Dopo essere stata tanto evocata, non ci resta che dare il benvenuto alla terza Repubblica, confidando che ne sia finalmente arrivato il momento, per  archiviare rapidamente la cosiddetta Seconda, che non ha certo dato grande prova di sé ed anzi si è resa responsabile di aver trasformato il confronto in rissa da strapaese, cancellando tutte le precedenti culture politiche e facendo degenerare il dibattito in miserabile lotta per il potere.

La nuova fase non nasce sotto i migliori auspici, in quanto è stata tenuta a battesimo da una legge elettorale, che neppure la più perversa fantasia avrebbe  potuto rendere peggiore. In nessun Paese del mondo infatti è mai stato concepito un sistema elettorale proporzionale, che ingloba, ma senza possibilità di voto disgiunto, una parte fintamente maggioritaria. Un capolavoro, che imporrà una inevitabile fase di transizione.

Le due leggi elettorali dello scorso venticinquennio, sostanzialmente maggioritarie, diedero vita ad un ciclo politico, che produsse coalizioni e movimenti, i quali si adeguarono rapidamente al sistema di voto. l’attuale Rosatellum ha inaugurato una complessa fase tripolare, che ha preso l’avvio con la recente consultazione, senza aver previsto meccanismi in grado di governarla.

I partiti in competizione, nella fase iniziale della campagna elettorale, avevano scelto di  mantenere un linguaggio da maggioritario, fondato su promesse e messaggi aggressivi, invece nella seconda parte, ed ancor più dopo il voto, hanno modificato il loro approccio.

I Cinque Stelle, nati come movimento antisistema con venature populiste di stampo peronista o putinista, si sono andati  sempre più  costituzionalizzando nel tentativo di dimostrarsi consapevoli della responsabilità di rappresentare la prima forza politica del nuovo Parlamento. Hanno assunto inoltre un atteggiamento di maggiore rispetto verso il Capo dello Stato, che precedentemente era stato destinatario dell’invio inopportuno e costituzionalmente scorretto di una lista dei ministri soltanto a scopo di propaganda.

Il centro destra, pur avendo ottenuto soltanto la maggioranza relativa dei seggi in Parlamento, ha fornito una prova di serietà nel dichiarare di voler mantenere il patto di proporre come candidato Premier il leader del partito che ha raggiunto il miglior risultato. Salvini, da parte sua, oltre al non trascurabile  riguardo usato, subito dopo le elezioni, di rendere visita a Berlusconi, si sta muovendo con molta prudenza. Sa bene che, se intende assumere il ruolo che per lungo tempo è stato del Cavaliere, deve dimostrarsi all’altezza della nuova responsabilità, proponendosi come elemento unificante e non divisivo della coalizione. Il primo passo lo ha compiuto prima delle elezioni, togliendo dal proprio simbolo la parola Nord e cercando di presentarsi come forza politica credibile in tutto il territorio nazionale. Adesso dovrà affrontare la prova più delicata: dimostrarsi capace di  comportarsi da mediatore, abbandonando i toni e le battute populiste ed aggressive, che pure gli hanno finora assicurato grande successo. Ha già  messo nel conto che il tentativo di riposizionarsi quale interprete di una nuova destra moderata e liberalconservatrice, comporterà  la delusione di alcune frange radicali. Il suo nuovo obiettivo non è più quello di raccogliere i consensi degli scontenti, ma di dare definitivamente un’identità al suo partito ed alla intera alleanza, avendone ottenuto la leadership.

Bisognerà seguire nei prossimi giorni e settimane i comportamenti di Salvini e Di Maio per rendersi conto se entrambi risulteranno all’altezza di giocare la partita della loro completa trasformazione. Di Maio inevitabilmente dovrà proseguire in quel lavoro, al quale si è già dedicato durante la campagna elettorale, di accreditarsi come partito del centro moderato non più antisistema, una sorta di Democrazia Cristiana 3.0. Tuttavia senza le mille correnti e l’indiscutibile patrimonio culturale di quel grande partito, che aveva, come ulteriore vantaggio, il viscerale collegamento con la chiesa Cattolica. Tale trasformazione, se dovesse procedere, imporrà prima o poi un allontanamento degli elementi, alla Di Battista, che provengono dal mondo della sinistra e sono ancora nostalgici di quella cultura e delle relative parole d’ordine. Altrettanto, sul versante moderato, dovrà rassegnarsi che, in prospettiva, è destinato a perdere una parte di quella borghesia che ha deciso di votare M5S solo per protesta.

Salvini a propria volta ha il compito di riuscire dove per un venticinquennio ha fallito Berlusconi, che in effetti nel 1994 aveva fondato Forza Italia con l’intenzione di farne il grande partito dei liberali e dei moderati, in alleanza con i conservatori, dopo aver fatto capire a Fini che doveva abbandonare le nostalgie neofasciste e raccogliere attorno a se la destra conservatrice. Tuttavia il Cavaliere non ha mai potuto realizzare tale disegno perché troppo condizionato da vicende, interessi ed attacchi personali, anche di carattere internazionale. Oggi la nuova Lega di Salvini, depurata dalle contraddizioni nordiste di Bossi e Maroni, protesa alla conquista di un importante seguito elettorale nel Sud, ha le carte in regola per raccogliere attorno a sé gli elettori liberali, moderati e conservatori.

La sinistra, come in tutta Europa, pare condannata  a dilaniarsi al suo interno, tentata da un’alleanza suicida con i pentastellati e con Renzi impegnato a  continuare nella sua instancabile opera di demolizione, fino ad essere destinata, come in altri Paesi, a divenire soltanto una mera presenza di testimonianza.

Bisogna quindi che nasca un Governo senza grandi pretese, che sia in grado di portare avanti il Paese per uno o due anni, modificare la legge elettorale e poi andare di nuovo alle urne per il vero confronto tra chi dovrà assumere la guida della legislatura costituente della Terza Repubblica.

Ed i liberali? Ne ho voluto parlare alla fine di questo lungo ragionamento per ribadire la convinzione che la scelta di allearsi con il centro destra alle elezioni recenti è stata corretta e non è casuale se, tra le forze che componevano la coalizione, è stata proprio la Lega ad offrire ai liberali l’opportunità  di essere ospitati nelle proprie liste, eleggendo un deputato ed un senatore. Questo consente, dopo tanti anni, di riavere dei parlamentari, iscritti e con incarichi di responsabilità nel PLI, eletti quali suoi appartenenti e non transitati successivamente, come è avvenuto più  volte nel corso delle ultime legislature.

Il PLI, alleato con la Lega, ha il compito di incalzarla a sposare con coraggio la scelta di addentrarsi nel terreno delle grandi riforme di contenuto valoriale liberale. Divenuto partito Nazionale, quello di Salvini,  senza tentennamenti, dovrebbe proporsi come interprete della moderna destra liberale e conservatrice (l’equivalente del Partito Repubblicano americano)  occupando uno spazio che  esiste in tutti i Paesi del mondo occidentale. Tale progetto in Italia non è mai riuscito a realizzarsi a causa  dei dubbi o delle incertezze che derivavano dal predominio per un periodo troppo lungo di  tempo, a destra, di residui neo fascisti e nazionalisti, che non hanno consentito la nascita di un soggetto pienamente legittimato, senza alcuna contaminazione con quel nefasto passato. I liberali incalzeranno l’alleanza di centro destra a realizzare le epocali riforme incompiute dopo l’Unità nazionale, che hanno determinato una divisione in due del Paese e dato luogo ad enormi diseguaglianze, che perdurano, anzi si sono aggravate. Sono infatti tuttora necessarie quelle stesse riforme fondate sul valore universale della libertà che, da grande statista, Giolitti, introdotto il suffragio universale, riteneva necessarie per proseguire il cammino dell’unificazione, oltre che territoriale, anche socio economica della Nazione.  Purtroppo l’allargamento della base elettorale, allora, determinò l’ingresso in Parlamento delle rappresentanze cattoliche e socialiste, che diedero ascolto alle piazze, fomentando il pregiudizio anti liberale, con la conseguenza che il disordine sociale e la debolezza della monarchia fecero precipitare il Paese nella dittatura fascista. Successivamente, nell’Italia repubblicana, lo spostamento del baricentro politico dal mondo liberale a quello cattocomunista, con una propensione piuttosto verso il clientelismo assistenziale anziché verso il primato della legge ed il riconoscimento dei diritti individuali, ci ha inesorabilmente portato verso la palese bancarotta dello Stato,  suscitando la legittima rabbia dei cittadini.

Molti segnali oggi inducono ancora al pessimismo, ma si potrebbe pure intravedere  una strada diversa, protesa verso la modernizzazione, a condizione di essere capaci di liberarsi da miti e pregiudizi di un passato da dimenticare.

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1 COMMENTO

  1. Finora si è parlato troppo di “Seconda Repubblica”, come se questa fosse stata una trasformazione epocale, come il passaggio dalla Terza alla Quarta Repubblica Francese realizzata dal Generale De Gaulle. Secondo me, questi termini possono essere usati quando è tutta la struttura dello Stato ad essere coinvolta; come fu effettivamente in Francia dopo la crisi dell’Algeria, durante la quale ci fu anche un cambio della moneta. Si può dire la stessa cosa del nostro periodo di “Mani Pulite”? Mi pare proprio di no: a parte il cambio di nome dei principali partiti, voluto solo come operazione di facciata, per allontanare personaggi “scomodi”, non cambiò assolutamente nulla. Ora Di Maio annuncia trionfalmente la nascita di una “Terza Repubblica”; ma in base a che cosa? Per un cambiamento davvero epocale, bisogna cambiare, per esempio, il rapporto che lo Stato ha con il cittadino, soprattutto attraverso lo strumento fiscale, e far sì che il cittadino-contribuente non veda più il Fisco come un nemico ( e viceversa ).

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