Uomini politici, studiosi di sociologia e consumati politologi, editorialisti e giornalisti radio-televisivi, quando si tratta di anticipare gli esiti elettorali, vanno in tilt: ci raccontano dei loro voti e desideri personali su come vorrebbero vedere andare le cose, ma le loro previsioni raramente ci “azzeccano”, come direbbe Di Pietro. Eppure, le capacità dell’essere umano di “prevedere” non ha nulla di “magico”: si fonda in buona dose sulla giusta connessione degli eventi accaduti e conosciuti. Va detto, però, che oggi le cose appaiono un po’ più complicate che in passato.
Per molti secoli, la mente umana ha inventato divinità e religioni diverse che giustificavano guerre feroci, anche se, nella realtà, altrimenti motivate. L’aggiunta di ideologie filosofiche dimostratesi anche più distruttive (come insegna la lezione del cosiddetto “secolo breve”) non cambiava di molto le carte in tavola per prevedere affinità, alleanze, schieramenti di forza.
Nel terzo millennio, invece, il nostro Occidente e in particolare il Bel Paese si sono ritrovati ad essere la terra dei post e degli ex di movimenti politici di chiara identificazione: post-socialcomunisti, post-nazionalfascisti, ex democristiani, ex repubblicani, ex azionisti; sono divenuti, all’improvviso, soltanto terra di liberali.
L’uso del termine, sul quale gli stessi dizionari hanno favorito la confusione concettuale, ha prodotto malintesi che hanno fatto perdere la bussola.
“Liberale”, come aggettivo si addice in modo particolare agli uomini liberi e in tal caso il problema d’intellezione è solo quello di capire se vi siano veramente e in quale misura uomini liberi da condizionamenti del pensiero dovuti a quegli insegnamenti religiosi o filosofici di tipo metafisico che impongono il ricorso all’irrazionalità e alla fantasia e l’abbandono della logica e della razionalità.
E’, invece, il sostantivo “liberale” a creare qualche problema. Attribuirlo a chi professa idee ispirate a principi di libertà pone il problema di stabilire se l’esercizio, soprattutto in materia economica, di una libertà sconfinata e illimitata che porti alla negazione di molte libertà altrui, ugualmente meritevoli di considerazione, risponda a una corretta interpretazione della parola; o se non sia preferibile dare a chi calpesta la libertà altrui per soddisfare la propria tendenza al perseguimento di vantaggi economici la qualifica di liberista. E ciò, anche a causa degli eventi succedutisi negli ultimi decenni, in tema di trasformazione economica e umana del Pianeta.
L’Associazione culturale “Liberalismo Gobettiano” ha proposto a me, che sono soltanto il Presidente Onorario del circolo, di curare, con l’ausilio di esperti politologi, la pubblicazione di una serie di “quaderni” di approfondimento politico, editi da Avagliano e tra essi ve ne sarà uno dal titolo molto esplicito: “Liberale, sì; Liberista, no!”
Ovviamente, sulla differenza concettuale tra le due parole (liberale e liberista) sono già stati versati fiumi d’inchiostro: si è detto che il primo attiene all’ideale politico e umano; il secondo a una visione più propriamente economica delle vicende mondiali. E non vi sarebbe ancora nulla da eccepire se il liberismo economico non avesse prodotto il suo effetto più eclatante: la globalizzazione (termine non desunto dall’italiano, dove ha un suo significato solo nella psicologia infantile ma dalla parola inglese globalize, resa popolare da Theodore Levitt). E’ da questo momento che, a mio giudizio, bisogna prendere le mosse, per un discorso più attuale sul liberismo.
Il fenomeno della globalizzazione, per giunta, pur partendo dall’economia, ha portato con sé uno stravolgimento totale anche di altri valori che ogni uomo amante della libertà coltiva in se stesso. Vediamo quali.
Certamente, va bene anche per un liberale che i mercati, le produzioni, i consumi siano connessi su scala mondiale, a causa di un continuo flusso di scambi; che sia aumentata la velocità delle comunicazioni e della circolazione delle informazioni; che dalla pratica dell’outsorcing, dalla deregulation dei mercati vi sia stata una spinta positiva con crescita economica di Nazioni a lungo emarginate dallo sviluppo; che vi stata una riduzione dei prezzi per l’utente finale grazie alla concorrenza di Paesi con bassi costi di mano d’opera. In altre parole, sotto tale profilo un liberale può ben essere anche liberista.
Le cose cambiano, però, se a tali effetti, positivi, si aggiungono:
a) l’aumento sensibile e crescente delle disparità sociali,
b) la perdita delle identità locali, dell’amore per il proprio sito natio, con conseguente aumento del degrado ambientale,
c) la diminuzione della privacy,
d) la divisione, sino all’atomizzazione, della società, con ritorno a forme premoderne di convivenza,
e) la polverizzazione dei rapporti dell’individuo sia con la famiglia d’origine sia con la nazione d’appartenenza,
f) la crescita smisurata del potere delle società multinazionali con effetti negativi sulla concorrenza,
g) l’incremento dei fenomeni migratori, con la contestuale nascita di una sorta di schiavismo per lo sfruttamento, a bassa paga, di uomini di colore provenienti dalle parti più povere del Pianeta,
h) la diffusione nelle parti più evolute e civili del globo di fondamentalismi religiosi, spesso aggressivi e violenti, con aumento della criminalità,
i) il predominio straripante dei mass-media nella vita collettiva e la possibilità, data l’appartenenza dei medesimi alle più grandi centrali finanziarie e industriali del globo di incanalare i flussi dell’informazione su notizie false e fuorvianti per finalità sia commerciali sia politiche,
l) la diffusione su scala mondiale delle paure, delle epidemie, del terrorismo, delle guerre.
In presenza di tali circostanze, un uomo amante soprattutto delle libertà dell’individuo e dei popoli può menare ancora vanto di essere liberista?
Liberista, oggi, è divenuto chi postula, afferma e propugna la necessità che l’attività economica sia lasciata esclusivamente ai privati per la ricerca del massimo profitto, indipendentemente da ogni altra circostanza. Ora se è vero che la libertà è un bene finché non trasmoda e schiaccia ogni diritto altrui posto, a salvaguardia della dignità umana, si deve ritenere che il ricorso
a) a strategie che sottraggono sovranità alle Nazioni, impedendo loro di fare osservare sul proprio territorio le regole di un ideale patto sociale per garantire, a tutti i cittadini, tranquillità civile e sociale;
b) a sistemi di vita che conducono all’atomizzazione degli individui, creando le condizioni di una innaturale e deprimente solitudine;
c) a metodi di governo che affidano il sostanziale potere di gestione della collettività mondiale a sparute élite finanziarie e industriali, proprietarie per giunta della totalità dei mass-media e in grado, quindi, di condizionare la gente con fake-news del tutto incontrollabili;
d) a privilegi palesi che favoriscono senza problemi le maggiori società multinazionali, impedendo ogni forma di concorrenza
non va in direzione degli ideali liberali ma decisamente contro di essi.
Se è così, se la vera libertà degli individui è messa a rischio sotto vari profili dalle condizioni di vita del mondo globalizzato, per cui dire: liberale SI; liberista NO è l’unico modo per dirsi ancora liberale senza indulgere alla sopraffazione e allo schiacciamento degli altri.

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1 COMMENTO

  1. Visione negativizzante del “liberismo” assolutamente distorta, anziché distinguere fra liberismo economico in un ambito liberale e neo-liberismo, il quale ha prodotto il laceramento delle idee liberali, ovvero i danni della “globalizzazione”. Per cui, certamente, per un liberale attuale: sì liberale, sì liberismo, no neo-liberismo. Continuare, nella cultura attuale, a negativizzare il liberismo è una pessima attitudine, vantaggiosa solo per una visione dello stato/nazione che dovrà essere rivista, perché non più attuale, esattamente perché tutto ciò che ormai è il portato novencentesco è deflagrato non solo derubricando destra-sinistra, fascismo-comunismo, ma la stessa antitesi stato-anarchia-non stato. Uno stato attuale, e liberale, non può aver paura di essere anche liberista, piuttosto dovrà rigenerarsi per capire come traghettare le proprie istituzioni democratiche liberali nel XXI secolo e oltre.

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