La considerazione che tutte le forze politiche partecipanti alla prossima competizione elettorale hanno degli Italiani dev’essere bassissima.

Altrimenti non si spiegherebbe perché tanti giovani e meno giovani, sorridenti se non baldanzosi, con aria ammiccante o con tono furbesco e sornione s’inducano a fare promesse di ogni tipo, in materie di cui è evidente che, per impreparazione e incompetenza professionale, capiscono poco o punto.

E’ una gara nel dirci quali imposte intendono abrogare, di quali abbassare le aliquote, di quali diritti debba godere ogni cittadino di età compresa (diciamo, tra i 16 e i 60 anni)  per riscuotere i contributi necessari per mantenersi negli studi e via discorrendo.

Alcuni di questi imbonitori di piazze di provincia discettano di flat-tax senza avvertire gli ascoltatori che prima si dovrebbero fare i conti con la progressività sancita dalla nostra Costituzione; parlano di diritto allo studio citando l’esempio del sistema universitario Svedese e del Nord-Europa, in generale, senza conoscere l’ABC degli ordinamenti di quei Paesi.

Altri affermano di avere la ricetta giusta per convincere un popolo di evasori incalliti, abituati a eludere ogni regola nella quasi certezza di farla franca per la corruzione endemica e diffusa, a pagare il dovuto come avviene nei cantoni della vicina Svizzera o, ancora una volta, come negli Stati della lontana Scandinavia.

Molti si affannano a promettere scuole e  pubbliche amministrazioni migliori e più efficienti, senza precisare come: se mettendo toppe, peggiori del buco, a un sistema burocratico parassitario e autoritario agli ordini del potere politico come lo volle Colbert per il Re Sole e come Napoleone ci impose o collegando finalmente i pubblici dipendenti allo Stato-Comunità e non allo Stato-Autorità, secondo l’esempio dei Paesi Anglosassoni.

In una tale girandola d’idee confuse e pressapochistiche, i fautori e gli oppositori del sistema politico italiano attuale non si differenziano molto ra di loro: fanno a gara a chi le spara più grosse e fingono di non rendersi conto dell’amenità e falsità dei  loro assunti campati in aria.

Il panorama che “lorsignori”, conformisti e rivoluzionari, stanno configurando agli occhi degli Italiani è quello di una piazza di un paesotto di campagna, costantemente affollata da “Dulcamara”, imbonitori di piazza, vestiti con abiti più che di velluto, di scadente fustagno, che vendono, disponendoli in ordine diverso, tutti gli stessielisir fasulli (non d’amore, come nell’opera di Donizetti, ma di benessere economico, di pace sociale, di gratuità degli studi e così via).

L’unico risultato che tutti insieme riescono a ottenere, con le loro facili e scontate promesse, è quello di convincere gli Italiani  sull’assoluta inutilità di  andare a votare perché le fandonie dell’uno valgono quelle dell’altro e nessuno parla della situazione tragica in cui si trova la nostra democrazia dopo gli oltraggi del “decennio nero” (leggi elettorali truffaldine dai nomi in latino maccheronico: Porcellum, Italicum, Rosatellum,tentativo, fallito grazie al voto degli Italiani, di applicare i consigli del report J.P.Morgan Chase per istituire nel Paese un governo autoritario, come auspicata rivalutazione del fascismo).

E non si tratta soltanto di vecchie volpi della politica (che secondo un detto degli anni Ottanta, prima o poi, “finiscono in pellicceria”) ma anche di giovanotti di primo pelo, inesperti a tutto che a tutto, però, si sentono chiamati, ripetutamente rampognati, nei loro anni ancora più verdi, dai genitori per i titoli di studio non conseguiti, inconsapevoli del male che certamente possono fare a un  Paese già in brache di tela, a causa della loro ignoranza e improntitudine e dimentichi del saggio detto che un imbecille giovane è più pericoloso di uno vecchio, perché può profondere più energie nelle stupidità che compie.

E’ sconcertante e deprimente, invece, che lo stesso, identico, linguaggio con le medesime modulazioni di voce (diverse solo per l’accento e le inflessioni dialettali) di autentici “spacconi” di provinciali “borghi natii” o di periferia sub-urbana sia usato non solo da quei politici individuati come i responsabili del “decennio nero”, ma da quelli che vorrebbero indossare le vesti dei salvatori della libertà e della democrazia. Quelli, in altre parole, che (se votati), dovrebbero far voltare pagina al Bel Paese, dando finalmente ai suoi abitanti l’illusione di vivere in una comunità civile e corretta. E non in una collettività, come quelle sud-americane, che è indotta dai principi religiosi imperanti, a “coprire” e “perdonare” ogni malefatta, pubblica o privata che sia.

Nessuno di quei giovanotti ha mai neppure lontanamente pensato alle ragioni che rendono lo Stivale corrotto, come altri mai in Europa (l’Italia è seconda solo alla Bulgaria) e sul Pianeta (essa occupa una posizione tale da suscitare una notevole vergogna). Nessuno cerca di capire perché il Paese è difficilmente governabile con metodi democratici che durino oltre lo spazio di un mattino.   Nessuno studia, senza i paraocchi della fede o dell’ideologia ottundente i motivi che l’hanno fatto passare dalle teocrazie papaline alle monarchie assolute, dalle tirannidi palesi a quelle occulte e mistificate del “decennio nero”. Nessuno di quei “Dulcamara”, generosi di promesse fasulle, dichiara mai di volersi impegnare a richiedere una corretta e rigorosa applicazione dell’articolo 7 della nostra Costituzione e delle norme dei Trattati Europei per rivendicare una completa indipendenza, nella gestione della res publica italiana, dalle interferenze ormai neppure più velate di Altissime (nel loro ordine, s’intende) Gerarchie e Burocrazie straniere per inviti diretti, in buona sostanza, a violare la nostra sovranità territoriale.

E non basta. Il perdono è pratica legittima e può essere utile (per chi vi crede) se applicata ai “peccati”, alle infrazioni che la Chiesa considera violazioni della legge di Dio, ma è una vera disgrazia se diviene il principio dominante nel costume politico, amministrativo e giudiziario di una collettività civile; che ha bisogno di divieti imposti dallo Stato e rigorosamente perseguiti e di carceri, possibilmente intese non come luoghi di “redenzione” ma di pena (non di penitenza) e di afflizione (non di dichiarato, autoflagellante pentimento) per il male inflitto alla società.

Nessuno di quei “Dulcamara”, nemici professi di tasse, imposte e balzelli, dichiara di volersi impegnare per improntare i metodi d’insegnamento nelle nostre scuole al culto della libertà, della democrazia, della civiltà acquisita, del rispetto delle regole della convivenza civile, prima ancora che al culto dell’Autorità e degli ordinamenti gerarchici che costellano la nostra vita collettiva e che ci impongono l’osservanza di precetti di altra natura.

Il problema della corruzione e del malgoverno del Bel Paese non si risolve che le facce pulite (solo inizialmente? È più che lecito pensarlo, considerando la nostra più che millenaria storia politica) di giovani appena più che imberbi, dotati di buona volontà di far bene.

E’ un problema di cultura da affrontare rileggendo la nostra storia di Paese “servo” (lo dice Dante), di “popol morto” (lo dice Carducci) che si riscatta e si risveglia solo quando s’avvede che vi sono le condizione per liberarsi di un autoritarismo odioso e per esercitare il proprio.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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