Un articolo di Saskia Sassen pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso, tuttora in edicola, ripropone un tema – ed un concetto – poco frequentato, ma analizzato da studiosi italiani di scienza delle finanze già dalla fine dell’ottocento (da Maffeo Pantaleoni, fino, almeno, a Cesare Cosciani). Concetto tenuto in ombra nell’ultimo secolo, quello del compromesso fordista e dello Stato sociale.

L’autrice presenta un libro collettaneo di alcuni autori di sinistra e dalle prime righe lo sintetizza così: “La sinistra lotta per una società più giusta, ma deve affrontare molti ostacoli, come spiegano i saggi raccolti nel libro … Uno degli ostacoli maggiori è la crescita di quelle che io chiamo «formazioni predatorie complesse»”. Il termine predatorio è particolarmente importante secondo la Sassen perché rende “in modo efficace la violenza che sottintende quel che nella maggior parte dei casi è descritto con un linguaggio più delicato, indiretto”. L’aggressività del capitalismo contemporaneo è così camuffata dall’assenza (o minima) rilevanza di “quella brutalità che risulta auto-evidente in una fabbrica che sfrutta i lavoratori o in una miniera”.

Al contrario le “derivazioni” (nel senso di Pareto) dello sfruttamento sono proposte variamente, e con un’(inconsueta) raffinatezza. Le formazioni predatorie prescindono dalla mera contrapposizione e dalla lotta di classe capitale/lavoro “se le élite più potenti e i detentori del capitale sparissero da un giorno all’altro, ciò non eliminerebbe ipso facto le formazioni predatorie, molto più complesse”. Né i detentori del capitale né “i più influenti manager aziendali sarebbero riusciti ad ottenere “la concentrazione di ricchezza e il potere assoluto” se non inseriti e riconducibili alla formazione predatoria.

Questa è “un assemblaggio di elementi diversi, individui potenti e ricchi, aziende e corporation, governi… innovazioni tecniche, legali e finanziarie, nuovi spazi operativi”.

L’incremento di potere e ricchezza delle élite ha come conseguenza distruzione ambientale ed esclusione sociale, anche nei paesi ricchi. Si pone così la “questione centrale”: che deve fare la sinistra di fronte a queste formazione predatorie? In primo luogo, scrive la Sassen, occorre la volontà politica di disarticolarle, “perfino di distruggerle”; “La sinistra dovrebbe puntare a questo, piuttosto che abdicare alle proprie responsabilità, facendosi scudo della possibilità che le formazioni predatorie si auto-distruggano, sulla base della tendenza ad abusare del proprio potere”. In attesa che ciò diventi “politicamente prioritario” occorre capire che questo capitalismo è assai diverso da quello passato. Ha compiuto, aggiungo io, per dirlo con Hegel ed Engels, il passaggio dalla quantità alla qualità. Comprenderne i meccanismi, illuminare ciò che è opaco, evidenziare le strutture che lo hanno reso possibile, è il passo iniziale e necessario.

Che il termine “predatorio” stia ottenendo una qualche attenzione da parte di studiosi di sinistra non può che rallegrare chi scrive che, circa un mese fa, ha pubblicato su “Rivoluzione Liberale” un articolo proprio sul concetto di predatorio, sulle distinzioni che lo delimitano e sull’utilità dello stesso per descrivere e interpretare l’attuale situazione italiana, prima che internazionale. Cercare di capire come “predatorio” abbia una funzione euristica più profonda ed estesa è confortante. Tuttavia è necessario evidenziare due punti.

In primo luogo le formazioni predatorie della sociologa olandese sono solo limitatamente e molto parzialmente riconducibili all’armamentario “ortodosso” del marxismo. Due punti appaiono, nello scritto, decisivi: quell’ “assemblaggio di elementi diversi”, supera la mera contrapposizione borghese/proletario (la include ma così non è esclusiva né totalizzante). Più che alla lotta di classe e ai blocchi contrapposti (padroni contro proletari) è tributaria di un’articolazione sociale – e relativi conflitti – assai più complessa. In senso analogo riflessioni filosofiche, giuridiche e quant’altro appaiono, ove non rapportabili – come sembra nelle intenzioni della Sassen – alle derivazioni paretiane, sembrano rivalutare l’aspetto sovrastrutturale e, in un certo senso, egemonico del dominio.

Anche questo è confortante.

Dove la concezione, necessariamente solo “abbozzata” per il carattere dello scritto (sintetico, su un periodico e quindi valutabile solo entro quei limiti da chi scrive) appare criticabile è l’assenza di riferimento alla distinzione dei “classici” italiani di scienze delle finanze e al contesto (interno più che internazionale) che quelli consideravano.

Il “predatorio” si riferiva soprattutto ad un tipo di rapporto tra governati e governanti all’interno di una sintesi politica. L’aspetto dello sfruttamento internazionale restava sullo sfondo. Maffeo Pantaleoni, così come gli altri vivevano in un contesto caratterizzato da Stati sovrani e non dalla globalizzazione. O, meglio da Stati di compiuta sovranità e da una globalizzazione assai meno estesa e penetrante, (anche) per l’ostacolo delle decisioni, spesso autarchiche e protezionistiche, delle sintesi politiche.

Ciò non toglie che le “formazioni predatorie” del XXI secolo ricomprendano (anzi ne sono magna pars) predatori interni. Anzi costituiscono una somma di predatori interni ed esterni, vecchi e nuovi: lo spread più la tassa sul macinato.

Così che appare limitativo è l’(apparente) assenza di riferimento sia al criterio della loro distinzione che alla concezione di quegli studiosi.

E più in generale che “assetto” e formazioni predatorie appaiono ascrivibili più a rapporti politici che economici (o in pari misura, a entrambi). Obbligazioni politiche e obbligazioni-scambio, rendite politiche e rendite economiche, rapporti non paritari (praticamente tutti quelli politici) e paritari (gran parte, ma non tutti, gli economici) fanno parte dell’esistenza di ogni comunità umana. E sono irriducibili gli uni agli altri, pur essendo strettamente connessi.

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