo affaristico e finanziario, fino a farne la prima potenza economica al mondo, che ormai ha soppiantato gli USA. Al Congresso del Partito Comunista Cinese dell’ottobre scorso XI Jinping, che si apprestava trionfalmente a venire acclamato per il secondo mandato, ha solennemente dichiarato che la Cina è pronta ad assumere il ruolo che le spetta nella leadership mondiale. Nel momento in cui gli USA, sotto la presidenza di un uomo che ha deciso di disconoscere gli obblighi e gl’impegni precedentemente assunti con gli alleati storici, si sono rinchiusi in un recinto nazionale fondato sul principio di “America first”, la Cina si appresta a colmare quel vuoto. Per decenni abbiamo erroneamente immaginato che, come era avvenuto per i Paesi dell’Est Europeo, l’aumento diffuso della ricchezza avrebbe portato la nuova borghesia del Sol levante a chiedere riforme più liberali ed a reclamare la democrazia politica. Invece è avvenuto il contrario. Sia in Cina, che nei Paesi sotto la sua influenza, come Il Vietnam, la Corea del Nord, la Cambogia e molti altri, di fronte alla possibilità, attraverso il mercato, di una crescita economica,  non  è  stata avvertita come primaria l’esigenza della libertà politica. Al medesimo tempo il pesante tributo imposto dalla recessione alle condizioni di vita dei popoli occidentali, (che si sono visti sfuggire l’orizzonte del benessere e rarefarsi le opportunità di stabile occupazione giovanile per effetto della globalizzazione) ha dato luogo ad un pericoloso disinteresse verso la democrazia. Infatti essa viene individuata da un numero crescente di persone come la responsabile del mancato mantenimento delle promesse del ceto politico di ogni colore, con la conseguenza che si è andato progressivamente perdendo l’interesse alla stessa partecipazione al voto.

In Cina, accanto al miglioramento delle condizioni di vita ed al miglioramento delle condizioni economiche della società, ha avuto un peso importante il senso di orgoglio diffuso, come ha giustamente osservato il politologo Ian Bremmer, derivato dalla visibile crescita dell’importanza del proprio Paese nel contesto mondiale.

Di fronte ad un’America chiusa in un inedito egoismo isolazionista, ad un’Europa incerta ed incapace di trovare la propria strada, la potenza cinese esercita una forte attrattiva verso molti Paesi  asiatici del Medio Oriente, oltre che dell’Africa e dell’America Latina, i quali tendono ad imitarne il modello, basato su un forte potere autoritario e non democratico, nonché  su una politica commerciale aperta ed espansiva. In Italia la propensione verso una  simile tendenza è ormai evidente a causa dello smarrimento delle forze politiche tradizionali, incapaci di rendersi credibili agli occhi dei cittadini, mentre si apprestano a regalare un successo al movimento antisistema.

Nel mondo molti Stati finiranno sotto il predominio cinese, anche per la dipendenza di carattere tecnologico agli standard che  verranno accettati in scala sempre più larga. Una influenza di carattere prettamente commerciale, infatti, è sicuramente più facile ed appetibile di quella ideologica del comunismo vecchia maniera. Tale contesto garantisce al gigante asiatico un ruolo di primissimo piano, che ne rafforzerà ulteriormente la posizione di prima potenza mondiale. La dottrina di Xi Jinping è quindi destinata a cambiare profondamente gli equilibri mondiali, e finirà , nel tempo, con l’influenzare anche numerose nazioni occidentali, che si vanno orientando verso modelli politici autoritari nazionali di vario segno, non conta se di destra o di sinistra. Esse quindi  finiranno con l’entrare nella sfera d’influenza commerciale dell’economia più forte del mondo, nonostante le sue produzioni a basso costo siano di qualità scadente.

La democrazia liberale è destinata a venire progressivamente cloroformizzata e si avvierà paradossalmente a morire, mentre fino ad un decennio fa appariva vincente ed in grado di imporsi ovunque. La grande delusione delle cosiddette primavere arabe, che sono andate in tutt’altra direzione, è stato il primo sintomo, l’anomalia della via scelta dai Paesi di Visegrad il secondo, quello che si sta verificando negli USA ed in molti stati europei, come in diversi Paesi emergenti, ne sono la definitiva dimostrazione. Tempo fa, ai primi segnali di un fenomeno ormai dilagante, si parlava di postdemocrazia. In realtà non si voleva ammettere che si trattava della fine dell’utopia, dei valori identitari della società occidentale, della morte della democrazia liberale. Per quanto sia difficile ed amaro ammetterlo, è probabile che dovremo rassegnarci ad un futuro ispirato alla dottrina di Xi Jinping.

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