Il famoso sociologo Zygmunt Bauman, in uno dei suoi ultimi libri (Retrotopia)scrive: “Viviamo in un mondo che per molti, moltissimi aspetti, non s’avvicina all’idea di futuro descritta dagli intellettuali dell’Illuminismo….Sembra che oggi il futuro sia associato alla paura e all’incertezza….all’ignoto, al non sapere cosa potrà accadere.” Da queste considerazioni, Bauman ci dice che è nata, in lui, l’idea del libro. In esso, l’autore suggerisce ai giovani di guardare al passato per trarne insegnamenti utili e rendere possibili auspicabili ritorni di un tempo migliore.

Il sociologo-filosofo non rimanda al passato per scoprirvi le cause che abbiano potuto provocare la perdita di fiducia nel futuro: la sua, in buona sostanza, è una vera proprio laudatio temporis acti.

Il suo invito è diretto soprattutto ai millennials,ai giovani, cioè, che si sono affacciati all’età adulta sul confine tra il secondo e il terzo millennio.

Eppure, io credo che un tentativo di capire se nel passato non si annidino i germi della crisi denunciata, debba essere fatto. Se si considerano le caratteristiche del mondo in cui i giovani sanno di vivere oggi e di dover vivere domani,una ricerca delle cause può essere molto utile.

L’homo sapiens,come si desume dal titolo che egli stesso si è dato per descrivere la sua condizione, è convinto di avere creato nel corso dei millenni di cui ha ricordo un patrimonio culturale di grande valore, di cui andare orgoglioso e da tramandare ai posteri; posizione, quindi, del tutto antitetica a quella di una ricerca di proprie, eventuali responsabilià.

E se l’Uomo non fosse così sapienscome crede di essere? Se il sapere che cade sotto il dominio della razionalità e della logica fosse rimasto estraneo al suo bagaglio culturale? Se avesse, con la sua creatività artistica, prodotto immensi capolavori d’arte, di pittura, di scultura, d’architettura e avesse, invece, “toppato” clamorosamente nel darsi una filosofia di vita? Una visione del mondo, disturbata da fantasie e sogni irrealistici, può stravolgere la vita di qualsiasi polis, di ogni comunità o collettività umana.

L’idea che i giovani si siano accorti, all’improvviso, di vivere immersi in un enorme calderone di illogicità, di fole oniriche, di favole, di credenze e di essere in costante contatto con gente che opera con i condizionamenti mentali di idee e ideologie aberranti, di luoghi comuni abusati e inveterati non è presa in considerazione da Bauman.

Eppure, se così fosse, i millennials sarebbero già un bel passo avanti. Liberarsi da tanta zavorra dovrebbe costituire per loro il must, il passo successivo da compiere.

I giovani dovrebbero lottare perché gli algoritmi, nel loro futuro digitale, non tengano conto dei ragionamenti impiegati dagli esseri umani odierni per risolvere problemi o per realizzare deduzioni logiche ai fini di una vita razionale (e soprattutto non li imitino).

In altre parole, si dovrebbe impedire che l’intelligenza artificiale del domani continui a operare con i condizionamenti mentali degli uomini di oggi.

Per arrestare il processo involutivo, sul piano dei costumi sociali, in atto nelle nostre comunità, occorrerebbe, probabilmente, fare tabula rasadi tutte le insipienze, assurdità logiche, irrazionalità devianti, costruzioni pseudo-filosofiche fondate su dati cognitivi fantasiosi e inverificabili, costruzioni argomentative erette sulla sabbia che sono contrabbandate come “cultura” e che portano a definire “homo sapiens” l’individuo umano che, dopo la discesa dall’albero, ha solo rimpinguato, sotto il profilo della logica, la sua mente di false verità.

Il primo impegno dei giovani più avveduti e sensibili dovrebbe essere quello di far capire ai loro coetanei che il cosiddetto mondo “globalizzato”, realizzato dai loro padri, non ha portato per niente all’unità universale, come il termine potrebbe, erroneamente, far credere, all’abbraccio ecumenico e totale ma piuttosto all’atomizzazione degli individui, alla polverizzazione delle stesse strutture aggreganti, immaginate per tenere coeso il tessuto sociale.

Contro la tendenza umana più naturale che è quella di unirsi agli altri, di associarsi e vivere in comunità ben precise, stabili, dove la conoscenza reciproca avviene in base a scambi diretti di opinioni e di emozioni, i giovani si sentono catapultati, dalla globalizzazione, furi dal loro habitusnaturale; costretti a convivere, persino sul proprio territorio, con individui di diversa formazione ambientale e culturale.

Inoltre: dal concetto incontestabile che la libertà è la sua massima ricchezza, indipendetemente dal fatto che possa essere fonte di economico benessere, l’essere umano è pervenuto progressivamente a teorizzare lo scambio libero delle merci e dei prodotti e l’abolizione delle dogane, nonché lo scambio di esperienze umane attraverso la conoscenza di mondi diversi da quelli in cui gli individui siano nati e vissuti e la più assoluta trasmigrazione della gente sul pianeta.

Naturalmente, l’homo sapiens non s’è avvisto che lo scambio libero delle merci va bene se i prodotti sono conseguiti in condizioni ambientali e umane simili.

Facciamo due esempi: 1) se io costringo un uomo che posso trattare come un mio semi-schiavo, sottopagato e vessato, a lavorare giorno e notte per fare in poche ore un prodotto che un mio concorrente produce in tempo doppio o triplo, rispettando, per giunta, regole per il benessere e la retribuzione adeguata del lavoratore, io esercito la mia libertà e invoco a mia tutela l’osservanza di regole che definisco “liberali” (assenza di dazi doganali), infinocchiando i miei simili con false raffigurazioni della realtà. 2) Se, poi, contrabbandando per pietà e misercordia, il mio bisogno di assumere per la mia azienda, lavoratori a basso costo (e in condizione di semischiavitù), io riesco a rimettere in sesto la mia impresa di produzione disastrata e non più competitiva (per l’alto costo della mano d’opera locale) e ciò faccio nella consapevolezza di distruggereil tessuto umano e sociale del mio Paese, sono una persona di raro cinismo.

Capirà mai l’homo sapiens (insipiens) che s’è messo in cul de sacda cui non lo salverà certamente la retrotopia? Guardare indietro va bene, ma solo se si concentra la propria attenzione sugli errori che sono stati commessi nel costruirsi una “cultura”, una “sapienza” che hanno prodotto un mondo invivibile.

L’uomo deve ritrovarsi in un ambito le cui dimensioni territoriali e numeriche devono continuare a consentire l’applicazione delle regole rigorose del contratto sociale che vanno nella direzione di garantire la pacifica convivenza con i suoi “simili”.

In proposito, va ricordato che alcuni Paesi (Stati Uniti e Gran Bretagna) hanno cominciato ad avvertire tale necessità e, benché agli apici dello sviluppo capitalistico, si stanno regolando in conseguenza.

Il problema, quindi, non è per le comunità sostanzialmente ispirate a una cultura empiristica ma per le altre che sono state abbacinate da idee ecumeniche e ideali universalistici, vere anticipazioni teoriche della perversa “globalizzazione” dei nostri tempi.

Come scrive Bauman affidarsi alla coerenza di un Universo, alla sua stabilità o prevedibilità non è possibile, data la casualità assoluta che domina gli eventi cosmici, ma confidare nell’intelligenza dell’uomo perché s’avveda dei suoi errori e vi metta riparo è un’esigenza che può essere coltivata.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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1 COMMENTO

  1. Il pensare di Bauman è segnato da cognizioni e metodologie del passato … anche se si è fatto noto come se fosse conoscenza e metodo per il futuro….in questo è il suo superamento….è un pensare <> e solo conservativo stereotipo e per questo surrealista e reazionario. Detto questo suggerirei al Sig. Presidente Manzella….per farsi un idea di sicuro interesse … e per correggere alcune delle valutazioni che con troppa (superficiale) certezza afferma…in merito alla esigenza che dovrebbero avere i giovani ad un più consistente rifiuto da opporre alla globalizzazione, come se essa fosse la questione di tutti i mali del tempo passato e attuale. Come altre si l’idea di una esistenza stabilizzata attorno ad un familismo e tribalismo socio,economico e culturale da ancestrale villaggio, non ha alcun valore ne di necessario equilibrio di esistenza umana ne di valorizzazione e riscoperta di quanto l’evolversi biologico/culturale e tecnologico ha … (sia in termini di conoscenza che di condizioni di esistenza) prodotto. Senza una più avanzata sintesi e proposta… di conoscenze cognitivo metodologiche…. dall’intendere e comprendere laico, razionale umanistico/scientifico che sappia…o almeno tenda ad un conoscere e comprendere <> e che proprio per questo conquisti la capacità di discernere le potenzialità ancora valide e da utilizzarsi nello specifico e nel culturalmente locale ordinario intendere consolidato e quello che invece è solo diventato arcaico pregiudizio e intralcio ad un essere e saper comprendere le condizioni generali della propria epoca, alle quali un conoscere e sapere globalizzato non può essere altro che indispensabile, ben oltre la logistica tecnocratico/burocratica e spersonalizzante delle sole leggi di mercato, scambio o appropriazione. Per tutto questo, anche se non sara totalmente esaustivo, suggerirei al Sig. Presidente Manzella una lettura di un interessante testo di ricerco scientifico/divulgatio dal titolo <> scritto da due bio/antropologhi Luca e Alberto Cavalli Sforza…una decina di anni a dietro. (la casa editrice non la ricordo, ma penso che si può trovare facilmente in un qualsiasi catalogo informatico.) Farsi un idea di quale tipologia di cognizioni e metodologie sarebbero necessarie per dotarsi di un nuovo e per molti versi inedito ordine di idee per strutturare la coscienza consapevole, non solo dei giovani per saper guardare al futuro….ma di tutti per saper comprendere cosa è che manchi all’intendere del presente. In fine se non gli comportasse troppo disturbo, sarei interessato a saperne cosa ne pensa.

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