Fatte salve le ipotesi di parti gemellari e plurimi, l’ Uomo nasce solo ma, come ogni altro essere vivente, avverte il bisogno di vivere in gruppo. Le motivazioni degli animali sono dettate dall’istinto e si fondano soprattutto su esigenze di difesa e di protezione dagli attacchi di altre specie. L’essere umano, dotato di ragione, va anche oltre e scorge nella possibilità di cooperare con i suoi simili l’occasione utile per accrescere il suo benessere materiale.
La Tribù, formata da un gruppo etnico di ordine semplice (linguaggio comune e occupazione permanente o periodica dello stesso territorio) poi la Nazione, la My country degli Inglesi, unità etnica cosciente di una propria peculiarità e autonomia culturale e tendente ad avere una propria sovranità politica, sono le tappe che il raziocinio, non disgiunto dall’istinto, indica all’essere umano.
In quest’ordine naturale dell’evoluzione umana, a un certo punto, s’inseriscono, in maniera sovra-strutturale, le dottrine universalistiche che sono di natura religiosa o filosofica (in senso lato); procedono per dogmi o verità ritenute assolute e non contestabili.
Questa nuova “fonte di sapere” accresce, in modo progressivo e vistoso, il numero dei suoi adepti.
C’è chi si lascia convincere da carismatici uomini religiosi di far parte di un popolo “eletto” e prediletto da Dio e di avere, conseguentemente, il compito di dominare altre popolazioni minori e neglette per costituire un grandioso ordine mondiale, corrispondente alla volontà divina.
Sempre, per ragioni di fede, altri uomini, indipendentemente dai beni che possiedono, si lasciano persuadere di essere figli di un unico Dio e di avere, quindi, fratelli, cugini e parenti su tutto il Pianeta, definito Ecumene; individui che devono aiutare e proteggere per ordine divino a causa dei vincoli, per così dire, “familiari”.
Su presupposti, invece, di natura filosofica ed economica, elaborati da studiosi, elevati subiti al rango di maestri e colossi del pensiero, i poveri sono indotti a sentirsi parte di un’ideale comunità di diseredati e legati a essa dal bisogno di condurre una planetaria lotta di classe per un trionfo universale del principio d’eguaglianza umana.
Senza eccessive preoccupazioni di ordine morale, infine, i ricchi si sono convinti, per loro conto e soltanto con l’aiuto di qualche economista, di dovere abbattere le frontiere nazionali per procurarsi maggiori opportunità di arricchimento in nome di una invocata globalizzazione economica e umana.
Contro questi universalismi che erano diventati “cogenti” per la forza delle massime autorità religiose, civili o economiche che li avevano fatti propri e li avevano proclamati e per le masse strabocchevoli che li avevano seguiti (convintamente o acriticamente), l’individuo, nato solo e destinato a morire tale, si è trovato a dover vivere, per il corso della sua esistenza, in compagnia di suoi simili non legati a lui dai vincoli primigeni e naturali né della tribù né della nazione, ma da superfetazioni fideistiche o ideologiche di cui doveva subire gli effetti, pur cogliendone l’irrazionalità e l’assoluta incongruenza con i suoi veri bisogni: doveva sentirsi investito di una missione superindividuale per corrispondere ai sogni egemonici di un popolo amato dal suo Dio; sentirsi fratello di chi gli stuprava le figlie, assalendole in strada o altri luoghi e credere che se fosse diventato ricco non sarebbe mai entrato nel Regno dei Cieli, predisposto dal suo Dio solo per i poveri di tutto; sentirsi impegnato a perseguire obiettivi di uguaglianza – non soltanto giuridica (di cui poteva agevolmente convincersi) ma economica – per tutti gli abitanti del globo, anche se essi aumentavano a dismisura per rispondere all’appello di sacerdoti e condottieri, vogliosi di incrementare i loro eserciti di proseliti e di soldati; accettare, infine, l’idea di vedere stravolta, in nome della globalizzazione, la propria vita da invasioni massicce di gente da cui prima lo Stato nazionale lo proteggeva con le armi in pugno, perché finanzieri straricchi dovevano continuare ad avere la possibilità di concedere mutui a destra e a manca per lucrarne gli interessi anche da parte di imprenditori industriali inefficienti in piena crisi per incapacità di essere competitivi senza l’aiuto dei nuovi schiavi del terzo millennio.
A Davos, in questi giorni, dopo il crollo dei due universalismi di natura filosofica del cosiddetto “secolo breve”, si vorrebbe celebrare il trionfo dell’ultimo degli “universalismi”, di natura laica, anti-individualistici, illiberali, costrittivi e autoritari.
Il coro delle “voci bianche” degli anonimi burocrati del Pianeta globalizzato sarà contrappuntato da quelli di leader cresciuti “in vitro” sotto le attente cure di missi dominici delle grandi centrali finanziarie di Wall Street e della City.
C’è, però, l’attesa di un finale a sorpresa cui membri autorevoli dell’Unione Europea hanno già deciso di non assistere, allontanandosi dal centro Svizzero.
Donald Trump potrebbe parlare di una cosa antica quanto il mondo: la necessità, cioè, che un Capo eletto dal popolo faccia l’interesse di chi l’ha eletto e non di chi, senza nessuna investitura democratica, intende, con la prepotenza autoritaria dei ricchi, dettare legge per tutti gli abitanti del Pianeta.
I veri “liberali”, incentrando la loro attenzione sulla libertà degli individui (e non sulla smodata volontà di potenza, lesiva dell’altrui libertà), hanno sempre combattuto gli universalismi illibertari e autoritari di preti, filosofi e happy few. Hanno combattuto il nazi-fascismo, il social-comunismo e le pretese egemoniche di una Chiesa, pur sempre assisa, a dispetto di un conclamato pauperismo, tra le grandi potenze finanziarie del mondo.
Ora, essi non possono chinare il capo dinanzi ai “globalizzatori”, avidi e ingordi, delle centrali finanziarie, soprattutto dopo che i governi dei due maggiori Paesi anglosassoni si sono sottratti con la Brexit e con la politica di Donald Trump alla loro egemonia e che in Europa il cancelliere austriaco Kurz e i liberali tedeschi, per il momento ancora soltanto all’opposizione, sono sulla stessa linea.
Dell’Italia è meglio non parlare. Giovani volenterosi di tutte le forze politiche si stanno battendo unicamente per interpretare a vantaggio dei loro candidati una legge elettorale di cui nessuno più denuncia la dubbia costituzionalità. I grandi temi sono assenti dal dibattito politico: si parla di “quisquiglie” direbbe Totò.
Certamente, a livello mondiale, la battaglia da combattere contro il liberismo sfrenato e “globalizzatore” sarà dura. Tutti i mass-media sono, per così dire, “in mano al nemico” e la disinformazione è un potentissimo strumento di lotta.
Ci resta il Web e il Web sia!

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