Diventa sempre più evidente l’interesse delle forze già vincenti della protesta rafforzare il loro successo andando subito alle urne con una legge elettorale che non le penalizzi sul piano numerico o della libertà d’azione per le storture del Rosatellum. L’essenziale, per il mantenimento della loro piena credibilità è che si opti per un sistema di voto puro, non strumentalizzato a favorire, con marchingegni vari  questa o quella forza politica o combinazione di partiti diversi con programmi analoghi o compatibili. Un maggioritario uninominale andrebbe bene come un proporzionale puro. C’è già chi invoca un ritorno a un premio di maggioranza, senza darsi carico, però, di indicare la soglia da raggiungere e ammettere che per essere democratica essa non dovrebbe alterare il principio, valido in tutto il mondo, che si può governare solo con il raggiungimento effettivo della quota del cinquanta più uno per cento dei voti.

I tranelli e i trabocchetti di cui sono stati capaci i protagonisti del “decennio nero” (dal Porcellum al Rosatellum) vanno definitivamente banditi dal nostro Paese.

L’efficacia della protesta sarà maggiore dopo la ripetizione del voto, perché l’abbandono da parte degli elettori delle forze politiche del “decennio nero” sarà ancora più robusto e massiccio.

Sarebbe segno di miopia politica o di non realistica visione della nostra realtà umana e sociale se, pur dopo il formidabile segnale di riscossa delle masse popolari, le forze vincenti  non si coalizzassero per raggiungere gli obiettivi che riscontrano comuni; anzi se limitassero la programmazione delle attività politiche da svolgere a meri interventi di natura tributaria o socio-economica, pur significativi e rilevanti, senza prendere in considerazione ipotesi di radicali trasformazioni istituzionali del nostro Stato, che è, purtroppo,  ancora l’espressione di una concezione tardo-ottocentesca e risorgimentale del tutto lontana dai fermenti della società complessa dei nostri giorni. La borghesia nelle sue diverse modulazioni e con i suoi vari riti, salottieri e conviviali, con la sua insopportabile pretesa di parlare di cultura, non solo politica, per nascondere la sua sostanziale ignoranza e ignavia, non sembra destinata ad avere alcun ruolo centrale nella collettività odierna, ostinatamente chiusa, com’è, alle novità e ai cambiamenti. Lo hanno dimostrato le ultime elezioni: le previsioni delle gentildonne ingioiellate e dei gentiluomini in abiti gessati sono state platealmente smentite dal voto dei giovani e dei ceti popolari.

E’ tempo di avere coraggio e di tentare ciò che è sempre parso impossibile alle generazioni del “secolo breve”.

Purtroppo, siamo entrati nel terzo millennio in compagnia di un’Europa continentale che, vittima per due millenni di autoritarismi subdoli e striscianti di ogni tipo, non brilla certamente  per l’ideazione di punti di vista più moderni e meno antiquati dei nostri.

Non è quest’ultima, però, una buona ragione per noi di non tentare di cambiare.

I movimenti di protesta che si sono affermati in Italia subito dopo quelli britannici e statunitensi ci pongono in una condizione migliore per “voltare pagina” rispetto a ogni altro Stato-membro dell’Unione; soprattutto di quelli dove i missi dominici di Wall Street e della City ancora imperversano (noi il dono, l’abbiamo restituito ai mittenti, senza affrancatura!).

In primis, appare necessaria una più netta e rigorosa separazione dei tre poteri tradizionali dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Essa ci è imposta dagli ultimi atti dei protervi protagonisti del “decennio nero”, dalle prepotenze marchiane dell’Esecutivo sulle Camere legislative dei “nominati” e non degli “eletti” dal popolo.

Occorre ripristinare non soltanto la centralità ma la stessa autonomia e indipendenza del Parlamento.

Si può dare, poi,  un volto nuovo a una decrepita pubblica Amministrazione, che gestisce non solo gli affari esecutivi ma anche quelli giudiziari (giudici e pubblici accusatori altri non sono che impiegati statali, è bene ricordarlo di tanto in tanto), rifiutando, finalmente, il modello autoritario di Jean Baptiste Colbert, concepito per rispondere alle esigenze di un Monarca assoluto e, non a caso, fatto proprio da tutti i tiranni venuti alla ribalta in Europa da Napoleone, a Mussolini, a Hitler, a Franco, a Salazar.

Anche i successori politici di quei governanti autoritari, pur dicendosi democratici e anti-autoritari sono sempre stati ben felici di dominare, spesso nel modo più perentorio, un esercito di dipendenti, da essi stessi selezionati (all’inizio di carriera e nel corso di essa “promossi”) perché rappresentino la loro docile longa manus non soltanto per una gestione addomesticata della res publica ma anche, e spesso soprattutto,  per un coinvolgimento in fatti di corruzione. Cambiare è un must che uno Stato moderno non può ignorare. Se non si recide il nodo gordiano tra governanti e pubblica amministrazione e non s’affida la selezione del personale deicivil servant, soprattutto se destinati ad amministrare giustizia, a strutture indipendenti dal potere politico e sottoposte a vaglio popolare, come avviene negli ordinamenti anglo-sassoni, non si riuscirà a cavare un ragno dal buco, nella lotta alla corruttela che in Italia come in altri Paesi, dove il “perdono” è facile (e, da noi, è anche costituzionalmente configurato come “teoria dell’emenda”) ha raggiunto livelli preoccupanti.

Inoltre, i giudici non possono continuare a essere divisi in una pletora di “tribunali” civili, amministrativi, penali, tributari e rendersi  responsabili di una sarabanda di sentenze, spesso in contraddizione tra di loro, che, oltre che annientare, disorientano i cittadini.

Ora, a parte l’assurdo di una funzione primaria  per l’interesse della collettività, esercitata senza investitura del popolo e di una moltitudine spropositata di organi per assolvere lo stesso compito (sia pure con specializzazioni professionali diverse) v’è ormai la prova del nove, specialmente per il nostro Paese, che la possibile, agevole (e purtroppo frequente) trasmigrazione di un giudice da un potere all’altro dello Stato, conduce a una più che verosimile politicizzazione della giustizia, non compatibile con la vita civile e sociale di un Paese democratico.  Per entrare in politica, l’amicizia e la benevolenza dei politici è necessaria, quindi….

E ciò, senza dire degli effetti destabilizzanti che possono determinare, nella vita collettiva di un Paese, giudizi emessi senza efficaci, adeguate, congrue e simmetriche responsabilità.

Ancora: va garantita l’intangibilità delle Costituzioni degli Stati membri dell’Unione Europea dalle incursioni, a volte veramente con modalità piratesche, dei burocrati di Bruxelles: la ferita inferta al nostro ordinamento costituzionale con la modifica dell’articolo 81 grida pronta vendetta.

Inoltre: la penalizzazione subita, nell’Euro-continente, da tutti i partiti della protesta per le manifestazioni di ostilità dei mass-media tradizionali (stampa e radiotelevisione), eterodiretti dalle centrali operative di New York e di Londra, pone a tutti i nuovi governanti degli Stati-membri dell’Unione il delicato problema dell’assoluta incongruità democratica dei cosiddetti “servizi pubblici” radiotelevisivi.  Può ritenersi accettabile che chi governa dia le direttive all’ente radiotelevisivo, sostanzialmente dipendente per le nomine effettuate,  al fine di diffondere quelle notizie che sono utili a giudicare il suo operato alla guida del Paese?

Delle due l’una: o si trovano criteri di scelta degli organi di amministrazione dell’ente cosiddetto pubblico della stessa natura utilizzata per la selezione degli organi giudicanti nei Paesi Anglosassoni (anche, magari, con procedimenti elettivi) o si privatizza la struttura, rifiutando, ovviamente, la terza soluzione di avvalersi di quello strumento nello stesso modo truffaldino dei partiti sconfitti dal moto popolare di protesta.

L’agenda per i nuovi governanti è ricca di appuntamenti con problemi importanti e molto articolata nella individuazione degli strumenti per risolverli.

Non credo, comunque, che sia prematuro cominciare a parlarne, almeno soltanto per tentare di farne, progressivamente, un elenco.

 

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