Dopo il lisergico cult-movie Trainspotting e il pluripremiato agli Oscar The Millionaire, il regista inglese Danny Boyle traspone cinematograficamente la storia vera di Aron Ralston, giovane escursionista rimasto intrappolato in un canyon dello Utah.

Aron Ralston (James Franco), ventiseienne alpinista appassionato di sport, decide di intraprendere un’escursione solitaria tra le distese incontaminate del Blue John Canyon nello Utah, a bordo della sua bici da trekking. Dopo aver trascorso una serie di momenti piacevoli in compagnia di due giovani escursioniste, Kristi e Megan (Amber Tamblyn e Kate Mara), incontrate per caso nel suo peregrinare, s’imbatte nell’inaspettato: calatosi in un crepaccio con eccessiva frenesia, Aron sposta involontariamente un masso che gli piomba addosso incastrandogli il braccio. Immobilizzato, impotente e quasi senza viveri, trascorre cinque giorni d’inferno, durante i quali ripensa in flashback alla propria vita, a Rana (Clémence Poésy), la donna che ama, alla famiglia e alle due escursioniste che aveva appena incrociato, prima di decidere con un gesto estremo, l’amputazione del proprio braccio, di ritrovare la libertà e la vita.

Tratto da una storia vera, 127 ore si presenta come film d’azione atipico, nel quale non il movimento ma l’immobilità angosciante del protagonista diventa fulcro della vicenda. Interpretato da un James Franco versione Oscar, il personaggio di Aron è egocentrico e solitario, convinto di poter controllare ogni cosa e di non aver bisogno di nessuno, certo che la sua libertà sta lì, nel suo individualismo più estremo. Poi la caduta, la paura, i rimpianti e l’urlo disperato in cerca di un aiuto che non trova risposta, sgretolano la sicurezza che fino a quel momento aveva ostentato quasi compiaciuto mentre si riprendeva con la sua inseparabile videocamera. Così tra flashback nervosi e allucinanti, che le inquadrature distorte di Boyle rendono a meraviglia con un’accurata alternanza di ralenti e accelerazioni, Aron ripensa a sé stesso rivivendo i momenti fondamentali della sua vita, che lo trascinano verso una sorta di rinascita spirituale, culminante con il sacrificio fisico finale per la sopravvivenza.

La capacità del regista inglese nel creare una tensione emotiva e un’atmosfera claustrofobica nella quale la sola via d’uscita è legata a una videocamera che tiene vivo il resto del mondo, e che si pone di fatto come unica coprotagonista rispetto a Ralston, è decisamente notevole. Solo nel finale la retorica della “storia vera” prende il sopravvento, portando Boyle ad eccedere in un crudo realismo che poteva forse risparmiarsi. Questo però non nega al regista di The Millionaire il merito di aver realizzato una toccante storia di vita, che riguarda un po’ tutti noi, in cui un uomo decide di sfidare la natura, contro la quale, seppur con un prezzo da pagare, ne esce vincitore. Un film, 127 ore, che celebra la vita.

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