Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno sancito il definitivo crollo del PD di Matteo Renzi.

L’insuccesso elettorale della sinistra unito a quello del PD ha di fatto decretato la nascita di un nuovo bipolarismo, da un lato il Movimento 5 Stelle e dell’altro la coalizione di centrodestra.

Con la fine del renzismo termina, ingloriosamente, anche in Italia l’equivoco della “sinistra moderna” europeista, globalista e liberale.

In quello che comunemente viene chiamato “Occidente” la sinistra esiste e resiste solo ormai come populismo antagonista contro le dinamiche della globalizzazione, sulla linea tracciata dal Labour Party di Corbyn nel Regno Unito e da Melenchon in Francia o da Sanders negli U.S.A.

In Italia anche questa strada è – almeno attualmente – difficilmente percorribile, perché tale linea e pratica politica è stata ormai fagocitata dal populismo dei 5 Stelle.

L’esperienza del partito di Liberi e Uguali, nata tra squilli di tromba assemblando notabili frustrati della “ditta” (ex-PD) ed ambiziose “autorità istituzionali” come gli ex-presidenti di Senato e Camera Grasso e Boldrini, si è dissolta come neve al sole di primavera in poche settimane.

Il (pessimo) sistema elettorale parzialmente proporzionale ha certamente incoraggiando la presentazione di liste minoritarie ed estreme, ed ha certamente favorito un ulteriore esperimento di velleitarismo ideologico con la nascita della lista neo-comunista Potere al Popolo, anch’essa però con risultati elettorali (fortunatamente) poco incoraggiante.

La realtà dei fatti è che il sentimento comune ed in conseguenza l’opinione pubblica, che si potrebbero definire di “sinistra antagonista” in Italia sono stati già abilmente colonizzati dal populismo assistenzialista del Movimento 5 Stelle, quel che ad oggi resta del PD “non renziano” e della “sinistra radicale” sopravvivere politicamente oramai solo come satellite dei pentastellati.

Mentre il gruppo dirigente del PD, che si era illuso di poter costituire un’élite liberal-progressista, può ora soltanto tentare – anche se fuori tempo massimo – la carta di una svolta “macroniana” la fondazione di una forza liberale fuori dal perimetro della tradizione di sinistra – e l’iscrizione proprio in questi ultimi giorni di Calenda proprio al PD ne è un chiaro esempio, o ridursi mestamente ad appendice – a nuovi “responsabili” – di un eventuale governo .

Né il centrodestra a trazione leghista né i 5 Stelle possono comunque immaginare percorsi parlamentari autosufficienti ed autonomi per la nascita di un governo, il numero di seggi che mancherebbero è tale da non poter essere colmata né con la campagna acquisti per la destra, né per ipotetici transfert di parlamentari dal PD per i penta stellati.

Un’altra area politica esce con una grande disfatta dalle ultime elezioni politiche è la sinistra – intellettuale e mediatica – che ha puntato sulla lista “+ Europa” di Emma Bonino, che si è rivelata un clamoroso fallimento.

Il clima politico emerso della consultazione elettorale è molto lontano da quello immaginato dalle “nomenclature” sia interne che estere, quello di un’opinione pubblica accomunata – pur nella varietà delle idee e delle opzioni elettorali – da una frustrazione profonda, da un sentimento rabbioso di ribellione al declino del paese.

La forza politica che in queste consultazioni politiche è riuscita ad intercettare più efficacemente la grande frustrazione sociale in atto nel paese è indubbiamente il Movimento 5 Stelle.

Il movimento oggi politicamente guidato da Luigi Di Maio catalizza in realtà gran parte di una opinione pubblica genericamente “antisistema” che negli ultimi anni si è ampliata, accentuata ed incattivita con la grande crisi economica globale – esso raccoglie insieme l’anticapitalismo del vecchio PCI, l’assistenzialismo statalista della vecchia DC e l’antipartitismo della vecchia destra qualunquista, monarchica, missina – il tutto spacciando l’illusione che tutti possano fare politica ed anche il più sprovveduto precario/disoccupato possa trasformarsi quasi per magia in “classe dirigente”.

In questo modo il movimento penta stellato è diventato il partito di maggioranza relativa e per di più – con percentuali a dir poco impressionanti – si configura come una vera e propria “Lega Sud“.

In particolare grazie alla – irresponsabile – promessa elettorale del “reddito di cittadinanza“, misura che darebbe il colpo di grazia all’economia meridionale se non addirittura di tutto il paese, ma che viene vista da tanti ceti depressi o in difficoltà come una panacea universale al loro disagio economico.

Con la clamorosa, ma non inaspettata, affermazione ottenuta dai “grillini” sono giunti alla loro prova più difficile, devono infatti dimostrare che questo bacino di malcontento e rivendicazioni sociali può trasformarsi in vero e proprio progetto e programma di governo.

E se – non avendo i numeri per governare da soli – cercheranno di trovare una maggioranza parlamentare ed un programma con altre forze politiche, dovranno rendere le loro suadenti lusinghe di sussidi e decrescita felice compatibili con le politiche di una democrazia industrializzata occidentale nel mondo globalizzato, il che è un’impresa per loro (al di là della diffusa incompetenza tecnica) quasi proibitiva.

D’altra parte, sono avvantaggiati dal fatto che i loro avversari attraversano crisi strutturali e transizioni di non poca gravità, non soltanto la sinistra ed il PD, ma anche il centrodestra, che pure in queste consultazioni ha conseguito un risultato non certo disprezzabile.

Nella ricerca più o meno affannosa di una maggioranza parlamentare, si assiste ad uno sfoggio di fantasia che s’infrange però sul muro che separa le compatibilità politiche ed i numeri necessari per far sorgere un governo di legislatura.

La coalizione guidata – ancora una volta – da Silvio Berlusconi infatti si classifica al primo posto nel consenso degli elettori, pur non avendo conseguito abbastanza voti per governare senza apporti esterni. Il centrodestra ha dato certamente prova di grande solidità e vitalità, consolidandosi come blocco dell’Italia produttiva e d’ordine – cosa che al PD di Renzi non è mai riuscita – ed ha praticamente ottenendo il monopolio – o quasi – dei seggi nell’Italia settentrionale ed in gran parte di quella centrale.

Le destre sono riuscite inoltre, ad intercettare efficacemente le paure diffuse legate alla globalizzazione e all’immigrazione selvaggia e verso l’insofferenza per i vincoli europei – oltre che verso le dinamiche del capitalismo sempre più globale – sono però fortemente mutati gli equilibri interni al centrodestra e la nuova versione sovranista della Lega guidata da Salvini ha saldamente e, forse definitivamente, conquistato il comando della coalizione.

Siamo, insomma, di fronte a un centrodestra post-berlusconiano, non più “moderato” e più nazionalista che liberale.

Berlusconi ad 81 anni – ha svolto ancora una volta il ruolo di aggregatore nello schieramento di centrodestra, ma la sua concezione della coalizione è ormai superata ed ha lasciato – suo malgrado – campo alla guida “orgogliosamente populista” di Salvini.

Indiscutibilmente oramai si avvia al tramonto – e lo dicono inequivocabilmente ed impietosamente i risultati usciti delle urne –la Forza Italia che negli ultimi 25 anni abbiamo conosciuto – perché è definitivamente tramontato il “berlusconismo” come ideologia del “miracolo italiano.

E queste elezioni, con il risultato estremamente deludente della “quarta gamba” Noi con l’Italia, dimostrano inoltre che è tramontata anche e senza appello, la classe politica moderata post-democristiana – ormai del tutto incapace di dare risposte efficaci alle paure crescenti di ceti che di “moderato” – nel senso tradizionale del termine, non hanno più nulla.

Alla luce dei risultati elettorali tutto l’assetto del centrodestra dovrebbe essere rimesso in discussione, se la coalizione vuole rimanere in piedi e soprattutto se vuole reggere alla “tempesta” politica scatenata dall’ascesa dei 5Stelle e vuole sperare in futuro di conquistare una salda maggioranza nel paese, deve urgentemente cominciare a lavorare per costruire una nuova forza politica liberale e conservatrice ed una nuova piattaforma politico-culturale, che tenga insieme efficacemente la libertà economica, la legittima aspirazione dei cittadini alla sicurezza, la globalizzazione, l’identità e l’interesse nazionale, individualismo ed un forte senso della comunità.

Un centrodestra di stampo fortemente liberale adattato ad un paese euro-mediterraneo come l’Italia che deve ritrovare una cultura della vita, della famiglia e della crescita – pena l’irrilevanza e l’estinzione.

Questa è la vera e grande sfida del centrodestra nei prossimi anni, e per questo ha bisogno di una nuova classe dirigente, coraggiosa e senza complessi di inferiorità verso nessuno che metta al centro del suo programma politico e sociale, un programma che sia finalmente incentrato sulla meritocrazia, sull’autodeterminazione della persona quale diritto naturale di esprime liberamente i propri interessi, sul libero mercato con la possibilità di avere risultati grazie al lavoro ed alla capacità personali, garantendo la piena competizione e concorrenza senza monopoli o capitalismo di Stato, con minore tassazione e con uno Stato (Minimo) che si impegni maggiormente su compiti fondamentali, come garantire la giustizia, la sicurezza, la difesa e la tutela dei poveri, ma attraverso lo sviluppo di uno welfare attivo.

L’’eccessivo intervento dello Stato sul campo del lavoro e dell’economia, altera il mercato e rende il “sistema paese” meno libero e competitivo per chi produce ricchezza

“Essere liberale oggi significa saper essere conservatore, quando si tratta di difendere libertà già acquisite e radicale quando si tratta di conquistare spazi di libertà ancora negati. Reazionario per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative, e progressista sempre – perché senza libertà non c’è progresso.” (cit. Antonio Martino)

 

 

 

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