La stragrande maggioranza degli uomini di penna, giornalisti e scrittori, che hanno ricordato Piero Ostellino, morto qualche giorno fa, hanno usato per descriverlo la sintetica espressione: “liberale puro”.

Le motivazioni dell’uso congiunto di quel sostantivo (liberale) e di quell’aggettivo (puro) pongono a chi si sente vicino all’idea liberale un interrogativo: “Liberale puro”: perché?

Per distinguerlo da tutti gli ossimori che ho enumerato, in un mio precedente intervento su questo giornale: liberal-cattolico, liberal-socialista, liberal-nazionalista (e da ultimo, horribile dictu, liberal-comunista)?

E’ probabile. “Liberale puro”, però, potrebbe anche voler significare liberale nel pensiero che non intende contaminarsi con l’azione, che non vuole “compromettersi” (anche nel senso migliore del termine) nell’attività politica pratica, perché la considera troppo contrassegnata da tatticismi, da furbizie suggerite dall’ambizione di occupare poltrone, poltroncine (e “strapuntini” come scrive spesso un mio amico “liberale gobettiano” su questo giornale). E’ così?

Lo escludo. Una tale interpretazione potrebbe risultare inutilmente offensiva per i liberali attivamente militanti, per i parlamentari di quell’idea, per gli uomini di governo, dediti al loro ufficio con dedizione, capacità operativa e, soprattutto, assoluta purezza d’intenti.

E’ meno azzardato immaginare che tutti quelli che hanno ricordato Piero Ostellino, riportando quell’espressione, abbiano voluto riferirsi a un “liberale” che rifiuti di aderire, come uomo, a verità preconfezionate di tipo religioso; come politico, a subire l’ingerenza di prelati negli affari di uno Stato non confessionale; come giornalista e scrittore, a non farsi coinvolgere emotivamente in posizioni politiche che ritenga, nelle sue valutazioni ispirate unicamente al raziocinio, falsamente ispirate a valori definiti sommi e in realtà miranti a ben altri scopi.

Se così fosse, l’aggettivo più acconcio da aggiungere al sostantivo “liberale” sarebbe stato “laico”, pur essendo a stretto rigore pleonastico, superfluo o comunque ridondante: chi ama libertà non si fa condizionare da verità che non è in grado di verificare.

E’ probabile, ancora, che con l’espressione “liberale puro” si sia voluto indicare l’uomo che non accede neppure ai dogmi filosofici, considerati da Maestri del Pensiero, sempre riveriti e talvolta venerati, come incontrovertibili.

Per esempio, sono stati ritenuti tali nella parte continentale della Vecchia Europa quelli diffusi dall’idealismo filosofico tedesco, soprattutto di Hegel e dei suoi seguaci di destra e di sinistra. E ciò non soltanto nelle versioni più esasperate e trucide che tanti massacri hanno provocato nel “secolo breve” ma anche in quelle più moderate professate da due filosofi idealisti italiani, Giovanni Gentile e Benedetto Croce, entrambi annoverati tra i “liberali”, anche se poi, in prosieguo di tempo, apprezzati soprattutto da uomini politici, rispettivamente, d’inclinazione fascista o social-comunista.

In conclusione, a giudizio di tali due ultimi punti di vista, un “liberale puro” non dovrebbe mai riconoscersi in quella parte della cultura, dominante purtroppo nel nostro Paese e nell’Euro-continente, impregnata o anche solo sfiorata da dottrine assolutistiche, di natura sia religiosa sia filosofica.

In conseguenza, anche i comportamenti del “liberale pure” nella vita pratica non ispirati da una “morale” che non è né d’ispirazione eteronoma e divina né conseguente a una spinta politica a perseguire obiettivi di popolo eletto o di ecumenismo e uguaglianza universali, ma sono dettati, su un piano decisamente estetico, prima che etico, dall’amore per la propria libertà vissuta in armonia e rispetto di quella altrui e non disgiunta da un sentimento di umana solidarietà.

Probabilmente, Ostellino ha sempre saputo, come tanti altri “liberali puri” di vivere in un Paese meraviglioso per le bellezze naturali di cui è dotato e per la creatività artistica dei suoi connazionali, ma anche molto carente quanto a razionalità, logica e indipendenza di giudizio dei suoi abitanti. Doveva trattarsi di un Paese che non poteva non amare ma che certamente non corrispondeva al modello che si era in lui sedimentato per effetto dei suoi studi sull’empirismo inglese.

Lo scrittore e giornalista doveva essere ben consapevole che due millenni di dominio presso che totale degli assolutismi religiosi e ideologici sul territorio dello Stivale e nella parte continentale dell’Europa erano sempre stati i probabili responsabili del malgoverno di gente altrimenti educata e civile.

Popoli di etnie diverse avevano soltanto conosciuto e divulgato, contrabbandandoli per veri, tutti i falsi valori immaginati da una fantasia fuorviata e distorta da inverosimili fole religiose o filosofiche.

Ostellino aveva dovuto constatare con amarezza, che, in particolare, il suo era un Paese che non aveva mai valutato a sufficienza il motto di Hazzlit, secondo cui la vera ricchezza dell’essere umano è la libertà.

Da “liberale puro”, egli sapeva bene che il sostantivo (o l’aggettivo) “liberale”, usato sic et simpliciter, sullo Stivale non poteva avere lo stesso significato che o nella patria del liberalismo, la Gran Bretagna.

Egli, di ascendenze torinesi, come l’intransigente Piero Gobetti, si era formato, a quanto si è letto, sugli scritti degli empiristi inglesi.

Era stato il promotore e il Presidente di una Fondazione intestata a David Hume.

Per le sue inclinazioni umanistiche, è presumibile, quindi, che nel suo bagaglio culturale ci fosse con Hume più John Locke che Adam Smith, anche se tutti erano esponenti, peraltro, di quella sana filosofia dei britannici, che si può ritenere debitrice di Lucrezio Caro per essere stata lettrice attenta del De rerum natura; il libro prezioso che della lucida perspicacia dell’empirismo, dell’atomismo di Democrito, di Leucippo e di Epicuro aveva dato, senza alcun dubbio, la versione più esemplare.

Immagino che gli sia stata estranea la regola autoritaria dell’Accademia platonica di credere sempre e comunque in verba magistri. Così, come faccio fatica a immaginarlo inorgoglito per la pretesa di alcuni politicanti di varie Nazioni di premettere a alla Costituzione di un’Europa che aveva conosciuto i fasti della cultura greco-romana la menzione di radici mediorientali giudaico-cristiane come determinanti della nostra “civiltà”.

Non ho conosciuto Piero Ostellino di persona; ma per quel tanto che ho potuto desumere dai suoi scritti, mi è piaciuto immaginarlo come l’ho descritto: “liberale puro” libero, indipendente, non condizionabile, cioè, né da verità dogmatiche di alcun tipo né da prevaricazioni e pressioni di potere.

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1 COMMENTO

  1. Un liberale, pur riconoscendosi figlio delle tante correnti di pensiero citate nell’articolo, deve pur fare alla fine una scelta concreta per l’agire politico, e questa scelta concreta, per me, resta sempre quella indicata da Luigi Einaudi, quando mise nero su bianco la differenza tra liberisti e pianificatori: “Liberisti sono coloro i quali, ragionando, cercano di stabilire i limiti dell’intervento dello Stato…” E a tale proposito – correggetemi,se sbaglio – portava l’esempio degli “scatoloni vuoti”, che gli avversari del Liberismo “prendevano a calci”, ignorando che, per i veri sostenitori della libertà economica, il Liberismo “puro”, quello del “laissez faire,laissez passer”, era superato da un pezzo. Penso dunque che l’indirizzo più moderno da prendere sia quello di un’economia sociale di mercato.

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