L’assenza del vincolo di mandato per i parlamentari ha assunto nel corso degli anni aspetti paradossali sino a sfiorare il ridicolo: il principio è sancito nella Costituzione della Repubblica. L’articolo 67 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

L’intento dei padri costituenti era quello di garantire al parlamentare piena libertà di opinione e di azione senza alcuna subordinazione forzosa nei confronti del partito di appartenenza o di eventuali gruppi di potere.

Nobili intenzioni (sostanziatesi in atteggiamenti virtuosi per lunghi anni), poi miseramente tradite a causa di un’interpretazione superfciale del giusto principio.

Da evidenziare che le “transumanze” hanno fatto registrare i massimi picchi durante la cosiddetta Seconda Repubblica nata sulle ceneri dei vecchi partiti capaci di garantire unità, coesione e comunione d’intenti oltre che un’adeguata formazione frutto di un percorso culturale ed esperienziale.

Alla base dei continui salti della quaglia l’assenza di un forte senso di appartenenza a simboli ed idee, ma anche la mancanza di rispetto nei confronti degli elettori.

Un tempo era impensabile che un parlamentare eletto nella fila di un partito potesse in corso d’opera passare armi e bagali in quelle di un altro di diversa ispirazione o ideologia, per poi magari ritornare al punto di partenza.

Casi rari e proprio per questo motivo ricordati come disdicevoli eccezioni.

La nascita di nuovi gruppi parlamentari e di nuovi movimenti, le scissioni e le successive ricomposizioni favoriscono la migrazione degli eletti. Ogni nuovo partito ritiene opportuno costituire anche il proprio gruppo in seno al Parlamento con evidenti ricadute sulla tenuta della coerenza del mandato elettorale ricevuto.

In questi ultimi cinque anni di vita parlamentare come hanno rilevato diversi studi i cambi di gruppo sono stati 566 portati a termine da 347 parlamentari, ovvero il 35,53 per cento degli eletti. Un comportamento discutibile che ha riguardato in maniera pressocchè uguale la Camera e il Senato.

Sebbene i regolamenti parlamentari prevedano sanzioni disciplinari, al fine di limitare il fenomeno dei continui cambi di casacca oppure per ricondurlo a livelli fisiologici basterebbe prevedere un’ammenda gravante sull’indennità mensile dell’eletto pari ad un terzo dell’ importo per tutta la durata della legislatura.

Una giusta pena per chi fa del trasformismo un modus operandi finalizzato a cogliere opportunità e vantaggi per se stesso e per i suoi seguaci.

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