In un mondo, come quello Anglosassone, dominato dall’empirismo; dove i fatti della politica sono visti e valutati senza i paraocchi di ideologie e di credenze più o meno ottundenti; dove lo stesso fattore religioso è vissuto come esperienza individuale; dove il peso dei prelati (quando non scosso da episodi di pedofilia) è minimo, per cioò che riguarda l’orientamento politico dei cittadini; dove la ricerca delle soluzioni da adottare per risolvere i problemi e per eliminare gli inconvenienti si muove su un terreno pragmatico e si sostanzia nella scelta di comportamenti pratici ritenuti efficaci a eliminare o attenuare il mali, è molto agevolata la nascita di movimenti “antisistema”.
Di recente, quando in Gran Bretagna e negli States, la gente si è resa conto che l’establishment politico dominante era divenuto completamente asservito al Potere finanziario; che esso era sostanzialmente sorretto da mass-media tutti di proprietà di grandi Istituti di credito e di tycoon a essi collegati; che il sostegno economico (lecito o illecito) andava sempre in direzione degli uomini politici più proni e servili; che l’attività politica perseguita da governanti-marionette conduceva a uno stravolgimento progressivo delle condizioni di sicurezza e di buona convivenza della massa dei consociati; che le immissioni di immigrati in condizione quasi servile e quindi, potenzialente, scontenti e rivoltosi facevano aumentare il livello della criminalità cittadina; che l’attività economica andava a rotoli perché Paesi dove erano instaurate regole ferree di dominio della classe lavoratrice producevano a prezzi così bassi da non rendere più competitiva l’industria manifatturiera locale; quando una popolazione attenta e vigile come quella inglese e nordamericana si è accorta di tutto ciò ha capito che il cambio di registro politico era divenuto inevitabile. Zittendo le voci discordi dei pochi intellettuali ideologizzati e filo-europei, sono stati scelti rappresentanti in Parlamento per esprimere tale disagio e Governanti per cambiare la rotta dell’Esecutivo con coraggio e determinazione.
Oggi, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America il sistema di collusione tra potentati economici, uomini politici e teste d’uovo al loro seguito è stato bruscamente interrotto e i tentativi dei mass-media per screditare i nemici di quel connubio infausto sono frequenti, ripetuti quotidiani.
In Terre, invece, come quelle dell’Unione Europea, caratterizzate dal dominio bimillenario di concezioni assolutistiche, religiose e filosofiche, anche un movimento “anti-sistema”, unitario e coeso (nelle sue premesse come nei nei suoi programmi) stenta a nascere a causa dell’effetto protratto e ritardato delle vecchie ideologie e credenze e dei poteri di una rete speventosa di loro adepti diffusi sul territorio.
L’Italia, purtroppo, non si sottrae a un tale destino: anzi ne costituisce la dimostrazione più clamorosa.
Si sostiene che sarebbe sorto in maniera a-ideologica il Movimento delle Cinque Stelle. C’è chi osserva, però, che un certo orientamento, più favorevole alle ideologie della vecchia Sinistra, è pur sempre riscontrabile in molti suoi aderenti e follower; anche se, per un movimento politico “anti-sistema”, sfuggire a ipoteche assolutistiche, irrazionali ed emozionali e rappresentare un tutto “nuovo”, fatto esclusivamente di empirismo e di pragmatismo dovrebbe rappresentare un must ineludibile.
Coerentemente con tale tendenza, il comportamento pre e post elettorale di Luigi Di Maio, pur sempre molto cauto e prudente, avrebbe rappresentato una strizzatina d’cchio continuativa e persistente agli uomini ex di Renzi. C’è. però, chi obietta che Di Maio sembra aver mirato solo a una crescita dei consensi con la dichiarata “apertura” al PD. In altre parole, il tentativo di assottigliare la pattuglia “democratica” si sarebbe concretizzato mostrando un “volto di sinistra” utile a captare adesioni. L’operazione sarebbe stata, non so quanto inconsapevolmente, favorita dai molti commentatori politici “impegnati” a favorire il rientro in gioco dei Dem. E’ da ritenere, effettivamente, che l’interesse del Capo del Movimento delle Cinque Stelle sia stato più quello di erodere, la base dei consensi di una forza politica, tuttora consistente (ma certamente protagonista, con il Centro-Destra, del “decennio nero”) che non quello di legarsi a essa in una compagine di governo che, per tale presenza, partirebbe enormemente “zavorrata”. In definitiva, nonostante l’abilità dimostrata da Di Maio nel fase post-elettorale e, soprattutto in quella pre elettorale (il Movimento delle Cinque Stelle si è opposto all’approvazione del “Rosatellum” che, pur se non illegittimo costituzionalmente, rappresenta pur sempre una legge elettorale certamente antidemocratica e così mal congegnata da avere dato luogo a situazioni imbarazzanti e persino ridicole), della sua maggiore libertà di manovra rispetto a un Centro-Destra avviluppato in una reta di veti incrociati che possono cessare solo in presenza di una clamorosa rottura, le chance di potere contare sul cinquanta più uno per cento dei voti sono davvero poche.
Molto meno libero da ipoteche ideologiche appare il leader della Lega, Matteo Salvini. E ciò non solo per pregresse (e tuttora persistenti) simpatie con il “Front National”di Marine Le Pen, per l’alleanza con i post-fascisti non solo francesi ma anche italiani (quelli di “Fratelli d’Italia della Meloni e di La Russa), per la presenza nel suo movimento di vecchie cariatidi della Lega Nord (quella dei rituali celtici, dei giuramenti, dei nepotismi e delle corruzioni a catena) ma anche a causa di errori abbastanza recenti. La Lega di Salvini ha partecipato attivamente al varo del Rosatellum e proprio quella legge elettorale gli ha creato quei legami che solo in apparenza lo rendono più forte. E’ vero che ha potuto fare la voce grossa, pretendendo di essere il leader della coalizione più votata, ma è altrettanto certo che, a parte la poca simpatia suscitata, a livello di massa, da un tale atteggiamento, essa con il suo “pesante” seguito soprattutto di residui berlusconiani, rischia di non avere alcun appeal per convincere altre forze politiche a dargli la maggioranza necessaria per governare.
Lo stesso PD, pur se dovesse prevalere la corrente anti renziana, favorevole a far rientrare in gioco il partito uscito sonoramente sconfitto dal voto, sarebbe indisponibile per Salvini, Meloni e Berlusconi. Era solo il segretario del partito malamente estromesso dalla carica ad avere, infatti, “simpatie”, più o meno marcate, per Berlusconi, più che per il Centro-Destra, e il diktat“aventiniano” imposto dall’ex segretario del PD, tuttora riconosciuto come Capo dai suoi “fedeli”, pesa enormemente sulla loro testa. Non possono contrastarlo, neppure per congiungersi agli amici di Berlusconi, soprattutto se ciò favorisse un governo a guida leghista. E’ vero, quindi, che Salvini, forse in maniera provocatoria, afferma che a lui mancano meno voti che a Di Maio, per fare il governo, ma questa ostentazione di muscoli non ha nessun peso. Anche a voler mettere in calcolo la possibile “compravendita” di eletti, già praticata in passato da forze politiche non lontane da lui, essa potrebbe avvenire solo nel campo del PD strettamente renziano. Ma è chiaro che lo stesso “reuccio” di Rignano Valdarno per molte, buone ragioni si opporrebbe strenuamente a una tale ipotesi.
A questo punto, fare previsioni sullo sviluppo della situazione italiana a pochi giorni dall’inizio delle consultazioni del Capo dello Stato, appare assolutamente un fuor d’opera; anche se il ritorno al voto con una legge elettorale corretta e legittima appare pur sempre l’ipotesi più probabile. Chi la sostiene afferma che un Governo, presieduto da una persona terza con Di Maio e Salvini come vice-presidenti del Consglio dei Ministri in posizione, quindi, sostanzialmente paritetica, potrebbe costituire una soluzione di breve periodo finalizzata alla gestione degli affari correnti fino all’approvazione da parte del Parlamento, peraltro restituito alla sua centralità operativa, di una legge elettorale costituzionalmente legittima e democraticamente corretta nonché delle misure necessarie per gli adempimenti di bilancio di fine anno.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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