Quando si parla del Sessantotto la mente di tanti corre veloce verso le conquiste sociali: i nuovi diritti, l’emancipazione femminile, le lotte studentesche. I ricordi di quel periodo, nonostante una rilettura critica avvenuta durante gli ultimi tempi, sono spesso colorati ed effervescenti. I concerti, la liberazione sessuale, il diritto allo studio, la rivendicazione di un nuovo modello familiare frutto di un conflitto generazionale arrivato al suo culmine, la nascita della coscienza operaia.

Elementi che insieme hanno realizzato un disegno complesso e articolato dipingendo un quadro spesso mitizzato e pertanto veritiero solo in parte.

Il mito non è la realtà: la esalta, la tinteggia nei suoi aspetti positivi, la modella a piacimento.

Quel movimento racchiuse anche pagine poco conosciute, raccontate con prudenza.

Ciò in genere avviene quando l’ideologia, nel caso specifico quella di tipo marxista, strumentelizza, politicizza, riscrive gli accadimenti a proprio uso e consumo.

In questo contesto si inserisce la Primavera di Praga spaccato di storia europea in cui venne  represso nel sangue qualsiasi anelito di libertà, ogni desiderio di cambiamento, qualsiasi tentativo di rompere le feroci catene di una costrizione figlia della dittatura comunista instaurata nei Paesi dell’Est.

In quella primavera a Praga i cingoli dei carri armati schiacciarono ogni cosa compresa la speranza di sognare un mondo diverso, libero dalla tirannia.

In quella primavera a Praga i fiori sbocciati al primo sole perirono sotto i passi pesanti di anfibi militari che li ridussero in poltiglia.

In quella primavera a Praga colpi di fucile e tintinnio di manette soffocarono forme di protesta pacifica desiderosa di imprimere poche, ma sostanziali riforme.

Le rinnovate esigenze popolari trovarono dinanzi un muro enorme, un ostracismo aggressivo, una violenta repressione.

L’allora presidente Dubcek, padre di quello che fu definito “socialismo dal volto umano”, dovette capitolare sotto i diktat di Mosca.

Mentre in Occidente si manifestava tra canti, balli, alcol e qualche spinello inneggiando alla fratellanza, al pacifismo e all’egualitarismo al di là della “cortina di ferro” migliaia di persone venivano imprigionate, torturate, umiliate.

Furono poche le voci di casa nostra che si levarono in difesa dei diritti e delle libertà di chi lottava per le strade dell’allora capitale cecoslovacca.

Politici, intellettuali, studenti, giornalisti furono molto più attenti a sventolare con ostinata fierezza il libretto rosso di Mao piuttosto che solidarizzare con chi, invece, veniva schiacciato ferocemente sotto il tallone del comunismo.

Fu qui che trovò la morte dandosi fuoco in piazza San Venceslao Jan Palach studente e martire per la libertà.

Questo è un altro volto del Sessantotto talvolta occultato perchè scomodo in quanto non allineato al pensiero unico dominante.

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1 COMMENTO

  1. Vorrei lasciare qui, a commento dell’articolo, il ricordo del mio Sessantotto di studente in Medicina all’Università di Roma “La Sapienza”.
    Il “vento di cambiamento” citato all’inizio dell’articolo ebbe effettivamente vita breve: io lo respirai, da matricola, dall’ottobre ’67 al gennaio ’68, partecipando a delle assemblee studentesche dove si parlava di piani di studio da ammodernare, di rinnovamento della didattica. Nei due anni precedenti c’era stato il caso de “La Zanzara” al Liceo Parini di Milano, con gli studenti medi che reclamavano il diritto di parlare liberamente di sesso senza alcuna censura; ma dal febbraio ’68 in poi ogni voglia di partecipazione degli studenti, espressa dalle elezioni del “parlamentino” universitario, fu completamente assorbita dal Movimento Studentesco, in cui le Sinistre, egemonizzate dal P.C.I. , la facevano da padrone. Non ci furono in pratica più elezioni universitarie per cinque anni; quelli che venivano sprezzantemente definiti “partitini”, ricomparvero nel 1974. O solidarizzavi acriticamente col Movimento Studentesco, o venivi emarginato come “fascista”; le occupazioni delle aule si susseguivano a getto continuo, di conseguenza l’attività didattica procedeva “a singhiozzo”, il Movimento Studentesco contestava quella che chiamava “la lezione accademica”, espressione, secondo loro, del potere dei cosiddetti “baroni”: chi voleva prepararsi agli esami doveva fare praticamente da solo. Però c’erano dei gruppi di studenti e di professori che svolgevano un’attività didattica “parallela”, riservata, forse, a quei pochi “eletti” che entravano in “conventicole” fatte di “strizzatine d’occhio politiche”.
    Mi sono chiesto più volte se non ci fosse stato un disegno politico dietro quelle occupazioni selvagge, con lo scopo di portare alla laurea e alla carriera solo chi la pensava in un certo modo, escludendo la massa degli studenti che volevano conquistarsi il “pezzo di carta” contando unicamente sulle proprie forze. Questo mio sospetto venne rinforzato quando lessi che gli studenti aderenti al gruppo che colpì a morte uno studente avversario, pure se riconosciuti colpevoli, una volta laureati furono assunti in un ospedale milanese come chirurghi, a dispetto del regolamento degli Ordini dei Medici che stabilisce la radiazione per chi viene condannato per omicidio!
    Vorrei che di questo, a distanza di mezzo secolo, se ne parlasse: perché quella voglia iniziale di cambiamento fu “incanalata” in un Movimento dove una sola era l’ideologia dominante?

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