La sconfitta dei due protagonisti del “decennio nero” (degli anni, cioè, che vanno dal Porcellum al Rosatellum, passando per l’Italicum) con la clamorosa debàcle di Forza Italia e del Partito Democratico (capi-fila del Centro-Destra e del Centro-Sinistra, artefici delle truffe elettorali), ha avuto, nella lettura di uomini politici e politologi italiani, tutte le caratteristiche più ambigue della nostra, tradizionale e ricorrente vita pubblica.
Il marchingegno elettorale di collegamenti e di apparentamenti tra partiti e movimenti politici, introdotto, per conquistare più seggi parlamentari, dalla più sconcertante legge elettorale mai varata dalle nostre Camere legislative (calpestando, per giunta, regole procedurali rispettate da antica data per consolidata tradizione) con cui si è arrivati al voto, ha fatto sì che, per l’esigenza di prevalere nell’ambito della coalizione di Centro-Destra, la Lega di Matteo Salvini si senta obbligata a trascinarsi dietro, in un eventuale governo, le vecchie cariatidi di una politica su cui gli Italiani preferirebbero stendere un pietoso velo di oblio.
A tale ambiguità s’è aggiunta la sicumera politica, tutta propria, dello stesso leader leghista che: a) si è vestito delle penne di pavone di leader di una coalizione autoproclamatasi “vincente”, laddove a vincere è stato solo lui, tra due altre forze politiche, l’una agonizzante, l’altra che non è mai stata di “sana e robusta costituzione fisica”; b) ha continuato e continua a evocare i fantasmi del Porcellum del leghista Calderoli e dell’Italicum del protervo Renzi, affermando di ri-volere una legge con premio di maggioranza (rectius: di minoranza, è solo una minoranza che si premia), concesso al raggiungimento di una soglia del quaranta per cento.
Il suo secondo errore è favorito dal testo della sentenza della Consulta sull’Italicum (ineccepibile, perché non c’è una norma in Costituzione che disciplini il sistema elettorale) e dalla sua ignoranza della regola-principe di ogni vera democrazia ( in base alla quale il governo è affidato solo al partito o alla coalizione di partiti che abbiano il cinquanta più uno per cento dei voti in Parlamento).
Una previsione “non incostituzionale” è cosa ben diversa da una “democratica”, essendo chiaro che l’una attiene all’osservanza di un dettato della legge fondamentale, che, però, può esservi o non esservi (e nel caso italiano, non c’è), l’altra, non scritta ma da sempre e da tutti osservata, del rispetto della volontà popolare. Ora, anche in base al senso comune, a governare tutti gli Italiani può essere solo un partito o un coacervo di forze politiche che abbiano in Parlamento almeno il cinquanta più uno per cento dei voti; come avviene in tutte le “democrazie”(anche a regime maggioritario) al fine di evitare i prevedibili contraccolpi nocivi su una vera, pacifica convivenza civile e sociale.
Naturalmente, nell’ansia da caffè o bar dello Sport di periferia o di contrade campagnole, nel sentimento di tesa apprensione che agita emotivamente tutte le tifoserie politiche (spesso con le medesime caratteristiche di quelle degli ultras del calcio) anche l’altro partito vincente il M5S ha fatto proprio, con Luigi Di Maio, la medesima giaculatoria del quaranta per cento, “sposandola” del tutto acriticamente. E ciò in luogo di formulare al popolo italiano la richiesta, comprensibile e legittima, di portare, in futuro, ulteriore consenso alla sua forza politica per superare quel cinquanta per cento dei voti, che è la meta che tutti i partiti politici, con una corretta visione della vita pubblica, si propongono di raggiungere in tutto il mondo democratico.
Comunque, un Paese che avesse adottato come in tutto il mondo civile ed evoluto, un sistema proporzionale di lista o un sistema maggioritario uninominale, entrambi in una forma “pura” e priva delle furbizie bizantine, tipiche dei politicanti di provincia, Di Maio e Salvini si troverebbero, oggi, a dovere affrontare il problema della loro convergenza di opinione su punti comuni, scartando quelli divergenti, per un programma di governo unitario.
Perché in Italia, si sta parlando, invece, delle ipotesi più disparate e politicamente più incredibili, sgangherate e improponibili?
Probabilmente, perché l’intento dei due leader vincenti è quello di Maramaldo: uccidere avversari o amici “già morti”, coinvolgendo le “loro spoglie” in operazioni politiche totalmente distruttive!
E’ questa la ragione per cui si parla, inverosimilmente, di un Governo M5S-PD o di un Governo Centro-Destra e PD (che sarebbe, oltre tutto, un vero e proprio governo degli sconfitti), capeggiato da un leader legato, come fratello tri-siamese indivisibile, a Forza Italia e a Fratelli d’Italia.
Si tratta di ipotesi tanto incongrue da rasentare la più inimmaginabile e balorda assurdità.
La verità è che la regola sovrana dei governi di coalizione impone rinunce e transazioni politiche (aliquo dato, aliquo retento, come dicevano i Romani per quelle di diritto civile) con il rinvio (in un futuro, collegato ovviamente con nuove elezioni) della realizzazione delle istanze cui, allo stato, è giocoforza rinunciare per mancanza di convergenza. E ciò, non escludendo un chiarimento esplicito ai propri elettori.
E’ razionalmente inimmaginabile, in una democrazia (dove ogni forza politica è tenuta necessariamente a conoscere le regole del compromesso politico e non a fare “sogni” ad occhi aperti di governare da sola (promuovendo e facendo approvare dal Parlamento sistemi elettorali truffaldini) che dopo il voto, i partiti continuino a “blaterare”, come in un comizio permanente in un’ideale piazza di provincia, della superiorità dei loro programmi su quelli degli ex avversari, tra i quali vi sono anche i possibili partner di una probabile coalizione governativa.
I giochi sono stati, appena, fatti e occorre osservare solo le regole di essi.
La leadership spetta al partito che ha avuto più consensi, specialmente se con ragguardevole distacco di voti, perché è del tutto verosimile che quel partito, coalizzandosi con altri, possa raggiungere la maggioranza assoluta dei voti in Parlamento.
L’accordo sul programma di governo, a lume di logica, dovrebbe essere concordato con la forza politica che appare più vicina e omogenea nelle istanze basilari; non con altre le cui proposte sono state sonoramente bocciate dagli elettori.
Le forze sconfitte a causa della diminuzione dei propri consensi non possono che fare attività parlamentare di opposizione, parlando unicamente con la propria voce e non con quella di un ventriloquo in un governo dove come perdenti costituirebbero “i classici cavoli a merenda”.
Se si ritiene che tale elementare vademecum sia reso impossibile dalle norme contorte del Rosatellum che fanno illudere il leader vittorioso in una coalizione con due partiti sconfitti dal voto, di potere “alzare la voce”, qualcuno trovi il coraggio di dire agli Italiani che bisogna ritornare al voto con una legge elettorale, priva di trabocchetti truffaldini, che riproponga le linee magistrali del Consultellum con l’aggiunta di più preferenze o di un sistema maggioritario uninominale, puro e senza commistioni o tranelli furbeschi.
Gli Italiani che hanno espresso la loro protesta contro il malgoverno dei protagonisti del decennio nero ormai hanno imparato la strada.
Se, insoddisfatti, possono anche protestare contro i partiti della protesta che non accettino la democrazia e mostrino un’ansia di comando e una protervia insopportabile nel pretendere di occupare poltrone e cadreghini, senza accettare le regole del gioco che sono valide in tutto il mondo democratico.

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