Il dato da cui partire, oggi, a due giorni dal voto, per un commento ai fatti politici è la massiccia mobilitazione mass-mediatica che è stata prontamente messa in piedi dalla stampa e dalla radiotelevisione nel tentativo di  indurre, in modo trasversale, il Capo dello Stato a orientarsi verso la formazione di un Governo Cinque Stelle + Partito Democratico e il probabile premier designato Luigi Di Maio a buttarsi a corpo morto su una tale (nefasta per lui) ipotesi di investitura.

Con buona probabilità sono state le centrali finanziarie mondiali a dare l’input allo scopo di proteggere, al meglio possibile, nella situazione data, i loro interessi. E, altrettanto verosimilmente, gli stipendiati del sistema informativo mondiale si sono impegnati in modo strenuo per eseguire l’ordine. Se l’operazione andasse a buon fine, avrebbe il duplice effetto, ritenuto doppiamente utile: a) di fare uscire immediatamente e in maniera definitiva Matteo Renzi dalla scena del PD, perché lo scontro feroce con il M5S, nella campagna elettorale, ostacolerebbe l’intesa immaginata, e b) di far dipendere le sorti di un futuro governo Di Maio dalle “marionette” politiche italiane di turno, manovrate dalla Wall Street e dalla City dei finanzieri.

E’ la riprova che, nel giudizio degli ideatori del “pastrocchio”  la cultura e l’intelligenza, in Italia, sarebbero le grandi assenti dal dibattito politico.

La proposta, infatti, non tiene alcun conto dello strumento della logica, non fa il benché minimo ricorso al raziocinio e alla conoscenza dei suoi meccanismi, non analizza, per scartarle, gravi ignoranze o cognizioni distorte.

Eppure è fin troppo chiaro che se si perde il filo di un ragionamento logico,  la ricerca di una soluzione politica irrazionale e cervellotica può costituire un pericoloso trabocchetto per chi ha la responsabilità delle scelte.

La mancanza in Parlamento di una maggioranza del cinquantuno per cento  per una sola forza politica sul numero complessivo degli eletti obbliga certamente il partito che ha ricevuto il maggior numero dei voti, il Movimento delle Cinque Stelle (che ha, giustamente, rifiutato di “accroccarsi” in coalizioni eterogenee al solo fine di sfruttare i piccoli marchingegni e i trucchi truffaldini di una legge elettorale scriteriata e fasulla), per  cercare “alleanze” per governare.

Ciò, però, a mio giudizio, il Movimento deve fare, se vuol seguire un orientamento razionale, non rivolgendosi al “migliore offerente” o a tutti “gli uomini di buona volontà” (come taluno ha pensato che Di Maio abbia inteso dichiarare), ma soltanto a quelle forze politiche che siano il più possibile omogenee ad esso, pur nella diversità su alcuni temi specifici, e, comunque, coerenti con l’obiettivo politico-culturale che s’intende realizzare. La disponibilità a “collaborare”, avanzata da Chiamparino e altri, senza fare abiura del proprio passato di errori e di nefandezze politico-amministrative equivarrebbe a una mera proposta di “spartizione” di poltrone,  concordata secondo le regole del più vieto “sistema”! E non è questo che gli Italiani s’aspettano ma è proprio ciò che l’apparato mass-mediatico suggerisce nell’interesse dei “padroni del vapore” dai quali è mantenuto.

Orbene, non v’è dubbio che per un movimento che si è affermato e ottenuto consenso con un voto di protesta (qualificato dispregiativamente “di pancia” dagli avversari) e, comunque, chiaramente, “anti-sistema”, è molto difficile allearsi con partiti che del “sistema” combattuto hanno espresso il peggio; sono stati destinatari dei messaggi delle élite bancarie mondiali che invitavano, con report riservati,  i loro leader a rendersi promotori di riforme e leggi idonee a riportare il fascismo in Europa; ricevevano il sostegno mass-mediatico dei tycoondell’informazione, alleati di quelle centrali finanziarie; erano, pregiudizialmente, contrari a tutti i movimenti di “sacrosanta” protesta che nascevano nel mondo Occidentale e non solo in Italia.

Sotto tale profilo, le profferte di una parte del PD a Di Maio, “sponsorizzate” dalle “migliori firme” del giornalismo nostrano, dovrebbero essere, immediatamente, rispedite al mittente con la nota espressione: Timeo Danaos et dona ferentes”.

Non v’è possibilità di attendersi un segno di resipiscenza, che non sia smaccatamente falso,  da post-comunisti ed ex democristiani. Essi dovrebbero farsi perdonare errori che datano, peraltro, prima in forma dissociata e poi in salda unione, dall’immediato dopo-guerra.

Nella gestione del potere in Italia, i catto-comunisti, in forma disgiunta o congiunta, hanno condotto l’Italia, con una parentesi clerico-fascista,  a un tale livello di degrado e di corruzione da renderlo inaccettabile per un Paese civile e democratico.

D’altronde, se il Partito Democratico non riesce neppure a liberarsi da un “dittatorello” dozzinale, che pretende, dopo una serie di disastri procurati alla propria forza politica, di  gestire ancora da segretario le consultazioni con il Presidente della Repubblica per la formazione del governo, credo che sia del tutto hopeless sperare che qualcosa di positivo esca fuori da un tale aggregato politico di “cuor di leoni”.

Infine, la politica del PD è sempre stata ed è quella della socialdemocrazia europea che ha condotto molte Nazioni dell’Unione allo sfascio  ed  è in un declino che appare irreversibile, in tutta l’Europa oltre che in ogni altra parte del mondo. Il M5S non può non tenerne conto.

Per lo schieramento di centro-destra, il discorso è più complesso: la Lega, corresponsabile di ignobili misfatti del primo centro-destra (regionalismo sopra le righe, porcellum, manifestazioni di odio per i meridionali e via dicendo) sotto la direzione di Matteo Salvini ha preso le distanze da molti marchiani errori del passato, anche se non è riuscito a liberarsi del tutto delle vecchie cariatidi “nordiste” delle origini.

Su molti temi, le sue posizioni attuali, dopo anni di lavoro ai fianchi del Segretario, non sono molto distanti da quelle “anti-sistema” del Movimento Cinque Stelle. E la Lega può vantare, indubbiamente, esperienze positive di amministrazione a livello locale.

Certo: la cultura di fondo resta diversa per i rispettivi vertici politici; ma non è così per la base dei votanti, dove   vi  sono molti punti di contatto.

Resta il problema dell’ “accrocco” rosatelliano del movimento di Salvini con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Con queste due forze politiche  il discorso della diversità politico-culturale diventa più complesso.  Difficile immaginare i leader di quelle due forze politiche marciare a braccetto con Di Maio in direzione dell’anti-sistema, dopo che per decenni non hanno fatto altro che confermare le loro scelte di fondo “statalistiche di vecchio stampo”, senza mostrare alcun segno di ravvedimento o di riconoscimento degli errori compiuti e delle promesse di azione non mantenute.

E allora, che fare? Chiederebbe un redivivo Lenin.

Sta alle forze politiche dare segnali, univoci e precisi, da qui alle consultazioni, sulle proposte concrete che intendono fare a Di Maio, per contribuire ad abbattere un “sistema”, lercio, corrotto, servile e prono ai voleri delle centrali finanziarie, che fa acqua da tutte le parti e che, anche fuori dai nostri confini, pur con minori connotazioni negative delle nostre,  ha indotto gli Inglesi a promuovere la Brexit, gli Statunitensi a votare Trump, gli Austriaci a preferire Kurz a ogni altro candidato per la Cancelleria. Chi ha eletto Di Maio non si attende che si dimostri emulo di Macron o della Merkel. Si aspetta qualcosa di profondamento diverso dal Pd, forza antitetica anche senza il Renzismo. Chi deve dargli una mano, lo deve rafforzare nei suoi obiettivi, non indebolirlo. E lui, il giovane leader, deve stare bene attento a scegliersi compagni di marcia che non lo sgambettino a ogni difficile passaggio della sua difficile esperienza governativa.

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