I termini usati dai nostri uomini politici nel terzo millennio e ripresi pedissequamente, senza alcun commento critico o ironico, dai mass-media italiani costituiscono la prova del nove del degrado progressivo e inarrestabile della “serva Italia” di dantesca memoria.
Ritornare alle urne, con un sistema elettorale che “copi” letteralmente quelli di Paesi civili senza alterarli con la furbizia italica, simile a quella tipica dei giocatori da trivio delle tre carte, e dia nuovamente agli elettori l’onore e l’onere della scelta degli eletti diventa un must anche e forse soprattutto per creare una classe politica, degna di un Paese civile, che non sia grossolana, e capace solo di turpiloqui; oltre che passivamente e supina ai voleri leaderistici, espressi, per giunta, con dozzinale lessico.
Il Paese della lingua dell’Alighieri e di Leopardi merita qualcosa di meglio dei “Vaffa” e degli epiteti ingiuriosi dei frequentatori di “caffè dello sport” di provincia, che usano parole a vanvera senza conoscerne neppure il significato reale.
Populista” è usato, per esempio, come un epiteto dispregiativo; risuona nelle interviste a uomini politici, riecheggia nei commenti di editorialisti, corsivisti; nelle conversazioni di chi pone domande e di chi dà risposte.
C’è da chiedersi: quanti sono quelli che conoscono la storia di tale etimo, il suo collegamento con un movimento russo di fine ottocento, la sua successiva estensione, arbitraria e incongrua, a qualunque teoria che esalti le qualità delle classi popolari? Quanti considerano che il termine, in modo chiaro e limpido, altro non esprime, in buona sostanza, che l’esigenza di restituire il potere al populus; parola che rappresenta l’equivalente latino del greco demos?
Il populista ha sentimenti di fiducia nella massa analoghi a quelli di un democratico. Non avrebbe diritto, come questi, a un più giusto rispetto?
Altro termine che, nel linguaggio della nostra politica, ha assunto, inspiegabilmente, una connotazione negativa è sovranista.
Il “sovranista” è, in buona sostanza, un nostalgico che vorrebbe recuperare le varie forme della sovranità degli Stati, in particolare dell’Europa continentale, che sono state a essi espropriate e sottratte.
I suoi avversari sono: in primis, l’Unione Europea, che con norme accentratrici di poteri e di funzioni, affidate, per giunta, alla gestione di burocrati ben retribuiti (e non di politici responsabili) ha fatto strame della sovranità territoriale, finanziaria degli Stati membri e, in secondo luogo, le Centrali Bancarie di Wall Street e della City con la loro sfrenata e inarrestabile voglia di “globalizzazione” (in particolare umana, oltre che economica, che è all’origine del caos migratorio in atto nel Vecchio Continente).
In definitiva, il vituperato “sovranista” è un personaggio che meriterebbe positiva e favorevole considerazione, perché cerca solo di curare ferite inferte al proprio popolo organizzato e al proprio territorio.
I “neologismi”, che ciascun lettore di giornali o telespettatore può registrare nella sua quotidiana esperienza di vita non si limitano certamente ai due citati.
Altri epiteti, di varia potenza ingiuriosa sono: “muscolarista”(chi parla alzando il tono della voce, per ridurre al silenzio gli avversari); “carambolista” (chi tenta di colpire un avversario politico con un tiro a carambola, come al bigliardo, per imbucarne un altro); “lepenista” (chi scimmiotta la leader francese, accusata di tendenze fasciste) e “putinista” (chi non esecra e demonizza abbastanza il Capo della Russia, considerandolo la causa di tutti i nostri mali).
Allo stato, ancora non si registrano parole come “trumpista”, “brexista”, “kurzista” (riferita a Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, anch’egli tutt’altro che in odore di santità per gli italici orfani del “decennio nero”) ma occorre solo dare tempo al tempo-.
I pareri su una tale abbondante fioritura di neologismi sono diversi: c’è chi storce il naso e parla di ciarpame linguistico e chi, invece, in modo encomiastico, esalta “l’efficace creatività ed espressività twittante” degli “autori”.
Ovviamente, il linguaggio anfibio, spesso criptico e e talvolta persino becero dei politici (cui fa pedissequa eco la stampa e la radiotelevisione) non produce alcun serio danno, se non sotto l’aspetto dell’immagine estetica e del buon gusto.
E’, però, certamente scoraggiante per chi cerca disperatamente di cogliere segnali positivi di un nostro futuro più civile, meno rozzo e più lontano dall’attuale barbarie; soprattutto perché la madre dei creatori di neologismi politici, sembra prolifica come quella degli imbecilli e quindi, come suo dirsi, sempre incinta e pronta a sgravarne altri.
Conclusione: l’inarrestabile “fantasia” degli uomini cui i capi-partito, con i sistemi elettorali elaborati nel “decennio nero” delegano le sorti del nostro Paese e quella dei confezionatori delle notizie necessarie a orientarci nella giungla politica, ci “delizierà” sempre di più, sfornando epiteti pseudo-ingiuriosi, destinati, nelle speranze dei creatori, ad aizzare l’odio dei follower e dei lettori contro gli avversari politici.
Così, come avviene con i fischi sibilanti e i finti versi, simili a grugnito altri suoni bestiali, che si usano con gli animali domestici (idest:cani) per eccitarli all’assalto di invisi polpacci, pronunciare la parola “sovranista” o “lepinista” o altra di quelle elencate equivale, oggi, al grido di battaglia con cui i prodi condottieri del passato stimolavano le truppe a lasciare la trincea e passare all’assalto con la baionetta innestata sul moschetto.

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