Tutti gl’indicatori rivelano che l’Europa ed il mondo sembrano aver chiuso le porte a quello stesso liberalismo, tanto, forse troppo, invocato negli scorsi due decenni. Anche la democrazia sembra condannata a cedere il passo al plebiscito populista. Abbiamo più volte constatato con rammarico di trovarci costretti a fare i conti con una nuova realtà, fino a qualche decennio fa inimmaginabile. Il modello Xi Jinping, Putin, Erdogan, Trump, sia pure nelle diverse declinazioni e collocazioni storiche, culturali e geografiche, prevale ovunque. I nuovi poteri forti sovranazionali forse ritengono più facile avere a che fare con uomini soli al comando che con i complessi meccanismi della democrazia e con il pluralismo delle società di stampo liberale. L’abdicazione britannica, dopo l’errore drammatico della Brexit, il declino della Merkel ed il fallimento di Macron, nonostante l’avvio della sua presidenza al suono dell’inno alla gioia, insieme alla marsigliese, dimostrano che il vento autoritario che spira in tutto il mondo, è inarrestabile. Un’Unione Europea boccheggiante, priva di leader all’altezza, non riesce a ritrovare lo slancio perduto da tempo ed, a causa della sua burocratica inconcludenza, finisce col dare ragione ai populisti. Quello che un tempo si chiamava nazionalismo e che nel novecento ha prodotto danni irreparabili, oggi ha cambiato nome e si chiama sovranismo. È la medesima cosa, cioè il tentativo di riportare i centri decisionali all’interno delle piccole patrie, per tentare di dare, attraverso l’intervento pubblico, risposte più facili al disagio delle popolazioni che si vanno impoverendo. Le frontiere aperte al commercio internazionale ed alla concorrenza hanno progressivamente messo fuori mercato i Paesi che non hanno saputo affrontare la concorrenza internazionale, adeguandosi alla innovazione tecnologica imposta dal web e dal mercato elettronico globale. La risposta più facile, rispetto all’enorme fatica di tenere il passo, è quella dei dazi, dell’autarchia, della chiusura dei mercati, del sostegno pubblico alle imprese fallimentari, del ritorno dello Stato imprenditore e dei sussidi alla disoccupazione. Epidermicamente chi percepisce come primario il bisogno dell’oggi e non riesce a ragionare in termini di lunga prospettiva è portato a cercare la soluzione più facile e quindi a rifugiarsi in un più ravvicinato orizzonte statalista, incurante dell’esplosione del debito pubblico e della conseguente bancarotta dello Stato. La contingente esaltazione populista conduce alla vittoria di questa linea miope, che sta affermando ovunque. Nelle società con un tessuto economico più forte, finirà col prevalere prima o poi la logica del mercato, che si accompagnerà probabilmente al recupero delle sue regole e dei relativi valori politici e culturali. Le economie più fragili, come quella italiana, sono molto più esposte a rischi di involuzione in senso autarchico, come è già avvenuto un secolo fa, dopo la tragedia della prima guerra mondiale. Per fortuna non si vede all’orizzonte alcuna personalità forte in grado di approfittarne per ridurre i margini di libertà e democrazia, faticosamente conquistati. Un modesto personaggio toscano aveva annusato il vento ed aveva tentato con tutte le sue forze di imporre un cambiamento costituzionale, che gli avrebbe consentito di trasformare il nostro regime da democratico in autoritario. Per fortuna ha giocato male le sue carte, determinando egli stesso una energica reazione popolare, che prima ha prodotto la sconfitta referendaria e dopo ha finito col travolgerlo, anche a causa dell’impazienza, nonostante il primo avvertimento, di tornare sul ponte di comando. Altri populismi si sono affermati nella recente consultazione elettorale, senza che tuttavia si sia registrata la vittoria netta di alcuno. Ne è scaturita una situazione confusa, che ha assunto toni sempre più stucchevoli con la rincorsa tra Centro-destra e M5S a dichiararsi vincitori delle elezioni. Un residuo della mentalità del maggioritario erroneamente ha continuato a perpetuarsi in un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale. Alcuni soggetti politici hanno avuto un successo elettorale, anche notevole, in particolare la Lega ed il M5S, ma nessuno dei partiti o coalizioni presenti in Parlamento può tuttavia dirsi autosufficiente e quindi proclamarsi vincitore. In una democrazia parlamentare per governare si devono fare delle alleanze, se esistono forze politiche disponibili ad un onorevole compromesso, sia sul terreno del gradimento degli alleati, sia su quello, ancora più complesso, di concordare un programma comune. Oggi si fronteggiano forze che, in campagna elettorale, si sono presentate con programmi diversi e si sono, anche aspramente, scontrate. Esistono realmente le condizioni per avviare un confronto su basi concrete e non con gli espedienti del rifiuto aprioristico di incontrare tizio o caio, un partito od un’altro? Il Parlamento è la casa della democrazia, quindi tutti dovrebbero parlare con tutti, come a nessuno può essere imposto di collaborare con una forza che ritiene antitetica o di cui ha profonda disistima. Sotto tale profilo l’atteggiamento assunto dai Cinque Stelle nei confronti di Forza Italia appare legittimo, diventa provocatorio e palesemente tattico quando pretende di dividere la coalizione di Centro-destra, sol perché una parte di essa non le è gradita. Cercare di spaccare la coalizione concorrente con l’arma scorretta di offrire la propria disponibilità solo ad una sua componente, rivela soltanto l’intento di separare gli alleati per poi, nel tempo, ucciderli uno ad uno. I governi di coalizione si fanno trovando intese serie e durature su progetti di governo, su riforme da realizzare, su linee politiche da condividere e sposare. Ci rendiamo conto che l’inesperienza può determinare atteggiamenti schizofrenici, che derivano dalla necessità di alzare vessilli e stendere bandiere, per paura di contraddire l’immagine con cui ci si era presentati agli elettori, con il rischio conseguente perderne una importante fetta. Il modo corretto in questi casi non è quello di porre veti, che sono sempre sgradevoli, ma di rifiutarsi apertamente di tradire gli impegni assunti con gli elettori. La situazione è più che mai nelle sole mani del Capo dello Stato, il quale, come gli consentono i suoi poteri costituzionali, può indicare una personalità di sua fiducia per formare un Governo, che, se non dovesse ottenere la fiducia del Parlamento, come avviene in tutte le democrazie, porterà il Paese ad un nuovo, rapido appuntamento elettorale, auspicando che la saggezza popolare riesca ad esprimere una nuova maggioranza coesa e non si lasci trascinare da un’ondata ancora più perniciosa di populismo. Fortunatamente, non si vede nel panorama attuale alcuna personalità in grado di presentarsi come l’uomo del destino, che, con l’attuale clima internazionale, potrebbe ottenere facilmente il plebiscito popolare necessario.

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2 COMMENTI

  1. Possiamo solo sperare, in caso di nuove elezioni, che prevalga la “saggezza popolare”, e la maggioranza degli elettori non si lasci più incantare dal miraggio del “nuovo che avanza”. Purtroppo, è ancora vivo tra la gente il ricordo dei monologhi di un comico capace di sparare turpiloquio contro un’imprecisata “casta”; e la pubblicazione del libro di un giornalista di un autorevole quotidiano ha fatto il resto, perché, partendo dalla denuncia di odiosi privilegi, ha dato ad intendere semplicisticamente che tutta la Politica sia sinonimo di malaffare.

  2. Ciò che abbiamo di fronte è il risultato dell’espressione del popolo italiano che, oramai poco attento e partecipe della vita reale, si lascia influenzare dai nuovi presunti leaders dei vari club, movimenti politici che sono nati. Pochi ideali, nessun vero programma attuativo ma solo slogan, parolone, denigrazione del presunto avversario e basta. Oggi, il popolo italiano vive di tv, di telefonini, di pubblicità, di irresponsabilità e non trova MAI il tempo per ragionare responsabilmente. Già, questo è il risultato del progresso sociale e psicologico oggi in vigore. Per me, Politica significa “Servizio, Responsabilità, Trasparenza, Coinvolgimento, Informazione, Comunicazione”.
    Entrare in politica, per me, significa rendersi conto che le proprie conoscenze, le proprie esperienze lavorative e di vita, le proprie capacità, possono essere utili ai propri concittadini, al proprio territorio, al proprio Paese. Servizio, non opportunismo, trasparenza nei comportamenti, responsabilità in ciò che si fa, coinvolgimento di chi ti segue, informazione e comunicazione di ciò che si fa e si realizza.
    Giò, ma io appartengo ad un altra realtà, oggi, il popolo gregge si fa ammaliare da questi nuovi protagonisti e, quando le cose vanno male, oltre che criticare e giudicare gli altri si torna al “povei noi”:
    Già.

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