C’è un ritornello, spesso ripetuto nella storia dell’Italia contemporanea: “se l’economia langue, la causa ne sarebbe la disonestà dei politici” o, più in generale, dei funzionari pubblici; dall’epoca di Tangentopoli non si sente ripetere altro.

È piacevole pertanto leggere sulla stampa che è stato pubblicato un libro da due autorevoli magistrati, Cantone (dell’Autorità anti-corruzione) e Caringella (del Consiglio di Stato) in cui si sostiene che, nell’Italia contemporanea (cioè della cosiddetta “Seconda Repubblica) “assistiamo a una forma di corruzione certamente diffusa, ma qualitativamente e quantitativamente non paragonabile alle vicende degli anni Novanta”.

Ma viene da pensare: se si condivide il giudizio dei due autori la corruzione (e soprattutto la c.d. “Prima Repubblica”) ne viene rivalutata; e così la tesi di Mandeville (e di tanti altri, tra cui Pareto), che vizi privati divengono virtù pubbliche, confermata.

Perché se è vero, come risulta da tutti gli indicatori economici che il PIL italiano dal ’94 in poi è cresciuto di soli due punti (è il peggior risultato d’Europa) mentre la percentuale del prelievo fiscale sul reddito nazionale (così immobile) è aumentata di diversi punti, non sarà che era meglio la corruptissima prima repubblica che la benintenzionata seconda? Rimandiamo al nostro articolo “Parassitario o predatorio?” comparso qualche tempo fa su “Rivoluzione Liberale” dati (un po’ più diffusi, delle enormi differenze – in termini di crescita del PIL e di moderazione fiscale tra le due “repubbliche”. La corruzione maggiore dell’una era accompagnata da benefici tangibili e innegabili. La (pretesa) morigeratezza dell’altra da decadenza politica ed economica.

Scriveva Mandeville: “il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa” (e infatti …).

Anche a non voler seguire (del tutto) la tesi dell’olandese, è sicuro che tra corruzione e benessere non c’è quel rapporto di proporzionalità inversa che spesso è accreditato. Probabilmente non c’è un nesso eziologico (una “regolarità”) almeno in termini          macroeconomici, ma una relazione che più, in taluni casi, contribuisce ad aggravare situazioni di miseria e d’ingiustizia sociale, ma nulla di costante.

Non si vede cioè una “legge bronzea” della corruzione come vorrebbe una opinione forse più esternata che diffusa, dai dati smentita, quanto è accreditata quella, inversa, di Mandeville.

In conclusione: si stava (economicamente) meglio quando si stava (moralmente) peggio aridatece er puzzone prima che ci diano da mangiare prediche al posto della minestra

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