Un bellissimo articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera ha dimostrato tutta l’ambiguità dell’ondata di antifascismo, che sembra l’elemento unificante nella campagna elettorale di una sinistra italiana sconfitta e dilaniata al suo interno. Il politologo ha affermato che l’opposto del fascismo non è la piazza antagonista che manifesta in forma violenta, ma la democrazia. E’ vero. Tuttavia tale parola da sola è insufficiente se non è unita a quella, ancor più significativa, di libertà. Per questa ragione quelle instaurate nei Paesi occidentali più progrediti sono state definite dai costituzionalisti “Democrazie liberali”. La storia ci insegna che il suffragio universale è una grande conquista, ma molti regimi dittatoriali sono nati attraverso un iniziale voto democratico, a cominciare dal Fascismo e dal Nazismo, o da sistemi pseudo democratici, come quelli autoritari della Russia di Putin o della Turchia di Erdogan. Sono i valori di libertà, consolidati nelle Carte Costituzionali dei singoli Stati e resi intoccabili attraverso il principio della separazione dei poteri, che rappresentano il tratto distintivo ed indiscutibile del vero progresso culturale e spirituale della civiltà.

Ha ragione Galli della Loggia quando ricorda che antifasciste erano tutte le forze politiche del CLN che diedero vita ai primi Governi dell’Italia liberata dalla dittatura fascista. Tuttavia ha inoltre sottolineato, che, nonostante la comune matrice antifascista, tra quei soggetti politici vi erano tali differenze che, dopo poco tempo, la coalizione si divise e, per oltre cinquant’anni, i partiti che avevano unitariamente partecipato alla Resistenza, si contrapposero anche in termini molto aspri. Antifascista infatti si definiva il PCI, che per oltre un cinquantennio cercò di negare e tenere sotto silenzio l’orrore delle foibe, come le deportazioni in Siberia o le repressioni sanguinose in Ungheria e Cecoslovacchia.

Vorrei aggiungere che antifascisti erano  quei partigiani comunisti che, dopo la fine della guerra civile contro la dittatura, rifiutarono di abbandonare le armi e furono costretti a rinunciare alla rivoluzione soltanto per imposizione di Togliatti tornato dall’Unione Sovietica con questo preciso compito. Una seconda volta il leader del PCI, dopo l’attentato del 1948, in cui ebbe salva la vita per merito del grande chirurgo borghese Prof. Pietro Valdoni, con un suo perentorio messaggio radiofonico, riuscì a fermare le masse comuniste già pronte a scendere in piazza per riprendere il progetto rivoluzionario sotto la guida di Secchia e Longo. Non fu mai chiaro  se l’appello del capo del PCI fosse derivato da un sentimento di fedeltà verso le Istituzioni democratiche o dalla necessità di obbedire agli ordini di Stalin, che, con gli accordi di Yalta, aveva accettato che l’Italia ricadesse nella sfera d’influenza americana e non tra le nazioni che erano rimaste dietro la cortina di ferro sovietica, che, con la Iugoslavia, arrivava fino al confine col nostro Paese.

E’ vero che la Nostra Costituzione dichiara solennemente che l’Italia repubblicana è antifascista, ma non poteva essere diversamente dopo l’esperienza nefasta del ventennio di Mussolini, in cui era stata soppressa la libertà. La nostra stessa Carta tuttavia ripudia tutte lo forme di violenza di piazza ed è altrettanto ostile ad ogni autoritarismo e dittatura, quale che ne sia il colore. Antagonisti del fascismo quindi sono democrazia e libertà, non già quanti si oppongono al fascismo, con metodi che spesso sono l’uguale e contrario, come ha tristemente dimostrato l’esperienza delle Brigate Rosse e degli opposti estremismi degli anni settanta, alla quale ci auguriamo di non dover mai ritornare. Il termine antifascista, nel quale ci riconosciamo, consacrato nella Costituzione, non può avere il significato ambiguo, anzi falso, di accomunare tutti i nemici del fascismo, anche quelli aderenti ad una ispirazione autoritaria e violenta analoga, pur se di segno diverso. Rispetto ad essi intendiamo marcare una netta linea di differenza, costituita dalla nostra incrollabile fiducia  nei valori della democrazia liberale, che pur con i suoi difetti, affermando la supremazia della legge,  è tuttora la forma migliore di organizzazione sociale che conosciamo e riconosciamo.

Una sinistra senza idee, che registra il fallimento dei suoi Governi  e principalmente del tentativo renziano di imporre una riforma autoritaria della Costituzione, rivela nel recente rigurgito di antifascismo una sorta di necessità ancestrale. Il marxismo nasce sulla concezione di una necessaria contrapposizione amico-nemico: le ingiustizie della società borghese imporrebbero la lotta di classe fino al momento in cui prevarrà il proletariato. L’obiettivo è lo “Stato etico”, che persegue il bene concepito unilateralmente. La visione liberale pluralista invece esalta lo “Stato laico”, che tiene conto delle differenze e sconta la consapevolezza della imperfezione umana, cercando di cogliere, anche in quelli che appaiono difetti, mentre costituiscono la bellezza della diversità, la vocazione al miglioramento della società. La stessa avidità, insita nella natura umana, frenata e governata dalla legge, che deve essere generale ed astratta, determina il progresso, coltivando l’ingegno, la bellezza delle espressioni artistiche e l’integrità dell’ambiente. Insieme alle conquiste di civiltà del welfare, della protezione dei più deboli e dei diversamente abili, come della garanzia di uguaglianza dei punti di partenza attraverso l’istruzione e la tutela della salute, la democrazia liberale garantisce anche di crescere liberamente disuguali.

Oltre al fallimento del socialismo reale di ispirazione leninista e stalinista, la società aperta teorizzata da Popper ha sepolto definitivamente ogni residuo di marxismo, dimostrando che tutti, nelle società moderne, aspirano al rango borghese. L’ascensore sociale assicurato dagli strumenti giuridici delle Democrazie liberali ne consente il perseguimento, insieme al non meno elettrizzante obiettivo del raggiungimento della grande utopia della felicità.

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