Dialogare, comprendersi, trovare nelle conversazioni punti di contatto è diventato un risultato presso che irraggiungibile in un’epoca come la nostra, in cui il divario delle conoscenze, delle capacità intellettive, dell’uso del raziocinio, delle “mentalità”, per usare un termine omnicomprensivo, ha assunto, soprattutto a livello inter- generazionale, dimensioni impensabili nei decenni passati.

In tali condizioni, il giudizio sull’intelligenza degli individui con cui l’individuo entra in contatto si dimostra il più arduo scoglio da superare, quando vi sono in gioco sentimenti, rapporti di parentela, consuetudini di amicizia, di collaborazione, subordinata o paritaria.

Spesso, poi, se in una data persona si rinvengono qualità formali che lo impongono all’attenzione dei propri simili, come per fare degli esempi il parlare con proprietà di linguaggio, sapere affascinare con l’oratoria, scrivere utilizzando il proprio idioma in maniera meravigliosa e fortemente seduttiva, usare la metrica, l’allitterazione in modo da accarezzare l’udito di chi ascolta o compiacere la vista di chi legge per il succedersi perfetto delle parole, contestare con chiarezza che in quel magnifico involucro si raccolgano “cose intelligenti” può diventare oltremodo rischioso per chi esprime critiche.

E il risultato di ogni pur volenteroso tentativo di comunicazione è quasi sempre negativo. La gente difficilmente s’induce a rimuovere da se stessa nozioni acquisite e che ritiene stabilmente inserite nel proprio patrimonio culturale.

Soprattutto le persone, per così dire di una certa età, parlano ormai soltanto tra di loro; sui problemi generali della vita collettiva, ostentano un chiaro disprezzo per i giovani, definiti ignoranti, incompetenti, improvvisatori (e sono ripagati, ovviamente, con la stessa moneta).

La cultura anglosassone, attraverso il cinema, la fiction televisiva, i serial capillarmente diffusi nel formato DVD o Blu Ray ha contribuito a cambiare le opinioni dei giovani in materia religiosa, familiare, politica.

La capacità di “dissacrazione”, di iconoclastia, di irrisione e di derisione di tanti “idoli” (che hanno costituito veri e propri tabù per le passate generazioni) presente in filmati (che, attraverso “internet”, raggiungono un pubblico un tempo inconcepibile) ha trasformato la società, dividendola orizzontalmente.

Una persona anziana che s’azzardi a condividere, intuendolo o conoscendolo, il punto di vista dei giovani, subisce un ostracismo da parte dell’intera società salottiera e borghese (dominata da professionisti “arrivati” e “self made men” che si sono “fatti come hanno potuto”) con parole e atteggiamenti che dimostrano un disprezzo palese, neppure mantenuto nascosto, latente o almeno ipocritamente ovattato.

La mancanza di comunicazione opera, però, anche a livello della stessa generazione: assume proporzioni sempre più preoccupanti, man mano che la gente legge meno i giornali, si rifiuta di assistere agli interminabili, noiosi, insopportabili talk-showtelevisivi, si rifugia, nei limiti in cui vi riesce, nei sociale nelle digitazioni sul cellulare.

C’è chi spera che a migliorare la difficoltà di comprensione reciproca attuale, resa sempre più dura dall’accumulo di idee errate che il tempo sedimenta nella mente degli abitanti del Pianeta, interverrà l’intelligenza artificiale.

La fiducia, a mio parere, non è mal riposta. E’ vero che lo scopo di macchine e di programmi del futuro sarà quello di mettere a punto strumenti che operino riproducendo soltanto i procedimenti propri dell’attività intellettuale dell’uomo, ma, è altrettanto certo che, per effetto del ricambio generazionale, quella che è oggi la mentalità dominante non sarà la stessa domani.

Ciò significa, in altre parole, che la capacità di attribuire un conveniente significato pratico o concettuale ai vari momenti dell’esperienza umana e della contingenza potrà migliorare in termini notevolmente più positivi.

Essa, infatti, potrebbe risultare libera dal bagaglio cognitivo dell’uomo cosiddetto “coltivato”, dell’attualità, che raccoglie molta paccottiglia di natura dogmatica, e come tale sottratta a ogni discussione, perché appresa da testi considerati o addirittura “sacri” per provenienza divina o comunque di incommensurabile e inattaccabile profondità magistrale.

Certo; anche in futuro vi sarà chi vorrà restarsene attaccato come ostrica allo scoglio alle credenze religiose che in qualche modo avrà assimilato o, in aggiunta o in alternativa, continuare a prestare fiducia a ideologie (un tempo definite folgoranti dagli insegnanti a stipendio fisso di storia delle dottrine filosofiche e ritenute, per un abbaglio persino comprensibile nelle giovani menti dei discenti, addirittura “salvifiche” per i destini dell’umanità).

Gli algoritmi delle macchine del futuro non glielo impediranno, a salvaguardia della sua libertà.

Sarà più difficile, per lui, continuare a disprezzare, nell’assenso complice degli astanti, i “nichilisti” e i “relativisti” (che egli vede, oggi, soltanto come il fumo negli occhi, quando è di “buoni sentimenti”).

Non potrà, sulla scia dei “sermoni” domenicali (se ancora ve ne saranno) e delle “lectiones”dei sapientoni delle varie Accademie (ed esse, certamente, non mancheranno) far passare per “cultura” la somma delle insipienze progressivamente insaccate nel bagaglio dell’’homo sapiens.

Piuttosto obnubilato da una considerevole zavorra di falsità, sotto specie di assurde credenze religiose, assimilate sin dagli anni del cosiddetto “catechismo”, di assiomatiche verità concettuali, condivise sui banchi della scuola per il timore riverenziale verso insegnanti politicamente “impegnati”, di miti storici e politici favoriti da scrittori tanto più fervidamente amati quanto più condizionati da paraocchi culturali e ideologici, si sentirà tradito dall’annunciata rivoluzione se vedrà che dal computer usciranno algoritmi per indirizzare la vita futura molto dissimili da quelli attuali se non opposti.

L’ipotesi è, comunque, quantitativamente limitata. Saranno in pochi, data l’età anagrafica, a subire “l’epurazione” dell’intelligenza artificiale, quando diventerà una realtà. Al grido fatidico: O tempora, o mores! rimpiangeranno l’età delle passate confusioni.

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