É nell’ABC,  ridotto del PT, Partido dos Trabalhadores nel popoloso hinterland paulistano (la loro Sesto San Giovanni), composto di 3 cittadine Santo André, São Bernardo do Campo, São Caetano do Sul, che Luiz Inacio Lula da Silva, l’ex sindacalista divenuto Presidente, inizia la sua avventura politica. Ed è nella stessa regione che finisce la fuga di Lula dalle sue responsabilità, di fronte alla Giustizia e al Paese.
In Italia, le sinistre, ancora stordite dalla sconfitta nelle urne, si ritrovano unite nel firmare proclami di improbabile innocenza della loro icona, precipitata dalle vette del Pantheon progressista mondiale, giù, nel girone dei malfattori.
Ci piacerebbe poter dire, come l’evangelista Luca, “Signore, perdonali perché non sanno”. Ma ho l’impressione che, pur sapendo, per costoro non farebbe alcuna differenza.
Il PT, negli anni delle Presidenze Lula (e  della, poi deposta, subentrante, Dilma Roussef), era diventato un mostro tentacolare che avrebbe fatto impallidire qualsiasi nostro “sistema Sesto”.
Lula era gia’ sopravvissuto al, precedente, grande scandalo del “mensalão”, un metodico sistema elargitorio di bustarelle, versate, ogni scader del mese, a tutti i parlamentari che sostenevano la coalizione. Il PT riuscì a insabbiare la vicenda, dirottando le indagini in una, compiacente, CPI, Comissão Parlamentar de Inquerito, che, in pratica, venne chiamata a investigare su se stessa!
La longa manus del PT nell’economia erano  i sindacati che controllavano ( e ancor oggi, controllano)  tutti i fondi pensione di ogni azienda a partecipazione statale.  Petros, Previ, Funcef, tra i maggiori, a loro volta detengono importanti quote nelle rispettive “estaduais”, le imprese a partecipazione statale.
Contro la protervia dei Fondi Pensione pubblici brasiliani si sono scontrati – e piegati – molti gruppi stranieri, investitori nel Paese.
Sul deprecabile disimpegno di questi fondi sono stati aperti vari dossier da parte del TCU, il tribunale dei conti dell’Unione (corrispondente alla nostra Corte dei Conti).
Ma lo schema corruttivo – fatto emergere dalle indagini del giudice Moro nel fascicolo “Lava Jato” – riguardava, soprattutto, il ben oliato meccanismo di scambi tra politica e grandi gruppi privati, impegnati nel settore delle commesse per lavori pubblici.
Sempre nello ABC, a gennaio del 2002, nel periodo di maggior fulgore della Presidenza di Lula, il sindaco di Santo André, Celso Daniel, rampante politico dello stesso Partido dos Trabalhadores – in ascesa a livello nazionale e in predicato di diventare ministro – venne sequestrato e ucciso.
La polizia federale – l’indagine é un filone parallelo del “Lava Jato”, attivo ancora oggi – si mosse dal sospetto che il sindaco, forse più onesto dei suoi compagni di partito, avesse minacciato rivelazioni su fondi neri usati per le campagne politiche, che avrebbero portato a ben precise responsabilità apicali.
Dopo di lui, uno ad uno, passarono a miglior vita, in circostanze, ancora, poco chiare, tutti gli altri potenziali testimoni.
I segni del sistematico dissanguamento delle casse pubbliche negli anni d’oro delle presidenze del PT – prima Lula poi, la deposta, Dilma Roussef – si vedono ancora oggi nella declinante economia del Brasile, declassata, ormai, sotto il livello di investment grade.
Mentre gli elettori del nord Est del Paese, con sociodemografia simile al nostro Meridione, venivano adescati dalle politiche di welfare come la “bolsa familia” (che forse devono aver confortato analoghe pulsioni demagogiche anche da noi).
Questioni di poco conto, evidentemente, per i firmatari italiani del manifesto contro la condanna di Lula, di fronte al bene supremo delle “Raisons de la Gauche”. Solidali, e irriducibili nella loro fideistica cecità, anche di fronte all’evidenza, come Primo Greganti, il compagno G., che mai si sognò  di ammettere colpe e connivenze dei vertici comunisti nel malaffare e nella corruzione. Poi si chiedono perché hanno perso…
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