In un quarto di secolo la politica ha cambiato il suo DNA, in Italia e nel mondo. L’illuminismo aveva inaugurato una stagione, durata a lungo, di contrapposizione tra i diritti dei popoli ed il potere dei sovrani. Quella ventata di modernizzazione portò alla legittimazione nelle Istituzioni del ruolo delle grandi masse, che prima ne erano escluse. Nacquero le Costituzioni, le quali imposero la separazione tra i poteri, destinati in futuro a fronteggiarsi per rispettarsi reciprocamente e garantire il delicato, ma necessario equilibrio. Questo nelle società occidentali determinò la nascita di partiti tra loro in forte competizione, perché portatori di visioni diverse e interpreti del conflitto tra gl’interessi reali di gruppi sociali contrapposti. La guerra fredda e la divisione del mondo in due blocchi, accentuò questa caratteristica. I partiti quindi furono prevalentemente ideologici. Divennero grandi scuole di cultura politica, dove si approfondivano le visioni, le idee, i principi, i valori, dai quali scaturivano progetti, programmi, proposte politiche in competizione.
A partire dai primi anni novanta dello scorso secolo tutto è velocemente cambiato. Il primo necessario passaggio doveva necessariamente essere la demolizione del vecchio, ma consolidato sistema. Il cosiddetto pool di mani pulite s’incaricò di mettere le cariche di dinamite, che lo fecero esplodere. La politica morì d’infarto senza neanche il rito pietoso di un funerale. Grazie alla complice distrazione di quelli che avevano il compito di minare anche i loro accampamenti ed invece omisero di farlo, chi si era illuso di poter mettere in piedi una gioiosa macchina da guerra per portare al potere finalmente le forze che per un cinquantennio erano state sconfitte, ebbe una tremenda delusione. Il rampante partito di plastica del cavaliere travolse l’invincibile armata. Questo è il film al quale abbiamo assistito nell’ultimo quarto di secolo. Nessuno o quasi volle approfondire come mai era potuto avvenire qualcosa di così imprevedibile. Eppure era semplice, come dicevamo, la politica aveva cambiato DNA, aveva abbandonato l’ideologia, la partecipazione, la formazione dei quadri, la pratica del confronto, era diventata padronale. L’uomo solo al comando era inizio e fine di tutto. Dava la linea, nominava parlamentari, ministri, amministratori locali, manager di Stato, assegnava loro potere o lo revocava. Finito il ruolo dei grandi giornali, la televisione era divenuta il terreno del bombardamento mediatico. L’inventore del nuovo sistema fu indiscutibilmente un anticipatore ed un personaggio di grande intuizione e qualità, copiato successivamente in altri Paesi. Quando qualcun altro in Italia ritenne di poter fare altrettanto, impadronendosi di un partito, che per altro aveva una tradizione di notevole confronto interno, e si mise a rottamare, spaccare, imporre il cerchio magico dei suoi famigli. Inoltre al fine di perpetuare il proprio potere, propose una riforma costituzionale liberticida e ci rimase impiccato, perché un eccesso di sovraesposizione mediatica insospettì gli elettori. Da quel momento, nel tentativo di tornare troppo presto per prendersi la rivincita, ha solo inanellato una tale serie di errori, che alla fine è scoppiato come un palloncino di gomma leggera.
Va detto che tutto questo non era avvenuto per caso. Il profondo cambiamento della nostra vita, del sistema di relazioni, ma soprattutto lo spostamento dei luoghi di informazione, che indirizzano l’opinione pubblica, era totalmente cambiato. La stessa televisione, che negli anni novanta aveva oscurato la funzione della carta stampata, pur mantenendo ancora oggi un suo ruolo, anche se molto ridimensionato, di fatto, è stata soppiantata dai social, che non sono, come qualcuno afferma, più democratici, ma soltanto più anarchici. Se poi si considera che tendono a dare sfogo agli estremismi più esasperati, ben si comprende che abbiano potuto produrre l’effetto di stravolgere totalmente le modalità della comunicazione politica, spesso, come ha dimostrato in modo eclatante il caso Facebook, manovrati da grandi centrali sovranazionali di potere. Non è secondario in proposito rilevare che tale fenomeno, divenuto mondiale, ha assunto rilevanza primaria per gli equilibri geopolitici del futuro. Quindi, dopo la contrapposizione ideologica del periodo della guerra fredda, (comunismo contro democrazia liberale) sono nati soltanto soggetti politici padronali, non soltanto in Italia con Berlusconi, Renzi, Grillo, oggi Di Maio, Salvini, ma in tutto il mondo, con Trump, Putin, Xi Jinping, Erdogan, Macron, oltre ad una miriade di altri imitatori minori, principalmente in Sud America, dove c’era una tradizione di caudillos, ma anche in Africa, nel Sud Est asiatico, nell’Europa dell’Est. Il nuovo linguaggio ed i nuovi strumenti di comunicazione e reclutamento politico, hanno prodotto e consolidato nuovi soggetti politici populisti, che gravitano sempre attorno alla figura di un capo ed hanno rinunciato alla democrazia interna. Il sovranismo di cui si parla è molto legato alla personalizzazione del potere nelle mani di una sola persona, che rappresenta tutti, decide per tutti, viene obbedito da tutti. Stiamo tornando verso forme analoghe all’assolutismo dei regni del passato, dimenticando le rivoluzioni, oltre che il grande sforzo culturale, da cui era nato il cambiamento portato dalla modernità, che consisteva nella sovranità popolare e nella libertà. L’autoritarismo di oggi ha l’aggravante, rispetto al passato, che promuove nella maggior parte dei casi re di strada, con tutto quello che ciò comporta.
Queste considerazioni spiegano, nonostante l’intesa per l’elezione dei presidenti delle Camere, perché sarà difficile un Governo Salvini – Di Maio. Innanzi tutto i sovrani governano sempre uno alla volta. La stessa concezione autoritaria del potere del capo impone che sia unico e non possa essere diviso con alcuno. Inoltre non va dimenticato che se i due personaggi hanno prevalso uno al Nord e l’altro al Sud, rappresentando quindi elettorati con interessi completamente diversi. Il primo è espressione del mondo delle partite IVA di imprenditori, commercianti e professionisti, vessati da una pressione fiscale espropriativa, da una burocrazia asfissiante, dalla mancanza di concorrenza, che derivano dalla cultura di sinistra che ha dominato per troppo tempo. L’altro si proclama il campione dell’assistenzialismo, dell’impiego pubblico , dello statalismo e propone una tassa patrimoniale per redistribuire la ricchezza, che colpirebbe i patrimoni. Tutto questo non è conciliabile. Gli elettori, che volevano, poco importa se a torto o a ragione, sbarazzarsi di una politica colta, ideologizzata, complicata, hanno scelto il versante rivoluzionario di coloro i quali lanciavano messaggi semplificati, ed, a seconda delle loro inclinazioni e dei loro interessi, hanno votato Lega o M5S, che hanno in comune il linguaggio semplificato, la voglia di cambiare e parlare direttamente al loro popolo, esattamente come ha fatto Trump, ma i loro obiettivi sono diversi, anzi opposti.
La prospettiva per l’immediato futuro sembra complicarsi e potrebbe sfociare in un garbuglio non altrimenti risolvibile che con nuove elezioni.

CONDIVIDI

1 COMMENTO

  1. L’analisi di Stefano De Luca è sconfortante. Noto continuamente che è quasi impossibile oggi stabilire con l’interlocutore un vero confronto di opinioni, tanto la gente pare influenzata dai “partiti rampanti”, che oggi sono due: la Lega e il M5S. Dobbiamo rassegnarci ad essere dei donchisciotte, animati da una “disperata religiosità”, come scriveva Gobetti nell’ “Elogio della ghigliottina”? Io penso che, paradossalmente, la difesa di noi che crediamo nel ragionamento, sia il…silenzio; o meglio, l’ ascolto attivo; ascoltare il profluvio di parole, di imprecazioni imconcludenti dei cosiddetti “populisti”, e poi intervenire, insinuando il nostro salutare dubbio.

Comments are closed.