Lo scenario politico che ci hanno consegnato le urne è intricato quanto indecifrabile, non già perché non si è potuta delineare una maggioranza assoluta, ma perché i partiti in competizione mostrano una tale incompatibilità fra i loro programmi, che la possibilità di dar vita ad un esecutivo è compito arduo. Una considerazione preminente si deve al preoccupante spaccato che emerge dal voto e che vede un’Italia cristallizzata in una doppia istanza asimmetrica: una, rappresentata dal Mezzogiorno, ancorata a una mentalità atavicamente assistenziale e improduttiva, la quale attende dall’agire politico risposte marcatamente stataliste, riconducibile al tanto sbandierato e inattuabile reddito di cittadinanza proposto dal M5S; l’altra, costituita dal Nord, che conferma e consolida la sua tradizionale vocazione produttiva-imprenditoriale, la cui domanda è decisamente incentrata a una strutturale revisione del prelievo fiscale, attraverso una sola aliquota espressa dalla flat-tax, proposta dal centro-destra.
In questa impasse istituzionale, nella quale i leader di partito sono alla ricerca di inevitabili sinergie per l’elezione della seconda e terza carica dello Stato, vanno brevemente esaminate le possibili strategie che adotteranno le forze in campo. Una domanda è però legittima: spetta al partito o alla coalizione di maggioranza relativa rivendicare il mandato esplorativo con l’obiettivo di ricercare una potenziale maggioranza in parlamento?
Com’è noto, il M5S è nato da una protesta traversale presente nella società, che si è potuta materializzare attraverso una specifica bisettrice: da un lato, esso ha tentato di contrastare il “sistema” dei vecchi partiti i quali, pur muovendosi da contrapposti schieramenti politici, sono accusati a vario titolo di non aver saputo e voluto intercettare istanze di cambiamento e di malcontento di larghe fasce della popolazione; dall’altro lato, alimentando false aspettative, concernenti elargizioni di vario tipo promesse ad una multiforme massa di cittadini disoccupati, alimenterà ancora di pù il divario socio-culturale fra Nord e Sud. Il M5S è con molta probabilità un movimento effimero e lo sarebbe ancora di più se tessesse delle alleanze politico-programmatiche con altri gruppi parlamentari per la formazione di un governo: come giustificherebbe, infatti, la protesta “anti-sistema” al suo galvanizzato elettorato?
Dal canto suo il partito democratico, attraverso il suo segretario Matteo Renzi, dimessosi a seguito della debacle elettorale, ma “solo dopo l’insediamento di un nuovo governo”, ha subito manifestato l’intenzione, con inconsueta dignità (per la politica) e altrettanta chiarezza, di non voler cedere alle pressioni di una molto esigua minoranza presente nel suo partito (riconducibile soprattutto al governatore della Puglia Emiliano), di avviare una trattativa con i pentastellati. D’altronde le distanze fra i due schieramenti sono inconciliabili su temi di cruciale importanza, a cominciare sul come porsi nei confronti dell’Europa, ma il rischio che sia apra una crepa nell’Assemblea nazionale del partito per favorire la nascita di un esecutivo e diventare di fatto la stampella dei populisti, non è del tutto peregrino.
Quanto alla coalizione del centro-destra, oltre a registrare il dato determinante del cambio di leadership (durato ventiquattro anni) da Silvio Berlusconi al pragmatico e oramai lanciatissimo Matteo Salvini, è legittimo credere che dal voto essa ne possa uscire tutto sommato un po’ rafforzata, specie se all’orizzonte dovesse profilarsi un improbabile governicchio che la escluda. Questa pericolosa ipotesi, sulla quale Mattarella di certo non si mostrerà insensibile per la tenuta stessa dell’area politica dalla quale comunque egli proviene, sarà da lui scongiurata se si calcolano gli esiti catastrofici che una tale eventualità possa arrecare al Partito Democratico: consegnare, in occasione del prossimo e non lontanissimo voto, il paese al centro-destra su un vassoio d’argento.
Circa la risposta alla domanda sopra posta, cioè se sia più giusto che il Presidente della Repubblica, esperite tutte le formalità di rito, conferisca il mandato al partito più votato oppure alla coalizione che ha registrato maggiori suffragi, è bene subordinare le più svariate illusioni di costruire maggioranze strampalate, alla decisa richiesta del Capo dello Stato di ricevere garanzie aritmetiche per la formazione dell’esecutivo. Al di là della provenienza politica e dei profili istituzionali, che saranno chiamati a gestire le rispettive camere, la soluzione più credibile è che Mattarella, constatata l’impossibilità di conferire mandati per il voto di fiducia alle camere, sbrogli la matassa proponendo un governo istituzionale di scopo, designando una figura autorevole a capo del governo che non sia invisa ai quattro maggiori partiti, al fine di ottenere almeno tre obiettivi di piccolo e medio raggio in un arco temporale realisticamente di almeno due anni: dare una risposta in direzione della continuità circa la stabilità economica all’Europa e ai mercati internazionali; approvare l’improrogabile Documento di Economia e Finanza di aprile e, cosa più difficile ma al contempo maggiormente necessaria, elaborare un nuovo e più civile sistema elettorale. Quest’ultimo è auspicabile che sia il risultato di una vastissima condivisione in parlamento, che assurga, una volta per tutte, a legge dello Stato stabile e longeva e non muti al mutare dei governi (come la consuetudine del nostro paese ci ha abituati). In linea con la tendenza italiana, la quale in passato ha ripudiato accennati tentativi di bipartitismo e sistema maggioritario, essa potrebbe essere pensata in senso proporzionale, purchè contenga alcuni correttivi connessi a princìpi di selettività, preveda clausole di sbarramento tanto per le coalizioni quanto per i singoli partiti, e includa premi di maggioranza per le coalizioni che superino una certa percentuale di voti, al fine di conseguire una indispensabile e quasi mai ottenuta stabilità di governo. In tal caso, i seggi in palio sarebbero distribuiti a seconda della quota dei voti ottenuta da ciascun partito in competizione. Se poi all’elettore venisse finalmente offerta la possibilità di esprimere una o più preferenze per i candidati della lista, sarebbero eletti i candidati con numero di preferenze più elevato. In assenza della possibilità di esprimere le preferenze, la cosiddetta “lista bloccata”, che attribuisce grande potere ai dirigenti di partito, i seggi sarebbero attribuiti seguendo l’ordine dei candidati nella lista, una nomenclatura tout court di sovietica memoria. In tal caso, sarebbe ancora una volta tradita la volontà del singolo cittadino di scegliere il proprio rappresentante, rischiando pertanto di aumentare ulteriormente la frattura non ancora ricomposta fra la società civile e la politca, sempre più percepita come una specie di oligarchia chiusa incapace di rinnovarsi. Il confronto è appena iniziato.

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