Nessuno ammette che la parola “liberismo” esprima, oggi, soltanto una brutta deformazione del termine “liberale”.
Se la libertà di muoversi in campo economico (e soprattutto finanziario) giunge sino al punto di annullare, rendendola totalmente ininfluente, la libertà di chiunque non rientri nelle oligarchie economiche che spadroneggiano nel Pianeta, diventa, per ogni vero liberale, un mostro da combattere.
Naturalmente, il tentativo di tenerla distinta da quella, per così dire “normale” fa definire questa forma di liberismo “iper”.
La presa di distanza delle liberal democrazie dall’iperliberismo è piuttosto recente.
Fino alla Brexit e all’elezione di Trump, gli establishmentdegli Stati Uniti d’America e del Regno Unito di Gran Bretagna sono stati corresponsabili di molte nefandezze “iperliberistiche” (bolle creditizie, spread, spinta forsennata al consumo, crisi negli Stati determinate da valutazioni delle agenzie di rating,sconvolgimenti pilotati delle Borse etc.).
Altre storture della vita collettiva dell’Occidente sono state favorite direttamente dai poteri economici attraverso il quarto e il quinto potere in loro mani.
La rottura tra i nuovi e i vecchi establishment inglesi e nordamericani è stata, comunque, molto clamorosa anche se chi non ha avuto mente sufficientemente acuta per andare in profondità, non se n’è avvisto e ha continuato a continua a credere che nulla sia cambiato da Cameron alla May e da Obama a Trump: la sua inerzia intellettuale gli ha fasciato gli occhi.
In buona sostanza, l’elemento che ha prodotto la frattura è stato il tentativo di introdurre in Occidente un nuovo schiavismo di colore, di provenienza centro-africana.
Il fenomeno ha una sua motivazione e risale all’epoca in cui i due maggiori Paesi Anglosassoni, resisi conto – dopo un’attesa di oltre quarant’anni – che gli Stati dell’Unione Europea, nonostante gli Jobs Act e altre marce indietro sul fronte dei diritti del lavoro, non avrebbero mai compiuto il passo di trasformare le loro società in post-industriali, con la produzione prevalente di beni immateriali e di servizi – operazione realizzata a seguito degli interventi in tal senso mirati della Thatcher e di Reagan, decenni prima – hanno, obtorto collo, accettato proteggere il sistema bancario e creditizio, aiutando l’industria manifatturiera europea in serie difficoltà competitive, attraverso l’ausilio di mano d’opera a basso costo.
E’ soltanto a questo punto che si è spaccato il fronte tra i nuovi establishmentinglesi e statunitensi (May e Trump) e i vecchi, molto più graditi alle forze economiche, finanziarie e industriali.
E ciò, non per realizzare un trionfo manicheo del Bene sul Male, ma per meri calcoli politici.
Quando i leaderpolitici di quei due Paesi si sono accorti che le popolazioni chiamate al voto, rese consapevoli che l’immigrazione selvaggia di lavoratori a basso costo, colpiva anche loro, disturbando la loro sicurezza interna, cominciavano ad alimentare una protesta, hanno posto un argine a quel fiume in piena:
La Brexit e l’elezione di Trump vanno lette in questa chiave.
Con le due predette operazioni, poi, il potere politico si è dimostrato ancora una volta l’unico capace di tenere a freno gli eccessi di quello economico.
Esso ha, altresì, recuperato quella sovranità degli Stati, compromessa dalla globalizzazione.
Contro gli effetti perversi di un’immigrazione che stava cancellando l’unità, l’integrazione e la stessa memoria delle comunità organizzate, non c’era altro baluardo.
Certamente, May e Trump non hanno potuto riscattare le colpe antiche degli Anglosassoni (sulle colonizzazioni, però, chi è senza peccato scagli la prima pietra!), ma hanno impedito che i poteri finanziari e il potere mediatico ( che è nelle loro mani), continuassero a fare danno, senza che nessuno tentasse di fermarli (nè, in realtà, alcuno lo poteva!).
Certamente, nessuno dei due (soprattutto Trump) s’è guadagnata la stima generale dei propri connazionali e meno che mai della comunità internazionale. Probabilmente era inevitabile! Historia docet!
Con l’incremento spaventoso del numero degli abitanti del Pianeta, cresce in misura corrispondente la presenza dei mediocri che, inevitabilmente, avvertono frustrazioni e rancori per chiunque, dotato di forte personalità, susciti la loro invidia.
Il fenomeno non è nuovo: al grande Winston Churchill, i connazionali dettero il “benservito” eleggendo a Premier il modesto Clement Attlee.
E gli esempi…potrebbero continuare.

CONDIVIDI