La reazione di gran parte della stampa (e degli altri media) alla selezione dell’Agenzia delle entrate sui risultati del “recupero dell’evasione fiscale” presuppongono un uditorio pronto a “credere, obbedire, pagare” e, soprattutto, a pensare, come disse anni fa un ministro dell’economia, che “pagare le imposte è bellissimo”.

Dato che così – forse – non è, analizziamo le condizioni alle quali pagarle non è bellissimo ma almeno utile e sopportabile.

La prima: che al sacrificio corrispondano dei risultati o quanto meno delle coincidenze. La più importante delle quali è che, un aumento delle performances vantate dagli esattori, corrisponda un incremento delle chances di vita (e reddito soprattutto) dei contribuenti.

Se forse qualche decimo di punto (del PNL) in più c’è nel 2017 (e anche nei due anni precedenti) il tutto è dovuto all’effetto trainante del miglioramento economico del pianeta e, in particolare, dell’economia dei paesi sviluppati. Non è cioè merito né dell’agenzia fiscale, né soprattutto del governo della classe dirigente che serve.

Ma soprattutto, a disdoro dell’una e soprattutto dell’altra, nel medio-lungo periodo (decorso alla fine della prima repubblica ad oggi, e cioè in oltre vent’anni) l’economia italiana è cresciuta di pochi punti percentuali. Tra le europee è quella che registra un aumento quasi impercettibile: la bistrattata Grecia, indicata da un nostro governo “tecnico” come il disastro da evitare, è cresciuta di oltre 10 punti di più nello stesso periodo (v. per dati più diffusi il mio articolo “Parassitario o predatorio” su Rivoluzione liberale del 04/01/2018).

Concludendo sul punto: questi dati non autorizzano a vantare (né confortano) risultati ascrivibili, almeno in parte, ad una politica (economica e fiscale) espansiva, e neppure possono giovarsi di coincidenze, almeno a prendere in esame non i dati annuali o degli anni più recenti, ma quelli di medio periodo.

In secondo luogo: la destinazione che hanno le somme recuperate. Vale la pena averle recuperate almeno dal punto di vista dei governati? Finiranno in servizi più efficienti, impiegati meno pigri (e più onesti) ecc.? Su questo, tenendo conto di quanto si legge, è lecito dubitare. In uno dei tanti scandali (ma quelli “scoperti” sono la punta dell’iceberg…) uscì fuori che buona parte delle somme destinate al finanziamento dei gruppi consiliari regionali finivano in pranzi, viaggi e addirittura in biancheria intima e (se ben ricordo) sex-toys. Sono una minima, quasi impercettibile, quota degli sprechi del settore pubblico, ma che (questi ed altri) fossero fatti dai consigli regionali, in una policrazia istituzionale quale la Repubblica “nata dalla resistenza” è poco confortante perché si moltiplicano per un numero enorme di componenti  della classe politica (e dei di esso familiari e soprattutto dell’aiutantato). Uno che di Stato e politica se ne intendeva, come Thomas Hobbes, scriveva che uno dei benefici della monarchia rispetto all’aristocrazia e alla democrazia è che tutti i governanti hanno l’ “inconveniente inevitabile” di arricchire i favoriti, ma mentre quelli di un monarca sono pochi “i favoriti di un’assemblea sono molti  e la parentela molto più numerosa, che quella di un monarca”[1].

Ambedue queste circostanze portano ad escludere che i risultati positivi per i governanti e i tax-consommers, siano tali per la generalità dei cittadini, o meglio ancora, che lo sono assai più per i primi che per i secondi. C’è da chiedersi perché vengano ripetuti costantemente ed assiduamente, al di la dell’ovvia considerazione che a coloro i quali non brillano per risultati positivi, non resta che spacciare qualsiasi cosa come tale.

La risposta più probabile è che vengano ribadite perché l’uditorio, o almeno una parte consistente (probabilmente non maggioritaria) di esso è disposto a crederci.

Gli idola tribus del XX secolo, del compromesso fordista e dello Stato sociale, hanno una resistenza non nei fatti, ma nell’immaginario collettivo. Non reggono al mutamento della situazione concreta, in continua modificazione da almeno tre decenni, e seguendo un percorso che limita le conquiste, in larga parte condivisibili – dello Stato sociale socialdemocratico-liberale.

Al quale va ascritto non soltanto il merito di avere – in larga parte – “emancipato del bisogno” la massa dei cittadini, ma anche di averlo fatto in grande misura incrementandone il reddito, prima che i servizi (pur aumentati) resi agli stessi dai poteri pubblici.

Cosa che non può dirsi della seconda repubblica dove i redditi stagnano, e i servizi pubblici sono in ribasso: solo le imposte e “il recupero dell’evasione” aumentano.

Non resta che tentare di mascherare queste realtà con un linguaggio che tende a sostituirle con dei richiami ad idee o simboli basati su un immaginario in declino, ma ancora condiviso: la lotta per i diritti (quelli di piccole minoranze sociali, per lo più), per la Costituzione ma soprattutto nel proporre (e imporre) un modello distributivo ritenuto sufficiente a realizzare non solo giustizia, ma anche a ripartire ricchezza. Il che non è perché per ripartire dei beni occorre prima produrli. Se non li si produce occorre toglierli a chi ne ha. Ma se l’incremento del prodotto è vicino, nel medio periodo, allo zero, non resta che la seconda soluzione, cioè tassare, tassare, tassare.

Finché tuttavia il common sense dello Stato sociale non sarà sostituito da uno più realistico, che ragioni su modelli produttivi (e su risultati) e non su modelli distributivi (e intenzioni), sarà comunque possibile, con le parole, edulcorare i fatti. Come avviene in questa e in altre occasioni. Ma fino a quando?

[1] V. Leviathan, p. II, cap. XIX

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