Qualche (tardiva) osservazione sui risultati delle elezioni.

In primo luogo l’ascesa dei partiti “populisti” ma meglio sarebbe definirli “antisistema” o popul-sovran-identitari: questi continuano ad avere il vento in poppa, (spesso) meglio di quanto avvenga nel resto d’Europa. Se nel 2008 (all’inizio della crisi economica) i partiti italiani ascrivibili alla categoria “populista” ottenevano poco più del 10% dei voti alle elezioni politiche, già a quelle del 2013 avevano ampiamente passato il 30%; ora siamo a quasi il 60% (M5S + Lega + FdI + liste minori).

Una crescita così tumultuosa, in buona parte la si deve all’effetto propulsivo dato loro dal governo Monti (senza trascurare i successivi), e ad un “rigorismo” praticato con pessimi risultati. Onde se politiche e qualità dei governanti “tecnici”, sono tali, gli italiani hanno pensato bene di rilassarsi e scegliere governanti di dubbia qualità e provata incompetenza (tanto non potrebbero fare di peggio dei “tecnici”).

L’altro dato, che accomuna il risultato italiano al resto d’Europa è la crisi della sinistra: se i partiti di centro-destra hanno l’influenza (v. i gollisti in Francia, Forza Italia da noi, i conservatori in Gran Bretagna, i democristiani in Germania), quelli di centro-sinistra stanno alla fase terminale: a pagare la crescita del consenso ai partiti “antisistema” sono soprattutto loro. Sulle cause di ciò si è discusso. Probabilmente, vi concorrono una pluralità di ragioni, la principale delle quali appare la compiaciuta resa al potere finanziario globale, che è poi la forma più invadente e pervasiva del capitalismo contemporaneo, mascherata (male) con l’adesione alle derivazioni che la occultano, in tutto o in parte: la difesa delle migrazioni che è l’arma migliore per abbassare i salari e condizioni di vita dei lavoratori nazionali; la difesa dei “diritti umani” che serve egregiamente a ridimensionare ed edulcorare la scarsa difesa dei diritti sociali, ma, più in generale di tutti i diritti degli italiani. Se infatti la giustizia civile italiana è “classificata” al 156° posto tra gli Stati del pianeta, è chiaro che il problema non è proclamare dei diritti in commoventi testi legislativi, ma quello di applicarli in un modo (giusto) ma soprattutto efficace. Promulgare una norma è qualcosa; ma soddisfare una pretesa (un bisogno) è tutto. Ora la sinistra italiana eccelle nel diritto parlato (dalla “Costituzione più bella del mondo” in giù), ma è del tutto carente – salvo qualche (interessata) eccezione – nel diritto realizzato. E data la connivenza politica con i poteri burocratici (ossia di quelli che applicano le leggi), evidentemente non ritiene produttivo disturbare i manovratori. Di tutto ciò la gente s’è accorta: giustamente a sud del Garigliano hanno pensato che è meglio un reddito di cittadinanza che cento matrimoni gay. E si sono comportati (elettoralmente) di conseguenza. Così come a nord la flat-tax ha sbaragliato il quarantennale ritornello che accompagnava le innumerevoli stangate con cui il prelievo fiscale da poco più del 30% del PIL è arrivato ben oltre il 40%: “paghiamone meno paghiamole tutti”. E tutti si sono accorti che in concreto avveniva proprio l’inverso: coloro che pagavano le imposte prima continuano a pagarle (maggiorate) dopo e quelli che evadevano continuano ad evadere.

E potrebbe continuarsi in questa elencazione, sulla quale, d’altronde, esiste una letteratura che inizia ad essere corposa, anche se (volutamente) trascurata.

Ma preferisco prendere in considerazione quello che, secondo me (tra altre) è la ragione principale: la neutralizzazione della contrapposizione borghese/proletario che è stato il criterio dell’amicizia/inimicizia politica del “secolo breve”.

Questa, come ho scritto, è venuta meno e comunque si è ridotta col crollo del comunismo (evento principale) e l’esaurirsi del “compromesso fordista” (evento concorrente), ambedue caratterizzanti il “secolo breve”.

Come scriveva Carl Schmitt, quando una opposizione amico/nemico si neutralizza (s’indebolisce), ne emerge una nuova che assume la funzione di criterio discriminatore (principale) tra gruppi politici. Col risultato che la “vecchia” perde il carattere (mobilitante e soprattutto) di suscitare sentimento politico cioè la percezione del nemico e dell’ostilità. In politica interna questo significa che i raggruppamenti basantesi sulla vecchia contrapposizione (nel caso, i partiti) perdono progressivamente seguito, mentre lo acquistano quelli basati sulla nuova scriminante. Gli stessi concetti che contribuivano a specificare, denotare, caratterizzare il “vecchio” criterio (borghese/proletario) o perdono di senso o ne assumono uno nuovo. Ad esempio la lotta di classe. Questa era la conseguenza dei rapporti di produzione e dell’opposizione borghesi/proletari. Ma a tacer d’altro, pochi ancora vedono il nemico nel datore di lavoro o nel prestatore d’opera. Piuttosto, anche sotto il profilo economico, l’appropriazione della ricchezza prodotta dagli uni e dagli altri è percepita e in gran parte lo è realmente, come effetto dello sfruttamento di elite politiche e burocratiche, di clientele consolidate (tax consommers), e sul piano esterno, della finanza (interna ed) internazionale, e, da ultimo, ma vistosamente sentita, della concorrenza (di paesi) e manodopera a basso costo.

Il nemico è così diventato il burocrate (o il politicante) parassita, il garantito per scelta pubblica (dal fornitore di beni e servizi alle amministrazioni pubbliche scendendo fino al baby pensionato); su un altro piano il finanziere o l’operaio extracomunitario sottopagato.

Tutto questo a mio avviso spiega perché, almeno in Europa, i partiti di centrodestra soffrono assai meno di quelli di centrosinistra: perché nella nuova opposizione amico-nemico sono posizionati di modo da costituire già uno dei poli della stessa (salvo qualche eccezione mercatista). La vocazione a difendere gli interessi della comunità, piuttosto che della classe, li rende maggiormente idonei alla “ricollocazione” nel nuovo scenario.

Da ciò deriva che, nella difficile situazione creata dalle ultime elezioni, senza alcun “blocco” che abbia conseguito la maggioranza, la scelta più opportuna è lasciar consumare il tramonto della vecchia contrapposizione.

Quanto al governo che (forse) nascerà, le forze “antisistema” (ma ormai non stanno diventando il “sistema”?) hanno in parlamento una larga maggioranza (alla Camera 380 seggi). L’ipotesi di includere in un governicchio di fantasia l’uno o l’altro dei vincitori nella vecchia dicotomia per dividerli e/o ingabbiarli appare  non-democratico (il popolo non ha dato alle forze “antisistema” una larga maggioranza?) e volta a consumarne le forze. Del pari, l’altro, in nome di una vocazione di “sinistra”, di un esecutivo grillino-PD (anch’esso nella logica della della vecchia opposizione). Quest’ultimo sarebbe il bacio della morte per i 5 stelle, dato che il PD, dell’ancien régime è l’architrave.

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