In una prospettiva di realpolitik non si può non ritienere che l’espansione del mercato capitalistico globalizzato è storicamente connessa con l’ascesa di una potenza economico-militare, che costituisce il fulcro del sistema, assoggettando a sé le altre nazioni periferiche e semiperiferiche. Gli imperialismi, prima quelli del mondo antico, in seguito quello medievale con le repubbliche marinare, poi in età moderna quelli della Spagna, dell’Olanda, della Gran Bretagna e, giungendo ai nostri giorni, quello degli Stati Uniti, sono esemplificativi a tal proposito. Il periodo degli anni trenta del Novecento che vide il definitivo passaggio del testimone dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti e quello che lo storico marxista Eric Hobsbawm definì la “frana” sullo scadere del secolo scorso, hanno inaugurato una nuova e assai incerta tendenza, infatti sullo scenario globale si sono affacciati nuovi soggetti economici come la Cina, il Giappone, le cosiddette “tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapore) e un’embrionale composita super-potenza, benchè ad oggi non possa ancora definirsi tale, l’Unione Europea. Pertanto la globalizzazione che viviamo nel nostro tempo di certo non rappresenta un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità: dall’ultimo quindicennio dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale era fondata attorno al commercio delle materie prime, oggetto dominante degli scambi e degli investimenti esteri, a partire dalla seconda metà del Novecento essa ha visto gli scambi internazionali incentrarsi soprattutto su servizi e manufatti, anziché solo sulle materie prime, peraltro reperibili in misura maggiore in Asia, Africa e America Latina. La fase di de-globalizzazione, intervenuta con le due guerre mondiali, ci induce a sostenere che l’interazione culturale e commerciale, connaturata all’indole dell’uomo, non è comunque un processo irreversibile. Le possibili reazioni al suo procedere, possono generare un ritorno a regressioni identitarie di tipo nazionalistico e protezionistico, con la conseguente possibilità di un inevitabile inasprimento dei conflitti fra le nazioni. Nell’intento di contrastare simili derapage, il liberalismo, declinato spesso in inutili definizioni come liberalismo-conservatore, liberalismo-sociale, liberalismo-progressista etc., in realtà non può non coincidere con il liberismo in economia. La “società aperta” oggi realizzata, scredita le emergenti velleità culturali autodefinentesi conservatorismo no global, attualmente propugnato da uno sparuto pseudo-movimento di destra legato alla rete on-line Culturaidentità. Costoro nei loro propositi teorici si dichiarano nientepopodimeno che “vittima della globalizzazione” ed esortano pensatori, associazioni, artisti, giornalisti e imprenditori (!) ad “impegnarsi nella difesa delle identità e delle tradizioni dei popoli italici” (sic!), così come è riportato su un poster da loro diffuso. Malgrado il loro sforzo nel rievocare gli antichi “popoli italici”, alludendo chissà forse ai Sabini, ai Latini, agli Etruschi, ai Peligni, ai Marsi, ai Sanniti, agli Osci, ai Lucani, ai Siculi, è tuttavia chiaro che questa loro visione, per non dire elucubrazione, è del tutto inconsistente, sia sul piano delle idee, per la loro inadeguatezza all’adattamento al continuo cambiamento delle relazioni umane, sia per eventuali improbabili esiti concreti.

Vadano a dire ciò agli imprenditori italiani, che vivono soprattutto di esportazioni internazionali. Il loro conservatorismo è dunque in sostanza una critica recisa rivolta soprattutto al libero mercato (anche finanziario) internazionalizzato, a loro dire nemico della stabilità sociale e dei valori tradizionali, per la verità tra l’altro da essi stessi non ben definiti se non in maniera astratta e con parole vuote, valori che essi dicono minacciati dal “pensiero unico del politicamente corretto” (sic). Il loro obiettivo polemico è quella che definoscono una predominante ideologia la cui occulta regia, appannaggio di ricchissimi e potentissimi banchieri e finanzieri della City londinese e di Wall Street, i cosiddetti grandi burattinai, imporrebbe ai totalmente asserviti governi, le marionette, un indirizzo deliberatamente liberista in economia e liberale, aperto e disincantato, in politica.

La stessa ipotesi di uno scontro di civiltà, avanzata dal politologo statunitense Samuel Huntington in Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale nel 1996, diede avvio ad un ulteriore dibattito fra “pessimisti” e “ottimisti” rispetto al procedere del “secolo aperto”, laddove egli pronosticò un imminente scontro di civiltà causato non più dal conflitto fra le ideologie politiche, bensì da linee di fratture religiose che le avrebbero incalzate. Una tale visione pessimistica, oltre a rivelarsi destituita di fondamento, come d’altronde tutte le tesi complottistiche e apolcalittiche, escludeva di considerare che la globalizzazione è in realtà uno scambio culturale ed economico, su scala planetaria, fra civiltà diverse. Una società mondiale “glocal”, com’è stato sostenuto da Robertson, che alimenta e trasforma lo scambio, ma non sopprime, le dimensioni autoctone, locali. Erodendo le frontiere nazionali, l’identità collettiva, insieme agli stili di vita e alle credenze di un popolo, non è depauperata della sua cultura bensì subisce una parziale evoluzione sincretica che non produce conflittualità, anzi l’attenua.

C’è ancora tanto da fare per determinare un effettivo sviluppo delle regioni depresse del mondo, indubbiamente, ma la globalizzazione ha consentito a centinaia di milioni di persone di uscire dalla più totale povertà, dalla Cina all’India, dall’Africa all’America Latina. E’ un dato di fatto che ciò sia accaduto e continuerà ad accedere nel futuro, si spera, con maggiore intensità e velocità. Non è un caso che l’apertura al commercio, ad esempio, ha prodotto un raddoppiamento del reddito pro-capite del continente africano in poco più di venti anni. I dati macroeconomici elaborati dall’United Nations Development Programme, disponibili a partire dal 1980, ci dicono che da allora fino al 2012 la disuguaglianza fra i continenti, benchè il divario sia tutt’ora massicciamente presente, è migliorata del 41% in Asia, del 38% in Africa e del 27% in America Latina. E in futuro la forbice è destinata ancora a chiudersi.

Stiamo ancora aspettando di conoscere quale sarebbe una valida alternativa alla società aperta, liberal-democratica, basata sul libero mercato e sulla concorrenza, nonostante il perdurare di posizioni di rendita e di disfunzioni del sistema.

Per citare un diffuso detto popolare, se la montagna non va da Maometto è Maometto che va alla montagna: vale a dire, se non sono beni e capitali a transitare, allo scopo di ridurre le disuguaglianze fra i paesi, lo fanno le persone.

 

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