La società occidentale non può più prescindere dagli ottocenteschi princìpi liberali del diritto soggettivo e dall’irrinunciabile economia di mercato capitalistica globalizzata. In Italia, la “parentesi” del fascismo, che pure aveva portato con sè elementi di innegabile modernità (seppur autoritaria), purché comunque si contestualizzi il fenomeno storico e non lo si utilizzi ad usum delphini (come fa un certo becero estremismo), aveva progressivamente negato i caratteri essenziali dello stato liberale: inviolabilità della persona, libertà di associazione, libertà di pensiero e di stampa, etc.

Lo scenario turbolento di questa competizione elettorale, cui i moderati di ogni schieramento politico assistono preoccupati per il riproporsi, da un lato, di un aggressivo antagonismo di sinistra, che tutt’ora non appare imbarazzata di fare sfoggio di uno dei simboli responsabili di immani catastrofi, la falce e il martello, e dall’altro per il nascere di un rigurgito di quello che viene ribattezzato impropriamente neofascismo, comunque riconducibile a gruppi di estrema destra, non deve catapultarci agli “anni di piombo”, che furono caratterizzati da inaudita violenza politica segnando profondamente il corso della storia repubblicana. Pur mancando nell’odierna società post-ideologica le premesse di un revival del terrorismo politico e consapevoli che un indebito allarmismo ad esso connesso possa apparire come un atto di irresponsabilità da parte degli addetti ai lavori, è pur vero che un riflusso proveniente dai settori maggiormente colpiti dalla crisi economica e quindi dalle fasce più deboli e disadattate della società, specie tra i giovani e i giovanissimi, potrebbe agire con violenza dietro ai feticci sepolti dalle macerie delle ideologie novecentesche.

Si può partire dal constatare che il sistema politico liberal-democratico dimostra concretamente la sua superiorità nel garantire diffuso benessere economico e assicurare libertà individuale, sugli altri sistemi economico-politici. Respingendo la favola marxista della dittatura di classe come stadio intermedio per il conseguimento dell’abolizione dello Stato, il pragmatismo liberale permane il solo strumento tramite il quale è possibile proteggerci contro l’abuso del potere dello Stato preconizzato dal marxismo. Ai progetti messianici dei rivoluzionari, vecchi e nuovi, di cambiamento totale della società, gli ideali della libertà contrappongono la tesi secondo la quale la realtà socio-economica va progressivamente e incessantemente riformata. Come è accaduto nei regimi dittatoriali del passato, anche in quelli odierni di matrice comunista dove il marxismo si è potuto materializzare, dal Venezuela, Cuba e la Corea del Nord (per non parlare delle variegate teocrazie musulmane tutt’ora presenti), le libertà individuali sono negate e finiscono sempre per reggersi sulla paura e sul privilegio di un gruppo, di una classe, di una casta.

Il principio keynesiano, che prevede l’intervento statale nel sistema economico, deve essere progressivamente abbandonato. E’ inevitabile credere, soprattutto per il mostruoso debito pubblico italiano, a cui si aggiunge peraltro una stima di crescita del Pil molto timida rispetto agli altri paesi dell’eurozona, che all’ingerenza della politica nell’economia di mercato, si sostituisca un effettivo laissez-faire nell’accezione positiva dell’espressione. La politica e l’economia devono necessariamente essere sinergiche fra loro, ma il primato dell’economia sulla politica risiede nel fatto che la scarsità delle risorse a disposizione di uno Stato è fra le cause principali delle difficoltà politiche e non il contrario come vorrebbero i primatisti dello “Stato-massimo”. L’assioma caro al comunismo secondo il quale “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, di per sé potrebbe soddisfare il punto di vista liberista, se i beni disponibili bastassero a soddisfare il fabbisogno dell’umanità intera. Ma, poiché non bastano, i beni sono acquistati dagli individui attraverso la loro predisposizione a spendere come e quanto desiderano. Tutti i paradigmi economici hanno pregi e difetti, ma per il liberismo l’economia di mercato, piuttosto che basarsi sull’egoismo, è l’equivalenza fra quel che si dà e quello che si riceve in cambio, regolamentato dalla concorrenza e dai contratti. E’ per questo che il liberista diffida della generosità pubblica, ove ve ne sia mai stata, perché ne teme gli abusi. Per converso, la libera concorrenza è un tratto distintivo di una società efficiente, poiché è incerto chi sia predittivamente il migliore ad espletare un determinato servizio, di cui solo l’esperienza può determinare con più precisione la qualità e la convenienza. L’imprenditore, in quest’ottica, è ben lungi dall’essere un mero calcolatore per il raggiungimento del maggior profitto, bensì è colui il quale, partendo da un insieme di fattori di produzione concreti che egli modifica, pone in essere quel che altri non immaginano si possa fare.

E’ pur vero che in Occidente il raggiunto benessere su larghissima scala di amplissime fasce della popolazione, ha provocato una forma di disorientamento spirituale e ha ingenerato un’evidente apatia politica. E’ altrettanto vero che persistono sacche di povertà (penso ad alcune aree depresse del Mezzogiorno) da contrastare con appropriate politiche di sviluppo, a patto che non vadano ad incidere sulla spesa pubblica come preferirebbe fare una sinistra demagogica, bensì attuando un rivoluzionario piano di agevolazioni alle imprese che abbiano l’intenzione di investire nei settori di maggiore appeal del meridione, a cominciare dal turismo.

Il liberalismo, capace di coniugare innovazione e conservazione, difende valori che sì sono eminentemente economici e connessi alla classica ricetta liberista e quindi alle privatizzazioni degli asset strategici del paese e alla dismissione del patrimonio statale, ma soprattutto etici e non sono soltanto appannaggio di abbienti ceti elitari come vorrebbero i suoi detrattori, da destra a sinistra, ma di tutta la compagine sociale. Il liberalismo difende il piccolo e medio risparmio che è sinonimo di sacrificio; il liberalismo è famiglia, è avvenire, è volontà di indipendenza e quindi di responsabilità; il liberalismo è spirito imprenditoriale a tutti i livelli, che oggi una certa sinistra, rappresentata dal partito della spesa pubblica quale è Liberi e Uguali dell’ex procuratore antimafia Grasso, minaccia attraverso l’irrimediabile aumento del debito pubblico e delle tasse.

E’ pertanto auspicabile che l’autentica visione politica liberale, più volte disattesa da chi si è professato liberale, ma che tale lo è stato alla stregua di un cicero pro domo sua, rinasca con un rinnovato spessore culturale e politico, nella convinzione che contrapporsi con palingenetica autorevolezza e credibilità alle derive populiste, rappresentate dall’analfabetismo politico del Movimento 5 Stelle, possa giovare alle future generazioni e porre un solido argine alla nascente barbarie estremista.

 

 

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